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Crisi delle Chiese. Se il Cristianesimo non “funziona più”

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Intervista a cura di Claudio Paravati per Confronti di luglio/agosto 2023

Teologo, giornalista, scrittore e conduttore radiofonico, Brunetto Salvarani è docente di Missiologia e Teologia del dialogo presso la Facoltà Teologica dell’Emilia-Romagna di Bologna e presso gli Istituti di Scienze Religiose di Bologna, Modena e Rimini. È direttore della rivista QOL ed è presidente dell’Associazione Italiana Amici di Nevé Shalom Wahat al-Salam. Tra i suoi libri più recenti ricordiamo: Dell’umana fratellanza e altri dubbi (con Adnane Mokrani, Terra Santa 2021), Fino a farsi fratello di tutti. Charles de Foucauld e papa Francesco (Cittadella 2022) e Guardare alla teologia del futuro (a cura di, con Marinella Perroni, Claudiana 2022). Nel suo ultimo libro,  Senza Chiesa e senza Dio. Presente e futuro dell’Occidente post-cristiano (Laterza, 2023) analizza la crisi epocale che tutte le Chiese cristiani stanno attraversando, soprattutto nei Paesi europei. Cosa resterà, della Chiesa di oggi, nei prossimi decenni? Che cosa rischiamo tutti di perdere in una cultura in cui il Cristianesimo che abbiamo ereditato dal passato non dovesse più “funzionare”?

La teoria della secolarizzazione sembra non essersi avverata ma il ritorno del religioso non è quello delle Chiese piene di fedeli, né di preti, pastori e missionari: è la fine delle chiese cristiane tradizionali?

Partiamo da un dato di fatto: diversamente rispetto a un passato recente, oggi, una sia pur rapida istantanea sulle varie credenze non può che fotografarle come un processo in costante divenire; ed è possibile senza problema alcuno scegliere di essere atei o agnostici, seguire un’ortodossia religiosa, cambiare confessione, ritagliarsi un proprio specifico percorso all’interno delle religioni. Inoltre, mi pare un evento ormai conclamato l’es-culturazione del cristianesimo – come la chiama Christoph Theobald – dal paesaggio sociale e dall’immaginario europei; un evento che giustificherebbe ampiamente l’aprirsi di un dibattito pubblico, di cui in realtà per ora si fatica alquanto a scorgere i contorni. In questo scenario (mosso), scorgo due narrazioni fondamentali sul futuro delle Chiese: una, minoritaria, ottimista, e un’altra, largamente prevalente, pessimista. Secondo la prima, le Chiese sarebbero destinate a emergere trionfanti dall’attuale palude stigia: contro ogni probabilità, esse proseguiranno ad adempiere il loro mandato divino di evangelizzare i loro contemporanei; stando all’altra, per contro, il loro declino è inevitabile, a gioco medio-lungo, e il Cristianesimo – come ogni altra religione, si presume – è destinato a perdere influenza e a tirare i remi in barca, mestamente. Ecco perché, a mio parere, no, non è la fine delle Chiese tradizionali, ma è per loro il tempo del crogiolo: c’è da rimboccarsi le maniche ma ancor più il pensiero, perché da troppo tempo, come Chiese, abbiamo smesso di pensare. A conti fatti, e a dispetto dei numerosi profeti di sventura (compagni ideali di quelli deprecati da Giovanni XXIII mentre introduceva, sessant’anni or sono, il Vaticano II con la Gaudet Mater Ecclesia), questo cambiamento d’epoca non solo non dovrebbe mettere paura, ma se affrontato con il piglio giusto potrà fare del bene al vangelo, alle Chiese e alla loro credibilità (ma anche ai cosiddetti non credenti, e alla società tutta).

C’era una volta il praticante… E oggi?

È vero, stiamo assistendo alla scomparsa del cosiddetto praticante, campione riconosciuto della partecipazione rituale nel quadro della civiltà parrocchiale abilmente inventata dal concilio di Trento: una figura che sottintendeva un’associazione incrollabile fra credenza e appartenenza. Come ha spiegato la sociologa Danièle Hervieu-Léger, nella stagione della post-modernità, caratterizzata da un panorama religioso dominato dalla fluidità degli itinerari di fede fai-da-te e dall’estrema mobilità di aggregazioni comunitarie costantemente negoziate e rinegoziate, si tratta in effetti di un personaggio sempre più obsoleto. Da parodiare, semmai, come avviene ad esempio nella famosa serie a cartoni animati della famiglia Simpson, con il personaggio di Ned Flanders, l’inflessibile vicino di casa dello sprovveduto Homer, un integralista senza se e senza ma. La figura che parrebbe adattarsi meglio alla mobilità tipica della post-modernità religiosa è invece quella del nomade, o del pellegrino. Mentre la figura del praticante era necessariamente collegata con una pratica rituale fissa e obbligatoria, ben regolata dall’istituzione, comunitaria e territorializzata, stabile nonché ordinariamente ripetuta, quella del nomade dello spirito e del pellegrino si segnala per una pratica individuale e volontaria, autonoma, modulabile e mobile.

Dedichi un capitolo intero al mondo del pluralismo religioso. Il mondo è un grande “condominio” di religioni, antiche, nuove, e di non religiosi. È un panorama inedito?

Fino a pochi decenni fa, in Europa la maggioranza delle persone viveva all’interno di gruppi religiosi ristretti e circoscritti nei loro contorni sociali, con una coscienza piuttosto marcata – anche in quanto sostanzialmente indisturbata – della propria identità (spesso in realtà diffusa, ma abbastanza blanda e segnata più da rituali popolari e tradizioni ancestrali che da convinzioni profonde) e della differenza che li separava da individui appartenenti a tradizioni religiose altre. Buddhisti, hindusikh, gli stessi musulmani, ad esempio, abitavano territori lontani geograficamente e ancor più mentalmente, frequentati soltanto da pochi fortunati turisti o dagli studiosi occidentali, visti come testimoni di percorsi spirituali curiosi, esotici, talvolta poco più che folkloristici. E alla fine, soprattutto, secondo la generale convinzione dei cristiani, noi avevamo ragione, e loro, pur se in buona fede, avevano torto. Oggi, la multireligiosità è un dato di fatto, con cui pure fatichiamo a fare i conti… C’è un grande spazio, pertanto, per il dialogo interreligioso.

A un certo punto il libro ci mette di fronte a Dio, alla Bibbia e alla figura di Gesù. Mi pare che  così facendo vuoi condurci attraverso i “punti fermi” da cui ricominciare a ragionare sul futuro. Andiamo con ordine: perché ci parli del “trasloco” di Dio, cosa significa?

Intendo dire che Dio, il Dio cristiano, sta cambiando indirizzo: ad esempio, se durante la seconda guerra mondiale i primi tre paesi cattolici su scala mondiale erano Francia, Italia e Germania, con relativa leadership sul piano simbolico e teologico, ora sono stati rimpiazzati rispettivamente da Brasile, Messico e Filippine, con un forte ridislocamento verso la cultura ispanica e il Terzo Mondo. Non diverse le risultanze in campo protestante: se gli Stati Uniti conservano il primato, al secondo posto c’è la Nigeria, più o meno alla pari con la Germania e l’Inghilterra. Mentre la maggioranza degli anglicani è di pelle nera, africani, americani o australiani. Nel complesso, le Chiese cristiane si trovano esposte a una cesura considerabile la più profonda dal tempo della comunità primitiva. Proiettandoci sul 2050, solo un quinto dei presumibili tre miliardi di cristiani sarà costituito di non-ispanici bianchi. Senza trascurare un fenomeno su cui, invece, dovremmo guardare con attenzione: quello delle Chiese indipendenti africane, soprattutto di matrice pentecostale, che stanno mettendo in discussione il monopolio dell’offerta del cristianesimo su quel continente delle grandi Chiese, cattolica e protestante. Alla fine, non sembra solo una boutade quella offerta da P. Jenkins, secondo il quale «presto l’espressione un cristiano bianco comincerebbe a suonare come un curioso ossimoro, leggermente sorprendente, tipo un buddhista svedese. Persone così esistono, ma nel termine è implicito un pizzico di eccentricità».

E che ruolo vedi nel libro, per la Bibbia?

Beh, nelle Chiese del futuro, in ogni caso, non si potrà fare a meno della Bibbia; anzi, non si dovrà, o meglio, non si dovrebbe, se ci si sofferma sul fatto che, nell’autocoscienza di alcune Chiese (penso in particolare alla mia, la Chiesa cattolica), per molti secoli il rapporto con il testo biblico è stato intermittente e alquanto labile, non di rado problematico e discusso, e talora quasi inesistente, almeno su vasta scala. 

La Bibbia è un libro con il quale siamo chiamati a confrontarci, credenti o non credenti, laici o religiosi che siamo. I suoi personaggi si affannano e comunicano, s’innamorano e lavorano, combattono e piangono, mentono e tradiscono, uccidono e vengono uccisi, desiderano e sognano, mangiano e si divertono: sono, dunque, come gli uomini e le donne di ogni tempo e di ogni luogo, di ieri e di oggi, chiamati, se ci riescono, a umanizzarsi e a fare i conti con la nostra fragilità così come lo siamo noi. La Bibbia, vorrei dire, con Dio a scuola di umanità. E pesa molto, purtroppo, l’attuale analfabetismo biblico, una piaga che dovrebbe allarmarci più di quanto non accada…

E infine Gesù…

Credo sia decisivo, pensando al futuro delle Chiese, soffermarsi in particolare sulle due svolte novecentesche nell’interpretazione della figura di Gesù: la sua realtà ebraica e la sua dimensione umana. Nella convinzione che se, da un lato, Gesù rimane il nervo scoperto delle Chiese cristiane, attorno al quale occorrerà lavorare sempre di più in funzione di un reale e aperto dialogo ecumenico, dall’altro non si dovrebbe dimenticare che Gesù è l’unica personalità che ha rivoluzionato per sempre il mondo… Si tratterà pertanto, per i cristiani tutti, di cimentarsi a seguire il Cristo nella sua umanità reale – l’umanità di uomo che ha conosciuto come tutti dubbi, angosce e tentazioni – e nella sua ebraicità. Il recupero dell’umanità di Gesù, fra l’altro, ci sta consentendo di comprendere quanto Karl Rahner espresse con il suo teorema del rapporto direttamente proporzionale tra l’umanità e la divinità nella comprensione del suo mistero: quanto più divino, tanto più umano; quanto più umano, tanto più divino. Perché è l’uomo Gesù che ha narrato Dio, ed è nell’uomo Gesù che «abita corporalmente la pienezza della divinità» (Col 2,9); è con l’uomo Gesù che i credenti in lui sono e saranno chiamati a camminare in una vita personale e comunitaria, il più possibile umana ed umanizzata. Con lui che, infatti, «ci insegna a vivere in questo mondo con sobrietà, con giustizia e con pietà» (Tt 2,12).

In chiusura: nuove virtù teologali, così le chiami. cosa intendi?

Sono convinto sia necessario rileggere le virtù teologali, quelle che, nella tradizionale teologia cristiana, riguardano direttamente Dio, hanno Dio per oggetto e fondano l’agire umano favorendo – per così dire – un accesso diretto a Dio stesso. Ipotizzando che le future virtù, in realtà, saranno formalmente ancora quelle antiche, rintracciabili nella Bibbia e codificate appunto dalla tradizione – la triade fedesperanza e carità – ma rivisitate e ripensate alla luce dei nuovi contesti sociali e culturali (ad esempio, per Theobald sarebbero ospitalità e santità, oggi, i loro nuovi nomi). Un’operazione già in corso, che va continuamente rilanciata, tanto più che, se c’è un tratto ad accomunarle, è la sensazione generalizzata che esse siano diventate non solo difficili da praticare, ma anche da comprendere a fondo. Eppure, con la fede, la speranza e la carità siamo tutti chiamati a confrontarci, pensando al valore insieme spirituale e civile delle nuove virtù teologali… Certo, nel futuro contesto sempre più secolarizzato e post-secolare, quel che resta del Cristianesimo e dei cristiani – non solo in Occidente – si troverà a operare in uno spazio pubblico affollato di proposte etiche, morali, spirituali e teologiche variopinte, non di rado in contrasto fra loro e destinate a confrontarsi con il basso continuo della permanenza di atteggiamenti e stili di vita pienamente secolarizzati. Qui siamo, con le macerie del Cristianesimo di ieri ancora fumanti. Ma non servono, e non serviranno, posture passatiste. E non serve a nulla, neppure stavolta, rimpiangere le cipolle egiziane.

Leggi anche "Quale posto per Dio e per la Chiesa?" di Mariangela Maraviglia 


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