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Enzo Bianchi "L’insegnante che manca"

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La Repubblica 
 6 febbraio 2023
per gentile concessione dell’autore. 

A partire dalla straordinaria esperienza fatta come docente universitario, ho continuato ad avere rapporti con gli studenti ascoltando la loro insoddisfazione per la mancanza di insegnanti: non di professori che facciano lezione, ma di autentici insegnanti, portatori, datori e trasmettitori di segni, simboli, chiavi ermeneutiche per interpretare la realtà e la vita. 
L’in-segnante è colui che fa segno, che indica l’orizzonte, che aiuta nel trovare l’oriente da dove scaturisce la luce. Proprio come l’oracolo di Delfi: “Il Signore a cui appartiene l’oracolo non dice né nasconde, ma fa segno (semaínein)”. Esperto nella vita sa dire parole di stimolo alla ricerca; suggerisce e non impone, ma neppure tace. Scriveva Adolphe Gesché: “Noi insegnanti siamo chiamati a porre gesti espressivi, portatori di senso e di vita, perché insegnare ha a che fare con il problema del senso nella sua triplice accezione di significato, orientamento, sapore/gusto. È nella ricerca del significato che si comprende la realtà, il mondo; è nel discernere l’orientamento che si aderisce al destino della vita e si trova un fine all’esistenza; è nel sapore/gusto che vengono mobilitati i sensi per accedere alla bellezza dell’opera d’arte”. 
L’insegnante, in rapporto con persone più giovani, accende una relazione che non è né asettica né periferica, ma, come osserva Recalcati, è erotica sebbene asimmetrica. L’insegnante ha una funzione generativa e grande è la sua responsabilità educativa. Se educare (da educere) significa “condurre fuori da…, verso, far uscire”, l’insegnante deve far fare un esodo introducendo al rischio della libertà connessa alla vita. 
Certo, in una società senza padri questo rapporto è delicato perché l’insegnante deve sentirsi non un padre ma un traghettatore, tutt’al più un iniziatore nei confronti del giovane, che vive in un mondo in cui si è gettati nella vita, piuttosto che accolti e accompagnati. 
Non si può dunque educare senza insegnare: l’educazione senza l’insegnamento risulta vuota e degenera in retorica morale. Ma si può insegnare senza educare, come osservava Hannah Arendt (in Tra passato e futuro) quando suggeriva che: “L’educazione è il momento che decide se noi amiamo abbastanza il mondo da assumercene la responsabilità e salvarlo così dalla rovina, che è inevitabile senza il rinnovamento, senza l’arrivo di esseri nuovi, di giovani”. All’interno della cultura di oggi che afferma il primato della tecnica sulla sapienza, in una società popolata da immagini ma che ha perso il senso dei simboli, in un contesto di crisi di autorevolezza che è essenziale nei processi di educazione, di trasmissione del sapere e dell’arte del vivere, l’insegnante deve tradere, trasmettere, saper donare parole. La sua auctoritas è facoltà di far crescere il discepolo, accendendo in lui il desiderio di ciò che gli manca. Quando ascolto i giovani studenti sento che questa è la loro ricerca: trovare qualcuno che faccia loro segno su come entrare nella vita.
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