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Marinella Perroni "La litania di Maria conforto dei migranti"

Che la maternità sia un tema teologico è fuori di dubbio: attraversa diversi ambiti teologici come l’antropologia e la mariologia, la teologia biblica e l’ecclesiologia. Si può dire lo stesso della “maternità migrante”? Che significa chiedersi: c’è uno sguardo teologico con cui è possibile mettere a fuoco una delle tragedie del nostro tempo. Anzi, come sempre quando riguarda le donne, una tragedia al quadrato: difficile dimenticare immagini di madri che vedono morire in mare i propri bambini appena nati, di neonati venuti alla luce su imbarcazioni di salvataggio o, addirittura, di madri che, pur di salvarli, consegnano i loro bambini a qualcuno che è riuscito a trovare un posto su un barcone: cosa può dire la teologia su tutto questo?

Come spesso avviene, è necessario innanzi tutto ribaltare la prospettiva e chiedersi piuttosto: cosa il dramma della maternità migrante può dire alla teologia? Si tratta di una delle grandi, smisurate tragedie del nostro tempo che si va ad aggiungere ad altre, divenute ormai permanenti come la guerra e la fame e che, in quanto credenti, ci interpella profondamente. Sappiamo bene quanto le grida di dolore dell’umanità sono spesso motivo di scandalo per chi ha creduto e sperato che Dio sia capace di ascoltare il grido del suo popolo e conosca davvero le sue sofferenze, come aveva detto a Mosè (Esodo 3,7). Di questo scandalo, che si traduce in rivolta e in rifiuto, sono piene le pagine della grande letteratura di ogni tempo.

È forse possibile, però, percorrere altre strade. O, sarebbe meglio dire più modestamente sentieri. Accenno a due, ben sapendo che non si tratta in nessun modo di proporre soluzioni, anche perché a volte può diventare quasi blasfemo pretendere che la riflessione su Dio possa diventare una sorta di farmaco che ha, per di più, un’azione topica.

Un primo suggerimento mi viene dalla lettura di un libro ormai decisamente datato, Sisters Rejoice: Paul's Letter to the Philippians and Luke-Acts As Received by First Century Philippian Women, ma di quelli che difficilmente si scordano perché ti hanno imposto una decisa conversione del tuo punto di vista. L’autrice, Lilian Portefaix, una biblista dell’università di Uppsala, propone di guardare alla lettera di Paolo ai cristiani di Filippi da una prospettiva del tutto inedita: quella delle donne di quella città e, in particolare, di donne per le quali la maternità rappresentava un vero dramma. Paolo annunciava la gioia della salvezza, ma loro vivevano la maternità come un destino sociale da cui non potevano aspettarsi che dolore e morte. Si stima che nel I sec. la vita media di una donna fosse molto bassa e la principale causa di morte fosse proprio il parto, per non dire quanto tutto questo incidesse anche sulla vita di tutte le altre donne, anche molto giovani, che si trovavano a dover fare fronte a situazioni familiari estremamente difficili. Cosa significa allora annunciare il vangelo a coloro la cui vita è immersa nella tragedia? C’è una “riserva di gioia” a cui possono avere accesso anche donne per le quali dare la vita a un figlio si accompagna, per esempio, a una tragedia come quella della migrazione? È una domanda a cui solo loro possono rispondere e farsi così loro stesse eco per noi di quell’annuncio di vita più forte della morte.

Un secondo spunto mi viene dalla decisione di Papa Francesco di introdurre nella lunga lista delle litanie lauretane altre tre invocazioni, oltre a Madre della misericordia e Madre della speranza, abbia voluto inserire Solacium migrantium (Conforto dei migranti). Un’invocazione che si va ad aggiungere a quelle che celebrano Maria non per quello che è (Madre, Vergine o Regina), ma per quello che può fare. Non è una lode, ma un’implorazione. Non può stupire, se si pensa al fatto che la storia di questo pontificato si incrocia in modo drammatico con la storia di un fenomeno migratorio di proporzioni mai viste. Che significa, però, che Maria può essere invocata, oltre che come Salute degli infermi, Rifugio dei peccatori, Consolatrice degli afflitti, Aiuto dei cristiani, anche come Conforto dei migranti?

Per alcuni la risposta va ricondotta all’esemplarità di Maria che, stando ai vangeli delle origini con cui Matteo e Luca introducono la loro narrazione evangelica, sarebbe stata a sua volta “migrante”. Infatti, il primo ce la presenta, insieme a Giuseppe e al bambino appena nato, in viaggio verso l’Egitto per sfuggire alla violenza di Erode e il secondo la descrive sempre in viaggio, verso la casa di Elisabetta oppure verso Gerusalemme per obbedire al censimento.

Forse però, quando ha voluto che dentro la lunga lista delle litanie lauretane ci fosse anche l’implorazione a Maria come Conforto dei migranti, Papa Francesco ha soprattutto sperato che ogni volta che, in qualsiasi parte del mondo, si sarebbe recitato il Rosario la maternità universale di Maria potesse ricordare ai credenti che la sofferenza delle madri migranti è segno che marchia a fuoco questa nostra epoca. Possiamo invocare da Maria il conforto dei migranti e chiudere i nostri cuori, i nostri confini, le nostre chiese?


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