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Massimo Recalcati "Chiunque è circondato da assenze presenti. Il lavoro del lutto finisce quando il corpo di chi abbiamo perduto si trasforma da peso in linfa"

Se l’idea della morte è stata esiliata dal nostro tempo, resa sempre più astratta e distante fino al limite dell’impensabile, se, come scrive Benjamin, nella modernità l’idea di morte ha perso “la sua onnipresenza e icasticità”, la lectio magistralis su Il lavoro del lutto tenuta domenica mattina a Parma da Massimo Recalcati, psicoanalista tra i più noti in Italia, in occasione di Anima, XVII edizione del Festival Il rumore del lutto, a cura di Marco Pipitone e Maria Angela Gelati, appare come esplorazione, tanto necessaria quanto inattuale, delle terre incognite aperte dal trauma della perdita. 

Trauma che si ripete nelle nostre vite non soltanto quando muore una persona amata ma anche in occasione, come spiega lo psicoanalista di fronte alla platea gremita del cinema Astra, di tutte le perdite che abbiamo vissuto simbolicamente nel corso della vita. 

E che hanno scavato un vuoto nel mondo e dentro di noi. 

La lectio muove a partire da una domanda che è stata al centro, per trent’anni, del lavoro dello psicoanalista: “Di che cosa è fatta la vita umana? Noi siamo fatti delle parole che abbiamo incontrato, che ci hanno marchiato, ustionato, ferito, nominato. Portiamo nell’inconscio la traccia indelebile delle parole degli altri. Parole che, con Lacan, possono essere proiettili che crivellano la superficie della nostra esistenza – pensiamo a un insulto espresso da un genitore o da un insegnante - ma anche parole d’amore e di gioia”. 

Poi, ognuno viene costruito anche dagli incontri che ha fatto: con i genitori, prima di tutto, e quindi con i primi amori, i maestri, gli amici, così come, prosegue Recalcati, portiamo traccia anche di chi ci ha lasciati: “Noi siamo fatti anche da tutti i nostri innumerevoli morti, da tutte le perdite che hanno scavato nella nostra anima dei vuoti, da tutte le persone significative che abbiamo incontrato e poi perduto: maestri, amori che sono finiti, amici che abbiamo perso. Tutto quello che è stato e che non è più, che ha marchiato la nostra vita e si è perduto nel tempo, resta in qualche modo ancora qui perché lo portiamo dentro noi stessi”. 

Al punto che “chiunque di noi è circondato da assenze presenti”. 

Interrogando la specificità del rapporto dell’uomo con la morte, “a differenza di quanto accade per le altre forme di vita, vegetale e animale, nella forma umana della vita, la morte è sempre prematura, viene sempre troppo presto, in anticipo e innaturale, portando con sé una dimensione di atrocità e ingiustizia”. 

Questo perché, con le parole di Hanna Arendt, “la vita umana non è fatta per morire: noi siamo fatti per nascere”. A differenza della foglia che in autunno ingiallisce e cade naturalmente, “la vita umana è fatta di innumerevoli morti e rinascite”. 

La frase che si legge nell’Ecclesiaste, nel libro di Qoèlet, divenuta parte del senso comune, per cui “tutti noi abbiamo i giorni contati” significa che “la vita è hebel, soffio in ebraico, un battito di ciglia. I nostri giorni sono contati, il nostro transito sotto il sole è rapido”. 

Ma qual è la differenza tra l’uomo e gli altri viventi, come noi venuti dal nulla e destinati a tornare nel nulla? Quale differenza, se tutti i viventi hanno i giorni contati? “La differenza è che noi contiamo i giorni mentre non li conta l’ape né la foglia. Per questo, l’uomo comincia a morire dalla nascita”. 

Solo per gli uomini, con Heidegger, la morte non è quindi la nota che chiude la melodia dell’esistenza, ma è “un’imminenza sovrastante”, qualcosa che portiamo dentro noi stessi. Intrecciando la prospettiva della filosofia e quella psicoanalitica, il lutto per Freud rappresenta “la reazione emotiva alla perdita definitiva di una persona per noi significativa”. 

Perdita che si scava in due spazi sovrapposti: il mondo e l’animo. “Il mondo perde un oggetto: lei non è più nel mondo, non posso più sfiorarla, sentirla respirare, ascoltare la sua voce. Un buco si apre nel mondo: non posso più incontrarla”. 

Di fronte a questo ritorno impossibile segnato dal confine della morte, “gli esseri umani sono gli unici animali che pregano. Altro gesto umano, la sepoltura non è solo congedo ma anche desiderio, miraggio forse, di mantenere un contatto con i morti”. Parallelamente a un vuoto nel mondo, si apre un vuoto nel cuore e questi due vuoti risuonano uno dell’altro. 

Come testimonia Lewis nel suo breve e intenso Diario di un dolore, scritto in prossimità della morte della moglie molto amata, “il lutto è come un cielo che ricopre tutte le cose del mondo”, dal momento che, con la morte della persona amata, si apre un vuoto anche nel cuore: “Tutte le cose sono le stesse cose di prima e non lo sono più dato che non le potrò più vedere con lei: la bellezza della condivisione si è interrotta”. 

Di fronte a questi due vuoti che si aprono come ferite, nel mondo e nell’anima, secondo Freud si diramano tre destini possibili del lutto che però, avverte Recalcati, nella vita sfumano uno nell’altro: il destino melanconico del lutto, quello maniacale e infine il lutto che diventa un lavoro. Nella reazione melanconica “il tempo si pietrifica e il soggetto è ricoperto dall’ombra della assenza, perdendo il desiderio di vivere perché il mondo si è svuotato di senso”. 

Destino che marca anche la fine di alcuni amori, come nel caso di un paziente che, di fronte alla assenza della donna amata, sente che quella perdita ingombra la sua vita: paradossalmente, “l’oggetto perduto, pur essendo assente, è ovunque, ingombra con la sua presenza la vita di un soggetto divenuto simile a qualcuno che frequenta una stazione ferroviaria in cui non passano più treni”. 

Al polo opposto rispetto alla stagnazione melanconica del lutto, che segna l’impossibilità di staccarsi dalla persona perduta, la procedura maniacale è negazione del lutto nella forma di una reazione sostitutiva molto rapida: “Questo è l’atteggiamento più diffuso nel nostro tempo. Morto un papa, si dice, se ne fa un altro”. 

Non si dà il tempo di realizzare la perdita sostando nel dolore e “l’oggetto amato viene subito sostituito da un nuovo oggetto, in una iper-attività apparente e con una voglia di vivere che sono menzogna”. 

Come se quell’oggetto non avesse significato nulla, lo si dimentica subito e il tempo del lutto si contrae, quasi a scongiurare il dolore di una mancanza. Se l’angoscia melanconica e la negazione maniacale sono “due strade per rifiutare la difficile esperienza del lutto, è necessario, per evitare questa doppia deriva, riconoscere che non c’è lutto senza un lavoro di elaborazione psichica che porti a una effettiva separazione dall’oggetto perduto”. 

Mentre il lutto è una reazione psichica e emotiva al trauma della perdita, che può essere negata o vissuta in tempi e modi diversi, “il lavoro del lutto è un lavoro psichico sull’esperienza della perdita rivolto a liberare il soggetto dal peso del suo dolore. Arrivando a trasformare una perdita in una separazione, con l’aggiunta che tratteniamo un resto della persona perduta”. 

Ma, avverte Recalcati, non esiste lavoro del lutto rapido. Mentre nella mania la sostituzione dell’oggetto è immediata e nella melanconia il tempo si ferma, “ci vuole tempo, memoria e dolore per trasformare un lutto in una rinascita”. 

Una memoria involontaria, di cui non siamo mai padroni, dal momento che “sono i ricordi che si impongono, che mi prendono, al punto che a volte facciamo esperienza di non poter dimenticare un volto, arrivando a vederlo ovunque, sostituito ai volti degli altri”. 

Fino a quando, a un certo punto “il lavoro del lutto finisce, e finisce su un oblio. Torno a respirare, la mia vita si alleggerisce e non sono più schiacciato dal peso della perdita. A un certo punto ho voglia di tornare a vivere”. 

Per dare corpo al faticoso quanto necessario lavoro richiesto da questo processo di elaborazione, Recalcati richiama la storia del funambolo presente in Così parlò Zarathustra, libro al cui centro si trova il messaggio di fedeltà alla terra e di fedeltà alla vita espresso da Nietzsche. 

“Mentre Zarathustra porta questo messaggio, si trova di fronte a un acrobata che cammina su una fune sospesa nel vuoto. L’arrivo di un pagliaccio spaventa il funambolo che perde l’equilibrio e cade a terra. Zarathustra-Nietzsche si avvicina al corpo esangue dell’acrobata che muore tra le sue braccia. Zarathustra non scappa, prende l’acrobata, nel quale si riconosce dato che l’acrobata è immagine dell’uomo, figura della dimensione morente dell’essere umano – noi tutti siamo su quella corda, esposti al rischio di perdere l’equilibrio – e lo carica sulle sue spalle. Inizia così un lungo cammino nella notte, in un bosco dove non passa luce, con il peso dell’acrobata su di sé: questo è il lavoro del lutto”. 

All’alba, Zarathustra avverte di non poter vivere così, di doversi liberare del peso morto dell’acrobata, dandogli sepoltura. Il lavoro del lutto deve finire: “Per seppellirlo, Zarathustra mette il corpo morto dell’acrobata nel cavo di un albero e richiude poi la corteccia. Cosa significa? Significa che il lavoro del lutto finisce quando il corpo di chi abbiamo perduto si trasforma da peso in linfa, linfa che dà vita all’albero”. 

Trasformazione straordinaria grazie alla quale, prosegue Recalcati, “il mio maestro non è più qui, ma è ancora qui nel modo in cui parlo e in cui gesticolo, nella memoria della sua voce”. 

Il lavoro del lutto è quindi “trasformazione di un peso in linfa, di una perdita in separazione, ma la separazione, dato che porto il mio maestro con me, non è mai del tutto compiuta: resta un frammento di luce, resta una memoria vita del mio maestro dentro di me e questo riguarda tutte le persone amate che abbiamo perduto”. 

Come ricorda Recalcati , poco prima di morire il filosofo Jean-Luc Nancy lascia un biglietto con tre parole rivolte ai suoi amici, allievi e familiari. “In questo biglietto Nancy scrive: - Portatemi con voi-. Che significa: - Non venite a piangere sulla mia tomba, ma portatemi con voi, fatemi diventare linfa. In fondo, il compito che abbiamo verso chi non è più qui, non è semplicemente pregare sulla loro tomba, ma portarli con noi, renderli linfa”. 

“Non ergete lapidi. Ma ogni anno / fate che per lui fiorisca la rosa”, come canta Rilke nel quinto dei suoi Sonetti a Orfeo. 



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