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Alessandro D’Avenia «Occupazioni? Un cliché. I ragazzi cercano maestri, non dobbiamo spaventarli»

Alessandro D’Avenia è una delle voci del mondo della scuola più autorevoli e ascoltate. 


Che cosa pensa delle occupazioni e della linea dura di presidi e governo?
«Sarei molto pratico. Le occupazioni ci sono da tanti anni e rientrano nel paradosso degli amori traditi che portano alla violenza: non mi hai dato quel che mi aspettavo e io distruggo tutto. Negli anni è diventato un cliché, un rituale che mima un desiderio di cambiamento ma non ottiene nulla. Se io studente occupo perché voglio portare nella scuola il mondo di fuori, non posso farlo chiudendola agli altri. E poi non prendiamoci in giro: la maggior parte degli studenti sta a casa perché una settimana senza studiare fa comodo».

Lei da studente ha partecipato ad un’occupazione?
«Ricordo l’occupazione della mia scuola negli anni 90, il liceo Vittorio Emanuele a Palermo. Ero per l’autogestione ma nel voto ha prevalso il gruppo dei più agguerriti. La maggioranza, accondiscendente, rimase a casa».

E lei?
«In un piccolo gruppo andavamo comunque a scuola, obbligando i professori a fare lezione con noi, ma poi venivamo “invasi” dagli occupanti. Ultimamente invece sono stato invitato a partecipare ad alcune autogestioni e ho capito che il desiderio di questa generazione non è meno scuola ma più scuola, una scuola che ti aiuti a leggere il mondo prima ancora che allenarti ad affrontare delle performance».

Non sempre si trova l’accordo per l’autogestione.
«Capita che noi insegnanti non vogliamo che ci tolgano altri giorni di scuola. È l’effetto della quantificazione del sapere: bisogna ottenere performance ben determinate e questo mette in ansia tutti. Se ripensiamo la scuola come luogo in cui il sapere ha come fine prendersi cura di se stessi, potremmo rimuovere persino l’ansia da prestazione. La sentiamo già nel lessico: profitto, rendimento, crediti, debiti. Anche questo crea ribellione negli studenti. Ci stanno dicendo: vi occupate della mia perfomance, non di me».

«Il dibattito pubblico è ostaggio delle polarizzazioni, quindi si parla dei ragazzi e pochissimo con i ragazzi. La domanda chiave — “che cosa vuoi fare da grande” che per me andrebbe cambiata in “che cosa vuoi fare di grande” — un ragazzo se la sente fare soltanto alla maturità, mentre dovrebbe essere la prima che gli si pone. I ragazzi cercano comunque i maestri, chi si prenda cura di loro, sentono di essere oggetti di aspettative, e non soggetti di possibilità».

A scuola si è persa autorità e dunque autorevolezza?
«C’è stata una perdita di credibilità e di autorità perché si è deciso che autorità era autoritarismo, mentre autorità vuol dire “far crescere”, cioè aiutare a nascere del tutto. Se i ragazzi percepiscono che il tuo stare con loro è al servizio della crescita, come il giardiniere che pota le piante perché diano il meglio, stanno al gioco e lo prendono sul serio. Se la regola invece serve a controllarli, si ribellano, tanto più nell’età fatta per mettere alla prova l’autorità. Il discorso sulla disciplina ha senso se è dentro la cura, il resto sono chiacchiere. Se invece si usa solo la paura, implicitamente ammettiamo che quello che insegniamo non vale di per sé. Io ogni tanto mi chiedo: se per un mese togliessimo le interrogazioni i ragazzi continuerebbero a studiare?»

Direi di no.
«Se è così, chiediamoci che cosa stiamo facendo»




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