La morte, nell’inno alla vita. Intervista a Enzo Bianchi

stampa la pagina

Ho incontrato in un mattino di Natale la voce stentorea, distinguibile, di  Enzo Bianchi. Era un incedere che attraversava le stanze, al cui richiamo lo sfaccendare del mio mattino si è fermato. Mi sono seduto sul divano e ho ascoltato quelle parole uscire dalla radio, nel loro monito di coscienza temprato da un sapere discreto, stemperato da un ritmo pacato, ma indomito. Parole sulla guerra oggi alle cronache, sull’obiezione di coscienza in Russia, dentro le quali si avverte il grido della ragionevolezza assieme alla misericordia del cuore di monaco. In cui si sentono vibrare i timori dell’uomo che dubita e assieme a quelli lo spirito che crede.

Radio 3, puntata della vigilia di “Uomini e Profeti”. L’ex priore di Bose parla del suo ultimo libro uscito per Il Mulino a novembre scorso. Un libro-meditazione sull’al di là, sulla morte, sulla fatica e la necessità d’invecchiare integrando nel corpo i segni della fine, preparandosi così al suo distacco; medita sui cicli cosmici della vita e della morte ai quali nessuno sfugge nonostante la rimozione da parte del presente, l’esilità di una cultura del dolore.

Leggendo l’ultimo libro di Enzo Bianchi: “Cosa c’è di là. Inno alla vita”, ritroviamo quella sua stessa voce uscire dalle pagine.

“Se tutto va bene settant’anni, ottanta se ci sono le forze” si legge – con le parole del salmo biblico – nel capitolo “Imparare a morire?”; l’autore va con quel salmo alla mente verso i suoi ottanta anni, raccontando i primi acciacchi e le paure di attacchi ben più gravi da parte del tempo, ricordando come fin da ragazzo abbia osservato, temuto e infine poi accolto l’idea e la realtà della morte che ha preso sua madre quando lui era ancora bambino. In un orizzonte comune di credenti in Dio, ma anche di non credenti, tutti in viaggio verso un comune destino.

Mettere assieme morte, vita, eternità in un libro di centocinquanta pagine è un atto di coraggio e di grande umiltà ad un tempo. Un azzardo dice l’autore stesso, che con questi capitoli integra un lavoro sulla senilità iniziato nel libro precedente, “La vita e i giorni. Sulla vecchiaia”. Il tema gli è caro, lo affronta, lo abita, sfidando l’ipocrisia del contemporaneo verso la morte e il dolore.

Del drammatico confronto tra vita e morte Bianchi a un certo punto non ha avuto paura; una volta ricordato il Cristo che ha saputo morire come uomo e poi risorgere in Dio, le paure hanno perso forza. Per tutto il resto, cosa c’è di là, i possibili inferni e i paradisi, i vuoti di fiducia e le epifanie del sacro nella vita di tutti, l’autore si affida all’uomo interiore che è in ciascuno, credenti e non credenti, umani tra gli umani nel ventre comune della terra. Un uomo interiore che va saputo coltivare e condividere con gli altri, nel “miracolo dei cuori che avvicinano altri cuori” dice, nell’amore per le relazioni con gli uomini e con la madre terra, in armonia coi cicli sul pianeta e nel cosmo, tutti partecipi allo stesso tempo, compenetrati indissolubilmente di vita e di morte.

Con una disponibilità che non mi ha sorpreso, Enzo Bianchi si è prestato a qualche domanda sul libro e le sue risonanze.

D: Parto da una prima impressione dopo la lettura. Si riconosce una letterarietà che la supporta nelle pagine del libro, un’immediatezza della scrittura su temi scomodi, che potrebbero mettere in difficoltà sia il lettore che l’autore. Lei riesce a comunicarli attraverso uno stile sobrio, che chiama in causa Rimbaud, Cioran, Camus assieme a Sant’Agostino e ai padri della Chiesa: che rapporto ha con la scrittura e la letteratura Enzo Bianchi?

E.B.: Le dirò che molti trovano questo libro letterariamente bello, addirittura poetico, ma io non ne ho grande coscienza; ho sempre avuto difficoltà ad esprimermi con la scrittura fin da ragazzo: a scuola spesso il giudizio in italiano premiava i contenuti e l’idea ma penalizzava la forma; in questo libro ho parlato con libertà e non con i canoni biblici, forse per quello si avverte un effetto più letterario. Non pensavo di scrivere nella mia vita, sono stato più che altro spinto a farlo dal primo editore. Qui, ripeto, sono stato particolarmente libero… forse per questo è uscito un testo più poetico.

D: Ci sono diverse citazioni nel libro, accostamenti arditi, una testimonianza che letteratura e poesia invocano il sacro, ci dialogano: cosa ne pensa?

E.B.: Sono sempre stato un grande lettore. A 13 anni avevo già una piccola biblioteca in casa come la collezione Medusa di Mondadori con i suoi testi prodigiosi. Leggevo molto e la poesia l’ho sempre custodita vicino a me nel tempo, assieme a un amore per l’antichità greca e latina che mi hanno sempre accompagnato. Sono stato circondato dai grandi autori, molto spesso presenti sul mio comodino vicino al letto, e questo è significativo; ad esempio, ho sempre il De rerum naturae di Lucrezio vicino a me, così come ho libri di poesia tra cui le poesie dei mistici sufi. E’ soprattutto nelle ore notturne, prima di addormentarmi, che devo avere un momento di bellezza che la poesia e la letteratura mi danno, con generosità e gratuità.

D: Questo libro è trasversale, è dotato di buona comunicativa, sembra un monito al vivere meglio l’al di qua, ad essere coscienti dei limiti ma anche delle enormi possibilità della vita. E riesce a fare questo attraverso la chiave d’indagine della morte. E’ un intreccio drammatico, non crede?

E.B.: Credo che già nella vita di ogni giorno abbiamo dei frammenti della vita di là, cunei di eternità potremmo dire… ciò che riusciamo a pensare o desiderare ha un rilievo nella nostra vita, plasma il nostro presente, ci aiuta a dargli forma; non ci sono confini precisi tra vita e morte come non ci sono tra passione e amore, tra corpo e spirito; io credo sia importante che noi affermiamo questa nostra permeabilità e non ci chiudiamo in recinti, non isoliamo delle realtà che per esser vive devono comunicare tra di loro, assolutamente e costantemente.

D: Pensiamo a “La morte felice”, il primo romanzo di Camus: questo titolo può essere accolto o è secondo lei solo un artificio letterario?

E.B.: No, non dev’essere necessariamente un artificio letterario; è un titolo che io voglio accogliere, anche un mio capitolo del libro (Desiderare la morte?) parla di martiri che si sono dati la morte per virtù, ad esempio Sansone. Allo stesso tempo io sto attento a non fare mai letteratura, lo dico sempre agli editori: io non farò un collage di altri testi citando qua e là per dare un effetto: se cito è perché qualcosa mi è entrato dentro e l’ho rivissuto poi nella mia vita; non sono per gli artifici ma per l’autenticità, senza secondi fini, perché diversamente si uccidono la persona e le sue azioni, le sue parole perderebbero di senso.

D: Questo pare un libro diretto a tanti che non siano coscienti di essere cristiani. E’ così? Per questo Lei difende quella che definisce l’umanizzazione del cristianesimo?

E.B.: Per me è questo che importa: mi dà fastidio la divisione tra credenti e non, perché i secondi credono essi pure, per altre vie. Io sento quasi più comunione con i non credenti che coi credenti, anche per le cose che si sperano assieme; non basta dire che si invoca Dio per essere veramente credenti… è molto importante cogliere il fondo di umanità che ci accomuna tutti perché quando diciamo qualcosa dobbiamo credere sia profondamente umana, non rivolta solo a un ghetto, una fazione di cattolici, di cristiani, di credenti, ma pensando ai nostri fratelli di umanità, a tutti gli uomini. Siamo tutti viandanti, in ricerca, sotto il peso di un viaggio che richiede molta fatica ma che se lo facciamo insieme, allora forse peserà di meno, lo faremo meglio e magari con un po’ di gioia.

D: Ascoltandola, mi viene in mente la parola “impegno”, oggi quasi tramontata, relegata ai tempi di un dibattito culturale dove l’artista, l’intellettuale ma anche l’uomo religioso coltivavano un forte ascendente civile, politico: cosa ne pensa?

E.B.: Assolutamente sì, io credo nell’impegno, nella volontà dell’impegno; ho una formazione per cui la polis ha molta importanza per il cristiano… Noi abbiamo una cittadinanza, apparteniamo a una città; sono cristiano sì ma sono anche cittadino: mi riguardano i doveri, i diritti, ciò che fa sì che solo insieme possiamo costruire un domani, e se manca un orizzonte comune della polis allora noi siamo incapaci di proseguire un cammino di umanizzazione. Solo insieme possiamo costruire un domani.

D: Oggi si immagina di poter prolungare la vita umana attraverso biotecnologie, biogenetica, anche attraverso l’intelligenza artificiale; questo in un tempo in cui la morte e la vecchiaia sono ormai gli ultimi tabù e l’uomo rincorre un sogno di eterna giovinezza. Lei che considerazioni fa?

E.B.: Mah, semplicemente le dirò che sorrido a pensare a questi tentativi di spostare i limiti della vita. Si potrà spostarli di qualche anno, di qualche decennio forse, ma all’interno del cosmo la vita richiede la morte, la decadenza, una crescita e poi una diminuzione; una nascita e poi una morte… Non possiamo sfuggire a questa logica che è del cosmo, della terra e della vita e che, come tale, non ci rende dissimili dall’umanità di 3000 anni fa. La Bibbia parla di 70 anni di vita, 80 se va bene: mi chiedo cosa sia cambiato davvero rispetto ad allora. Oggi è ancora così, spesso anche oggi a 80 anni siamo colpiti da Alzheimer o da demenza senile; spesso invecchiare è una condanna per le varie situazioni che paralizzano una persona e le tolgono la dignità. Mi chiedo se vale la pena questo prolungamento di una vita che molte volte diventa una condanna, anche se spesso non siamo in grado di misurarla, perché incoscienti.

D: Eppure è innegabile ci sia oggi una “quarta età” più agevole; Lei sembra godere ad esempio di una buona forma fisica e psicologica a quasi 80 anni, non crede di potersi sentire ancora “giovane” in questo senso?

E.B.: Questo sì, da un lato sono mosso da una forte passione che ancora mi dà forza: nella voce, nelle cose che faccio e che dico… ma non dimentico che il mio copro è sempre più assalito da limiti, da lentezza; mancano piano piano le forze, la deambulazione si affatica… L’interezza non è solo nello spirito che può rimanere ardente fino a tarda età per certuni e per altri si spegne prima… Tutti decliniamo, tutti ci avviciniamo al limite; non possiamo negare l’età, non foss’altro che per le rughe, l’orologio interno, che in qualche modo manifestano l’avanzamento degli anni.

D: Le sta molto a cuore questo tema della vecchiaia, questo infatti è il Suo secondo libro sull’argomento.

E.B: Sì questo è il seguito de “La vita e i giorni. Sulla vecchiaia”, libro che uscì nel 2018 sempre per Il Mulino.

D: Lei afferma: “Ama la terra come te stesso”. Mi ha colpito molto questa terra che si fa oggetto d’amore personificato. Perché l’uomo si accanisce così tanto contro la terra che lo ha generato? Oggi, nel rivelarsi quotidiano (quasi assillante) di una crisi ambientale tanto forte, crede sia un destino irrevocabile quello di un uomo legato alla terra ormai solo dalle proprie colpe verso di essa?

E.B: Purtroppo anche il cristianesimo, specie occidentale – cattolico e protestante – ha avuto a un certo punto una responsabilità su questo aspetto: la paura del panteismo e del paganesimo che lo avevano preceduto secoli prima; così, per non idolatrare la natura ha finito quasi per averne disprezzo, con un atteggiamento di pieno sfruttamento. L’uomo ha iniziato poi a devastarla, pur di esaltare sé stesso messo al centro del pianeta. Né animali o piante, nemmeno le colture venivano considerate: bastava l’uomo, l’uomo al centro della creazione e della storia, l’uomo protagonista di tutto.

La terra è nostra madre certo, la Bibbia ha grande amore per le creature che sono la prima parola detta da Dio; Sant’Agostino in un salmo dice “Io adoro la terra” e siamo nel quarto secolo, quando sembrava addirittura pagano dirlo. Successivamente è venuta questa paura dell’idolatria, ma oggi dobbiamo tornare a sentire la terra come madre, dobbiamo amarla, capire che noi e la terra siamo una sola cosa e se la terra geme, gemo anch’io: se muore, muoio anch’io. Dovremmo frenare questa marcia verso il baratro incontro cui si sta andando. Io voglio ricordarmene, per questo ogni giorno bacio la terra.

D: Si parla di nuovo tanto di Apocalisse, come se questo tempo, soffrendo diverse crisi tutte assieme, fosse giunto all’abisso. Cosa ne pensa?

E.B: Io non sono pessimista perché ho fiducia nell’umanità; resta vero però che questo è momento tragico, di diverse crisi, di barbarie: non riusciamo ad abitare la terra come dovremmo… anche l’epidemia recente ci dice che sa la terra è malata, come possiamo non ammalarci noi?

D: Che responsabilità ha la politica in tutto questo?

E.B: La politica non si interessa più ai singoli purtroppo, pensa più a sé stessa. Invece dovrebbe volere impartire un’educazione ampia, potenziarla specie per le nuove generazioni. Non interessa tanto l’educazione invece, e se manca questa allora diventa impossibile instaurare un nuovo modo di abitare il mondo. Posso dire che quello che ho vissuto nella vita è stato frutto di quanto mi hanno insegnato fino a 15-17 anni poi certo uno si nutre da solo, ma fino all’adolescenza inoltrata mi ha plasmato l’educazione che mi hanno trasmesso gli adulti. Oggi però manca la guida dell’educazione, manca chi trasmetta una sapienza, ed è difficile un cambio di prospettiva, di paradigma del vivere attuale. Eppure questa educazione è necessaria, la politica dovrebbe occuparsi fortemente di questo, dell’educazione, non ripiegarsi sempre di più su se stessa.

D: Allo stesso tempo si moltiplicano le guide illuminate, le comunità spirituali, i maestri “di vita” di ogni foggia in risposta al grande vuoto di educazione e di spiritualità. Osserva anche Lei questo fenomeno?

E.B: Sì è vero, ma il problema è che queste esperienze devono avvenire attraverso la presenza, per potersi trasmettere e imprimere ai più giovani. I mezzi di comunicazione si moltiplicano, ma ci vuole la presenza di persone che accanto ai più giovani riescano a trasmettere loro una sapienza vissuta, perché altrimenti basterebbe moltiplicare libri e i video. Come dicevano i greci, quello che può accadere con la presenza di una persona è la trasmissione di esperienza e solo in quel caso lì è feconda, solo con la presenza c’è trasmissione. Avverto quindi un’insufficienza del digitale. Non si può confondere la qualità con la quantità di dati, la comunicazione non va ridotta a informazione. Sembra che tutto sia ormai solo informazione, trasmissione di dati, mancano però la persona e il contatto diretto, e questo aiuterebbe tanto specie le giovani generazioni.

D: La chiesa in tutto questo che fa?

E.B: La chiesa è confusa in questo momento: non ha la capacità di una grammatica umana che le dia vera autorevolezza. In fondo anche la chiesa è composta di uomini che rispecchiano la nostra società, così abbiamo giovani guide nella chiesa – mi riferisco alla generazione dei trenta/quarantenni – sprovviste di cultura, di sapienza, di ciò che veramente aiuterebbe. Vedo tante tecniche di pastorale giovanile, ma raramente osservo il bagaglio necessario per formare veri cristiani con una ritrovata maturità.

D: Se pensiamo al senso di smarrimento generale che sentiamo, specie le giovani generazioni, l’aggressione del reale che ci lascia storditi, qual è il Suo sentimento rispetto a questo?

E.B: Io credo – non vorrei essere troppo duro però –  che la generazione di chi oggi ha tra i 30 e 40 anni e che dovrebbe trasmettersi ai più giovani, come genitori o come insegnanti, sia una generazione che non ha più pensato al passato; sia quella generazione di rottamatori per vocazione (non penso solo a chi ne ha fatto uno slogan politico) che nel loro interno hanno voluto rottamare il passato, che hanno creato macerie e ora non sanno cosa dare alle nuove generazioni. Mancano perciò veri maestri, nella scuola e anche nelle università. Non c’è autorevolezza morale e umana, ci sono magari bravi professori che però non hanno più la capacità di farsi maestri, insegnanti, che sappiano far segno, dare ai più giovani una direzione.

D: Ci sarebbero tante altre cose che mi piacerebbe chiederle, il libro da cui siamo partiti apre diverse riflessioni, dal testamento biologico all’eutanasia, dal suicidio e come lo vede la chiesa all’immensità del tema dell’amore, credo dovremmo proseguire…

E.B: Allora venga a trovarmi, magari in primavera a Casa della Madia, dove mi trasferirò da aprile.

D: D’accordo Enzo Bianchi, mi farà molto piacere.

Se i miei dubbi sulla fede hanno qualche volta taciuto, se per qualche istante mi sono lasciato accarezzare da un anelito evangelico, questo è accaduto ascoltando la voce di Enzo Bianchi. Una voce che se muove dal dubbio del pensiero corre verso l’accettazione quando non la solubilità degli enigmi dell’esistenza, attraverso la parola rivelatrice (anche scandalosa) di un cristianesimo cosmologico, ecumenico. Un cristianesimo umanizzante come dice lo stesso Bianchi, restituendoci l’idea di un Cristo emancipato dalla dottrina, reso umano piuttosto dalla pratica quotidiana e comunitaria, dal piegarsi della schiena alla terra, dall’offrirsi ai bisognosi, agli ultimi. 

Un Cristo in tutti gli altri, nei diversi cristianesimi possibili.

Fonte: Gli Stati Generali

stampa la pagina