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Sabino Chialà «Riscoprire lo Spirito che unisce con occhi e sguardo nuovi»

Sabino Chialà, Priore del monastero di Bose, sulla festività della Pentecoste: «Riscoprire lo Spirito che unisce con occhi e sguardo nuovi» 
di Cristina Uguccioni 

Ieri, 19 maggio, la Chiesa ha celebrato la Pentecoste, il dono dello Spirito Santo. Di Lui il cardinale Carlo Maria Martini scriveva: «Tutto ciò che di bello e di positivo avviene nel mondo è opera Sua, tutto ciò che di santo e di vero si fa nella Chiesa è opera Sua. (…) Lui c’è e sta operando, arriva prima di noi, lavora più di noi e meglio di noi». In questa conversazione con Catholica e catt.ch riflette sul significato di questo straordinario dono Sabino Chialà, biblista, esperto dei Padri della Chiesa e priore del monastero di Bose

Lo Spirito sta operando, nella invisibilità e nella piccolezza, la sua partita vittoriosa. Cosa vorrebbe dire a chi oggi, nel mondo segnato da guerre, sofferenze e ingiustizie, non riesce a scorgerne l’agire? 
Da credente vorrei dire – ma umilmente, perché le mie parole non suonino di offesa per nessuno – che se lo Spirito non fosse all’opera, questo nostro mondo sarebbe già stato sopraffatto dall’insensatezza dell’agire umano. In una prospettiva credente, lo Spirito, che è all’origine della creazione, continua a riplasmare questo nostro universo, a immettere in esso quella vita che troppo spesso noi contraddiciamo. È all’opera, anche se ciò che accade intorno a noi sembra contraddirlo. Tale consapevolezza è ciò che può sostenerci nella dura lotta della speranza. Altrimenti cederemmo a quello che un padre della Chiesa, Isacco il Siro, ritiene il peccato contro lo Spirito Santo: la disperazione. Certo, in un mondo ferito come il nostro e in cui i mass media ci informano in tempo reale del male perpetrato ovunque e in vari modi, non è facile continuare a sperare. Ma questa è la prima lotta cui siamo chiamati, perché, come diceva sant’Agostino, «è solo la speranza che ci fa propriamente cristiani»; e, prima di lui, Filone di Alessandria affermava: «Solo l’uomo ha la speranza, così, all’inverso, chi non spera, non è uomo». Nel contesto in cui viviamo non è facile restare cristiani e umani, cioè continuare a sperare. Ma questo è il nostro compito e dunque abbiamo bisogno di invocare lo Spirito Santo e di imparare a riconoscerlo e ascoltarlo dentro di noi. 

E quale riflessione potrebbe offrire a chi invece non riesce a scorgerne l’agire nella propria vita personale? Come riconoscere la presenza dello Spirito in noi? 
Riconoscere lo Spirito che è dentro di noi è innanzitutto un atto di fede. È lo Spirito che ci fa esistere, che ci ispira il bene, che ci insegna ad amare. È una presenza, quella dello Spirito in noi, che non viene mai meno. Un padre della Chiesa siriaca, in una omelia sull’inabitazione dello Spirito Santo nell’essere umano, si chiede se lo Spirito abbandona colui che pecca nel momento del peccato. Risponde di no: sarebbe come un medico che abbandona il capezzale del malato mentre questi ne ha più bisogno. E continua affermando che lo Spirito Santo è lì, presente, benché in silenzio, anche quando non lo riconosciamo. Ma appunto questo è un atto di fede! Scorgerne l’opera richiede invece occhi e cuore attenti, cioè capaci di cogliere il bene, o anche il desiderio di bene, che nonostante tutto ci abita. Scorgere i germi di vita che pure fioriscono in noi e attorno a noi. Ma spesso i nostri occhi sono più pronti a cogliere il male che il bene. Eppure il mondo sussiste perché la forza del bene è ancora più efficace di quella del male. 

Nella Prima Lettera ai Corinzi San Paolo scrive: «Vi sono diversi carismi, ma uno solo è lo Spirito; vi sono diversi ministeri, ma uno solo è il Signore; vi sono diverse attività, ma uno solo è Dio, che opera tutto in tutti. A ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per il bene comune». Pensa che riscoprire la verità e la potenza di quanto afferma San Paolo sui carismi e sul corpo in cui ci sono molte membra ciascuna delle quali è bisognosa delle altre (1Corinzi 12,12-26) possa aiutare a contrastare gli effetti distruttivi dell’individualismo autoreferenziale imperante e di una cultura che oggi dice in modo martellante di essere autonomi, indipendenti, di farsi da sé senza vincoli né debiti con alcuno? 
La pretesa di bastare a se stessi, personalmente o comunitariamente, è uno dei grandi inganni di cui possiamo diventare preda. Una certa cultura in voga in questo nostro tempo se ne fa un vanto. No! Noi non bastiamo a noi stessi. Abbiamo bisogno degli altri, di tutti gli altri, nessuno escluso. Ed è bello che sia così! L’altro, con la sua diversità, non è mai, per se stesso, una minaccia per la mia identità, cultura o religione. Abbiamo bisogno dello Spirito che è in ciascuno, proprio perché in ognuno vi è un frammento diverso dell’unico Spirito. 

Pensa che anche alla Chiesa oggi sarebbe utile fare sempre memoria di queste parole di San Paolo? 
Sì, oggi più che mai, mentre ci interroghiamo sulla Chiesa di domani; una Chiesa che va ripensata alla luce di quello che è stato ma in ascolto di quello che l’umanità di oggi e il Vangelo di sempre ci ispirano. 

Fonte: Catt.ch 


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