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Marinella Perroni e Brunetto Salvarani "Un inno alla teologia"

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Conversazione coi teologi Marinella Perroni e Brunetto Salvarani, curatori del volume “Guardare alla teologia del futuro”

“Un libro da leggere con fiducia” aveva scritto mons. Luigi Bettazzi, l’ultimo dei padri conciliari europei, recentemente scomparso, sul libro Guardare alla teologia del futuro. Dalle spalle dei nostri giganti (Claudiana, 2022), a cura di Marinella Perroni* e Brunetto Salvarani**. Il volume raccoglie i contributi di teologhe e teologi italiani su 26 “giganti” della teologia del dopo Vaticano II.

Giganti, uomini e donne dei cinque continenti, che si sono interrogati su “che cosa vuol dire essere cristiani”, lasciando semi che possono ancora germogliare. Lo si vede negli autori dei saggi contenuti, teologhe e teologi italiani, che mostrano quanto la ricerca teologica in Italia sia ricca e vivace. Il punto di snodo da cui parte Guardare alla teologia del futuro è il Concilio Vaticano II. Due sono le direttrici, oltre alla tradizione, affinché la ricerca teologica possa essere feconda e parlare agli uomini e alle donne del nostro tempo: l’approccio storico-critico alle sacre scritture e il dialogo della teologia con le scienze umane. Si capisce allora che si tratta di un libro da leggere con fiducia perché “da sempre la vita delle chiese dipende anche dalla qualità della riflessione teologica e, soprattutto, dalla capacità di guardare in avanti, di preparare il futuro” (p. 6). La parola “anche” rimanda ad altro, innanzitutto al vangelo, e la Chiesa tramanda la fede e “la testimonianza di Cristo (che) è la ragione dell’esistenza della Chiesa” (Delgado). La Chiesa vive la buona novella, tramanda la Parola, la quale si incarna nella storia di uomini e donne che vivono il loro tempo. Tutto questo in una dinamica di tradizione e innovazione affidata alla ricerca teologia che oggi più che mai deve essere coraggiosa perché ha il compito fondamentale che “assicura alla chiesa la sua fedeltà al vangelo e un’apertura alle ragioni del futuro”. Ne parliamo con i curatori, Marinella Perroni* e Brunetto Salvarani**.

Come è nato questo libro che non è né un’antologia né un manuale di teologia contemporanea?

Perroni: Non avevamo nessuna intenzionalità e non pensavamo a nessun target di lettori. La cosa è nata dentro di me quando è morto Hans Küng, perché per me era la cifra della teologia post conciliare del Novecento, certamente non solo lui, ma lui era particolarmente rappresentativo. Ne ho parlato con Brunetto, trovando una rispondenza totale e abbiamo cominciato a pensare insieme. Abbiamo voluto limitare a teologi e teologhe scomparsi negli ultimi vent’anni per offrire un tracciato, perché abbiamo avuto dei padri/madri straordinari nella fede teologica già in tutta la seconda metà del Novecento. Non volevamo fare un’operazione-ricordo ma dire che questi teologi lasciano dei semi nella ricerca teologica, nella vita ecclesiale. Tutti coloro che hanno partecipato alla stesura del libro hanno detto subito sì, hanno quasi tutti scelto un nome della lista che abbiamo presentato. Poi è venuto il problema della casa editrice, Dopo tentativi presso diverse case editrici, Claudiana, ha accettato e il volume ha avuto il via, immediato.

Salvarani: La dedica di Bettazzi è una testimonianza, un punto di riferimento. Ha ragione Marinella, non avevamo idea di che cosa sarebbe venuto fuori. Ci fidavamo del nostro fiuto e del valore dei teologi che abbiamo coinvolto, perché alcuni di loro sono decisamente i migliori che abbiamo in Italia oggi. Ne è emerso un inno alla teologia, al valore della teologia, alla sua bellezza e ricchezza, al suo carattere interdisciplinare, plurale, al fatto che la teologia, nonostante tanta sofferenza nella biografia di molti dei teologi (in parte anche di quelli che hanno scritto, ma soprattutto di quelli su cui hanno scritto), sono riusciti a vivere delle vite meravigliose, seppur faticose e dolorosissime. Faccio solo un nome, Jacques Dupuis, un martire della teologia. Ha finito la sua vita per il dolore che aveva accumulato, per gli attacchi che aveva ricevuto non dalla stampa ma dalla Congregazione per la dottrina della fede sul suo libro Verso una teologia cristiana del pluralismo religioso che oggi è riconosciuto come il libro più importante, su scala europea, sul tema del dialogo interreligioso, in particolare della teologia del dialogo. Purtroppo, la teologia in Italia, a differenza di quanto accade in Germania, è ancora considerata una “roba da preti”; la teologia invece è laica e su di essa si può lavorare liberamente.

Il mandato conferito da papa Francesco all’arcivescovo Victor Manuel Fernández, a prefetto del Dicastero per la dottrina della fede, può intendersi come segnale di incoraggiamento al libero lavoro della teologia? Gli ha scritto: “È bene che il vostro compito esprima che la Chiesa incoraggia il carisma dei teologi e il loro sforzo di ricerca teologica”. Questo è successo poco dopo che il suo predecessore al dicastero, il cardinale Ladaria, aveva negato il nulla osta a Martin Lintner a diventare preside dell’Istituto di Scienze religiose di Bressannone.

Salvarani: La mancanza di accettazione del voto libero del collegio docenti per Martin Lintner a preside è un segnale molto allarmante. Ma il fatto che quel gesto in Italia, e non solo in Italia, non sia passato sotto silenzio, che ci sia stata una levata di scudi della teologia e di tanti teologi confermano l’assunto del nostro libro, che la teologia è viva e ringraziamo tutti quelli che hanno collaborato ad attestarlo.

Al vostro libro è stato assegnato a Napoli, lo scorso luglio, il premio Nazionale Amerigo delle Quattro Libertà, un riconoscimento morale a opere letterarie che, anche indirettamente, si rifanno alle quattro libertà citate dal presidente americano Roosevelt (1941): libertà di espressione, religiosa, dal bisogno e libertà dalla paura.

Perroni: Di questo premio, per il quale non ci siamo segnalati né lo ha fatto la casa editrice, mi ha impressionato che il libro sia stato recepito come meritevole rispetto alla seconda delle libertà proclamate da Roosevelt e cioè la libertà di religione, perché molti hanno pagato un prezzo alla libertà di religione ma non con un nemico esterno, ma “dentro casa”, nella religione cristiana, Nel momento in cui mettono il nostro libro in relazione alla libertà di religione, non si tratta di una testimonianza martiriale di fronte ai regimi atei ma è in riferimento alla libertà di pensiero all’interno del sistema religioso. Questa dovrebbe essere la teologia, che all’interno del sistema veicola, spinge alla libertà di pensiero, il che significa andare avanti.

Che cosa significa “andare avanti”, “guardare avanti”? Come divulgare la teologia senza scadere in una forma di marketing comunicativo a sfondo teologico?

Perroni: La grande svolta è stata l’impatto della teologia con le scienze umane, che erano un esito della modernità, quindi si è trattato dell’impatto della teologia con la modernità e di un’ibridazione reciproca. Un’ibridazione che continua ed è secondo me fondamentale. Oggi abbiamo in Italia anche degli “influencer” della teologia, alcuni chierici o teologi, che ritengono che il ruolo della teologia sia quello dell’influencer. Ma i teologi veri quelli che abbiamo alle spalle e che non potremmo mai replicare perché i tempi sono cambiati, perché le modalità sono cambiate, perché il tempo e lo spazio non sono più gli stessi, non volevano fare gli influencer, ma si sentivano chiamati in causa per elaborare orizzonti di pensiero sui quali capire cosa significa essere cristiani in un tempo in cui sono cambiate le coordinate del vivere e del pensare? Ognuno di loro poi l’ha fatto nel suo campo di specializzazione. Si sono sobbarcati di una fatica, ma era la fatica di voler interagire con le scienze, il pensiero, le mutazioni perché gli esseri umani vivono lì, e la teologia può dare un cibo che nessun altro dà. Questi personaggi ci interpellano perché non è questione di marketing comunicativo a sfondo teologico né di paternalistica pastorale. In prima istanza come credente, poi come pensatore, come intellettuale organico dentro una chiesa, la storia del mondo ci interpella a saper ripensare la fede in funzione degli uomini e delle donne di questo tempo. È una sfida grandiosa.

Salvarani: Credo che una delle motivazioni di questo libro sia la consapevolezza del fatto che, come dice papa Francesco, siamo in un cambio d’epoca. Sulla ricezione di una cosa così enorme come il Concilio pesa, negli anni successivi e nei decenni successivi, tutta una serie di ipoteche negative, banalizzanti, sottovalutanti per cui, dal momento che io mi occupo di ecumenismo e di dialogo interreligioso oltre che di missione, mi domando quanto tutto questo sia penetrato nelle nostre chiese e nelle nostre comunità; quanto il rapporto fra cristiani ed ebrei, come sosteneva Carlo Maria Martini, è diventato un rapporto strategico attraverso il quale rivedere il nostro modo di essere Chiesa, il nostro modo di fare liturgia, il nostro modo di guardare le Scritture. Sull’ecumenismo siamo sempre arrancanti e faticosamente in attesa di quel segnale che lo faccia diventare la quotidianità. “Non possiamo non dirci ecumenici”, e poi invece purtroppo come Chiesa continuiamo a ragionare in termini monocratici e soprattutto a non guardare la storia della Chiesa con un’ottica ecumenica come il decreto Unitatis redintegratio (1964) ci inviterebbe a fare. Sulla missione, Ad gentes invita chiunque a essere missionario e sostiene che la missione è un dato teologico. Oggi ce ne rendiamo conto ancora di più perché in un tempo di esculturazione del cristianesimo in Europa – come affermano Danièle Hervieu Léger, sociologa delle religioni e Christof Theobald, teologo cattolico – ci rendiamo conto di come si tratti di ricominciare da capo. Ecco questo ricominciare daccapo trova nel libro due o tre direttrici importanti che vorrei segnalare: una è che dobbiamo abituarci ad abitare il confine, fecondo per la conoscenza, ed è l’alterità che ci abita. La seconda è che la teologia, per essere efficace, deve guardare al futuro. Pensare oggi la Chiesa di domani è il nostro compito. Non abbiamo voluto fare dei medaglioni: abbiamo chiesto ai teologi amici italiani quello che secondo loro a partire dal lavoro dei teologi defunti ci poteva servire per guardare in avanti e per pensare il cristianesimo del futuro.

Qui le sottolineature sono tante: per esempio tutto il discorso di genere, che emerge continuamente, evidenzia che in Italia oggi la teologia fresca, più intelligente venga dalle donne. Ma c’è anche la dimensione planetaria della teologia, quella interreligiosa. Sono tutti aspetti che emergono bene dal libro e il libro dice anche che, volendo, c’è un grande spazio di azione davanti a noi.

E sulla divulgazione della teologia?

Perroni: La teologia è un cibo solido, anzi è una pluralità di cibi. Chi li assume deve essere, come dire, allattato, svezzato e poi deve sapere elaborare quello che riceve, che legge. Questa è un’operazione molto seria e io continuo a pensare a un laicato cattolico, precedente alla mia generazione, che ho stimato moltissimo perché sapeva fare divulgazione, pur non avendo i titoli accademici. Lo sapeva fare leggendo le riviste, i libri, approfondendo i temi. Insomma era un laicato, penso al MEIC (Movimento Ecclesiale di Impegno Culturale), alla FUCI (Federazione Universitaria Cattolica Italiana), all’Azione cattolica. Il dramma è quando un approccio alla teologia, in modo tutto particolare nel tempo della formazione, postula un abbassamento del tono, un azzeramento della problematica, della complessità e soprattutto diventa il diversivo dalla vita, dal pensiero, dai problemi.

I ventisei teologi: Giuseppe Alberigo (Alberto Melloni); Rubem Alves (Marco Dal Corso); Tissa Balasurya (Gaetano Sabetta); Kari Elisabeth Børresen (Selene Zorzi); Olivier Clément (Natalino Valentini); James Cone (Paolo Naso); Mary Daly (Letizia Tomassone); Paolo De Benedetti (Massimo Giuliani); James D.G. Dunn (Rosanna Virgili); Jacques Dupuis (Sergio Tanzarella); Jean-Marc Ela (Giulio Albanese); Claude Geffré (Claudio Monge Op); Rosemary Goldie (Cettina Militello); Catharina Halkes (Clara Aiosa); Martin Hengel (Eric Noffke); Hans Küng (Vito Mancuso); Ghislain Lafont (Stella Morra); Johann Baptist Metz (Vito Impellizzeri); Raimon Panikkar (Roberto Mancini); Paolo Prodi (Marcello Neri); Paul Ricoeur (Andrea Grillo); Juan Carlos Scannone (Fabrizio Mandreoli); Edward Schillebeeckx (Serena Noceti); Dorothee Sölle (Fabrizio Bosin); Adriana Zarri (Stefano Sodaro); Erich Zenger (Antonio Autiero). Postfazione di Cristina Simonelli.

*Marinella Perroni, doc. em. di Nuovo Testamento al pontificio Ateneo Sant’Anselmo, ha fondato il Coordinamento Teologhe Italiane (CZI). 

**Brunetto Salvarani, teologo esperto di dialogo interreligioso ed ecumenismo, è doc. di Missiologia e Teologia del dialogo a Bologna, Modena e Rimini.

Intervista di Paola Colombo per il Corriere d'Italia (pubblicazione italiana in Germania)


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