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Susanna Tamaro, la riflessione sulla Pasqua. «Vedere il mondo con gli occhi dell’anima»

Se penso alla mia infanzia, mi tornano in mente vari Natali, mentre a parte qualche sfuocata immagine di uova sode colorate, non ho alcuna memoria della Pasqua. Per Natale, dai bisnonni, c’era il grande abete che emanava l’odore di resina nella stanza, c’era il crepitio delle fiammelle — allora, in barba a tutte le norme di sicurezza, venivano accese delle candele sugli alberi — c’era la misteriosa attesa dei doni e l’ancor più misterioso latore di tali doni, Gesù Bambino. Il suo rivale — il pancione barbuto di rosso vestito — stava ancora a strigliare le sue renne in qualche paese coperto dalla neve e dai ghiacci. La mia famiglia non era praticante e dunque a quel giorno non si associava alcun rito religioso; era considerato soltanto un momento di festa per ricordare la nascita di un bambino speciale in grado di esaudire i desideri degli altri bambini. Per me Gesù Bambino era Bambino per sempre e non potevo immaginare che sarebbe cresciuto e sarebbe andato incontro al suo destino di uomo adulto.

Soltanto intorno ai sette anni, durante un soggiorno in una colonia, avevo scoperto cosa ne era stato di Lui: eravamo tutti bambini delle scuole elementari e ci avevano portati un pomeriggio al cinema del paese a vedere un film americano, Barabba. Non sono in grado di ricordare se mi fossi subito resa conto che quell’uomo insultato, frustato e gettato nella polvere fosse lo stesso che da bambino mi aveva portato i doni, mentre rammento bene il senso di disagio che mi avevano provocato quelle scene: un disagio che era diventato angoscia assoluta quando Pilato aveva chiesto dal balcone: «Chi volete libero, Gesù o Barabba?». Tutto il mio essere aveva gridato in silenzio Gesù Gesù Gesù! ma la folla in un unico boato aveva ruggito «Barabba», scaraventandomi nella disperazione di chi, a un tratto, si rende conto che il male, l’odio e la menzogna trionfano tra gli uomini, mentre la mite innocenza è destinata ad essere sconfitta. Era chiaro infatti che Gesù era buono mentre Barabba si destreggiava abilmente tra la crudeltà del mondo: perché nessuno, dunque, aveva gridato Gesù? Durante la visione di quel film, quando Gesù aveva risposto con il silenzio alle richieste di Erode di compiere dei miracoli per potersi salvare, una parte di me era insorta, speranzosa: «Parla, fagli vedere quello che sai fare» ma Lui era rimasto zitto. Dare un senso a quel silenzio è un lungo cammino che non tutti hanno voglia di intraprendere. Tanto il tempo del Natale è quello dell’amore distribuito e banalizzato a piene mani, altrettanto il tempo della Pasqua è il tempo dell’odio.


La Pasqua ci ricorda gli abissi dell’animo umano. È una festa in cui ronzano le mosche attratte dal sangue, una festa in cui c’è polvere, sudore e continui gesti di puro sadismo. Chi mai può desiderare di festeggiare un episodio del genere? Molto meglio dunque pensare che, in fondo, non sia altro che la festa della primavera e celebrarla con allegre compagnie e con abbondanti libagioni; non si dice infatti: Natale con i tuoi, Pasqua con chi vuoi? regalando un libera-tutti che ci solleva dal contemplare il mistero del male che vive in noi e che, appena può, devasta i nostri giorni? Ammettere la presenza del male che ci inabita è la realtà più fortemente rimossa nel mondo contemporaneo. Tutti abbiamo pronti sulla lingua un crocifiggilo! ma tutti siamo anche angelicamente convinti che questa parola non ci appartenga. Non sarà forse per questo che, in questi tempi così bui, così cupi, così devastati da venti di paura, questo nostro piccolo pianeta, aizzato dai media, si è trasformato in un’unica angosciosa e ferocissima piazza del Sinedrio? Che cos’è che odiamo tanto? Odiamo tutto ciò che ci fa sospettare l’esistenza di una realtà diversa da quella della pura materia. La materia infatti è in nostro potere, possiamo manipolarla a nostro piacimento, indifferenti al fatto che, dalla distruzione dei rapporti umani alle guerre mondiali, tutto discende dall’imperio del suo potere. Cosa c’era in Gesù di così provocatorio da scatenare l’odio delle folle? Non è forse lo stesso odio che vediamo divampare ai nostri giorni contro chiunque o qualsiasi cosa ci ricordi che esiste una realtà che ci trascende e che questa realtà è illuminata dalla luce del bene? Questa luce è lo Spirito puro della vita. La vita vive dell’amore racchiuso in sé stesso. Ed è l’odio per questa energia inarrestabile e impossibile da manipolare che scatenava quel giorno la folla di Gerusalemme, è lo stesso odio che tutti i giorni, da allora fino ad oggi, continua a divampare contro chiunque manifesti in sé lo spirito libero e innocente dell’esistenza.

E dunque mai come ora dobbiamo riflettere sul vero significato della Pasqua. La parola Pasqua vuol dire passaggio, perché ricorda la liberazione degli ebrei dall’Egitto. E noi, quale passaggio dovremmo fare? Quello della liberazione dai nostri Egitti interiori, dalle schiavitù che ci rendono sempre più lontani dalla verità dell’umano; il passaggio che ci porti a contemplare un’altra dimensione del tempo. Il tempo! Non è forse questo il vincolo claustrofobico con cui ci tengono prigionieri gli invisibili faraoni di questa nostra epoca? Il tempo attuale ha un’unica dimensione, quella di Cronos che divora i suoi figli. Non viene più lasciato un tempo per l’intimità, per la crescita, per le domande. Bisogna produrre e consumare, consumare e produrre. E nel momento in cui non sei in grado di fare né l’uno né l’altro, sei eliminato dal sistema come se fossi una pallina di una roulette impazzita. Del diritto di riappropriarsi di un tempo umano — il tempo in cui concedersi l’inquietudine delle domande, il tempo di andare alla ricerca delle risposte, di vivere le relazione nella luce dell’intima comprensione della fraternità — non si sente purtroppo parlare mai. Il compimento della Pasqua si manifesta proprio in questo: nell’Eterno che spezza la crosta opaca e rigida del tempo e, con un raggio di luce, irrompe — o meglio irromperebbe, se gli permettessimo di farlo — nei nostri cuori, ricordandoci che la nostra vita è sempre affacciata sul mistero e che questo mistero è illuminato dalla salvifica presenza della speranza. Nel mio racconto Per voce sola, la protagonista di famiglia ebraica raccontava che il padre aveva l’abitudine di portarla in giro al sabato per la città facendole osservare le cose che nei giorni normali potevano esserle sfuggite. Perché oggi, le diceva, tu vedi tutto con quattro occhi. I tuoi occhi più quelli dell’anima. Ma mentre per gli ebrei, il Sabato continua ad essere Sabato, nel cristianesimo è avvenuta una totale profanazione del tempo della Domenica, che è diventata un giorno come tutti gli altri, anzi forse anche peggio perché, essendo libera dal lavoro, si è trasformata in un’occasione di massimo consumo. E il tempo per le domande? Il tempo per scoprire lo sguardo dell’anima? Allora, tra tutti i diritti che vengono reclamati, non sarebbe il caso di aggiungere questo? Il diritto del tempo dell’umano, un tempo che si affaccia sul mistero della morte e costantemente si interroga su questa realtà. E direi anche il diritto di preservare l’innocenza dei bambini che, senza alcun condizionamento dogmatico, capiscono da soli che tra Gesù e Barabba, è meglio scegliere Gesù.


Susanna Tamaro

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