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Paolo Crepet: “Con la sua intervista coraggiosa e rivoluzionaria Michela Murgia dà la parola ai morituri”

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«Michela Murgia dà la parola ai morituri. E lo fa con delle parole laiche, coraggiose. Bellissime e rivoluzionarie». Così lo psichiatra Paolo Crepet commenta l’intervista del Corriere della Sera in cui la scrittrice racconta di avere un carcinoma renale al quarto stadio con metastasi a polmoni, ossa, cervello. «Mi sto curando con un’immunoterapia a base di biofarmaci. Non attacca la malattia; stimola la risposta del sistema immunitario. L’obiettivo non è sradicare il male, è tardi, ma guadagnare tempo. Mesi, forse molti» racconta.

Quando Aldo Cazzullo le chiede se la morte non le pare un’ingiustizia, Murgia risponde di no, e dice «ho cinquant’anni, ma ho vissuto dieci vite. Ho fatto cose che la stragrande maggioranza delle persone non fa in una vita intera. Cose che non sapevo neppure di desiderare. Ho ricordi preziosi». Perché le sue parole contengono una rivoluzione?

«Noi siamo immersi in una cultura cattolica che ci dice che il dolore redime. A me è sempre sembrato un pensiero scabroso. La religione ha fatto della morte uno strumento di marketing. Almeno ai miei tempi, in tutti le classi stava esposto un condannato a morte. Mi sono sempre chiesto perché invece non si è scelto un bambinello sorridente. Anche nelle nostre agende, ogni giorno si ricorda un morto martoriato. Questa ossessione della morte come apice della vita rende più importante il modo in cui si muore che quello in cui si è vissuto. Le parole di Michela Murgia sono laiche, rivoluzionarie. Così rappresenta e fa parlare i morituri, a cui non si dà una voce. Abbiamo raccontato storie strane e assurde ai nostri bambini sulla morte dei nonni, così il momento della fine per cultura, per tradizione, deve restare velato. Lei ha tolto il velo al patibolo. E lo ha fatto parlando di se stessa e per farlo ci vuole coraggio. Qualche cretino magari dirà che è esibizionismo, ma sono molto lontano da questi cori miserabili».

È un’intervista che può “far del bene” a chi si trova nella sua stessa situazione?

«Certo che sì, ma non solo. Anche a chi sta loro vicino. La morte ammorba un nucleo famigliare. E su questo, Murgia riesce a toccare un altro aspetto che da cittadino trovo fondamentale. E anche in questo caso con eleganza».

Sul suo, imminente, matrimonio dice: «lo Stato alla fine vorrà un nome legale che prenda le decisioni, ma non mi sto sposando solo per consentire a una persona di decidere per me. Amo e sono amata, i ruoli sono maschere che si assumono quando servono».

«Non sposarsi è una scelta d’amore, che evita l’ombra di qualsiasi interesse, al contrario del matrimonio. Da cittadino e laico, trovo assurdo che a un certo punto della vita ci si debba sposare “per mettere a posto le cose”. Questo dice molto della nostra cultura medioevale».

Il coraggio di raccontarsi sta dalla parte delle donne?

«Generalizzare è sempre sbagliato e lo è anche in questo caso. Si può dire però che le donne sono più portate all’introspezione. Lo vede chi fa il mio mestiere. E lo vedo anche da scrittore. Le donne leggono di più, non solo saggi, ma anche romanzi. E cos’è il romanzo se non un’introspezione? Le donne hanno un rapporto mensile con il dolore e con la perdita. Un vecchio fisiologo diceva che “le mestruazioni sono l’utero che piange”. È ovviamente una metafora, che va letta nel senso di vedere le mestruazioni come un’occasione che ci obbliga al confronto con il nostro corpo. Anche quando si avviano alla menopausa, le donne sono da sempre e sempre costrette a fare i conti con la corporeità, con la propria vita. C’è ancora una cosa che vorrei dire a Murgia».

Che cosa le vorrebbe dire?

«Le vorrei dire grazie. Per le parole e il coraggio».

Fonte: La Stampa

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