Ludwig Monti "Il futuro di pace che viene da Dio"

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Anche i libri profetici, in particolare quelli di Isaia e di Daniele, abbondano di cantici di cui la Liturgia delle Ore cristiana si Preghiere della Bibbia Zoom serve a piene mani. A conclusione della serie, ne ripercorriamo i principali, che affrontano temi di grande spessore e attualità anche oggi: la pace che è dono di Dio e frutto dell’ascolto della Parola; il confronto con la morte e la promessa di vita; la conversione necessaria per accogliere il Dio che viene... Pagine bibliche che anche oggi possono nutrire la fede e farci incamminare sulle vie del Regno.

Un debito al grande Isaia 

Ci congediamo da questa serie dedicata ai cantici dell’Antico Testamento, concentrandoci ancora su Isaia. 


Avremmo potuto sostare sui testi di Geremia ed Ezechiele, nonché sul famoso “cantico delle creature” del capitolo 3 di Daniele, benedizione litanica della quale trovate una parte nel riquadro qui accanto. Su questo cantico, proclamato la domenica mattina, all’alba del giorno della risurrezione, vale la pena sostare brevemente: il cantico è intonato con coraggio dai tre giovani, Anania, Azaria e Misaele, gettati nella fornace ardente per ordine di Nabucodonosor, re di Babilonia. Colpisce il contrasto tra la tragicità della situazione e la gioia profonda del cantico, che celebra Dio e la sua gloria. L’autore ricalca l’ordine della creazione quale appare nel primo capitolo della Genesi. Dallo splendore dei cieli lo sguardo, sempre più meravigliato, si sposta sulla dignità dell’essere umano, centro della creazione. Dall’infinito cosmico alla piccolezza, eppure straordinaria grandezza, dell’essere umano, che ha ritrovato la sua vita piena e senza fine nel Cristo risorto

Ma restare più approfonditamente su Isaia è un debito necessario a questo gigante della poesia religiosa di tutti i tempi, perché i lettori possano gustare alcuni dei suoi capolavori. 

«Non si eserciteranno più nell’arte della guerra» 


Torniamo all’inizio della profezia di Isaia, perché ci pare significativo commentare questo cantico nel tempo di guerra che viviamo. Il contenuto di questo brano è chiaro: la parola che Isaia vede annuncia il raduno delle genti nella pace di Gerusalemme della fine dei tempi. Questo oracolo dai toni poetici si trova anche in Michea 4,1-3 e ha accenti paralleli in altre pagine isaiane (capitolo 60), e in alcuni Salmi (48; 87; 122). Occorre però guardarsi dal leggere tale pagina in modo “disincarnato”, solo poetico: nella Bibbia l’alleanza di Dio con il suo popolo passa sempre attraverso eventi storici, e il profeta sta nella storia, solidale con gli umani, ai quali tenta di mediare la parola di Dio. 

Cosa significa questo nel nostro caso? Basta notare che nella stesura finale del libro siamo appunto al capitolo 2. In Isaia 1 il profeta ha intentato un processo contro le tribù del regno del sud, di Giuda. Egli vede avvicinarsi la minaccia degli assiri, che nel 721 a.C. si concretizza nella deportazione degli abitanti del regno di Samaria; di conseguenza ammonisce gli abitanti di Giuda a ritornare al Signore, perché solo così potranno essere salvati: «Udite, o cieli; ascolta, o terra, così parla il Signore: “Ho allevato e fatto crescere figli, ma essi si sono ribellati contro di me”» (Isaia 1,2). 

Il profeta si fa dunque porta-parola del Signore nell’ammonire il popolo sulla necessità di abbandonare gli idoli, sulla priorità da accordare alla giustizia e alla misericordia rispetto al culto e ai sacrifici. E al cuore del capitolo 1 vi è un contrasto sorprendente con Isaia 2: «È rimasta sola la figlia di Sion», cioè Gerusalemme, «come una capanna in una vigna, come una tenda in un campo di cetrioli, come una città assediata» (Isaia 1,8). A fronte di ciò ecco la nostra visione, la cui sequenza rispetto a quanto precede dice una cosa fondamentale: in qualsiasi situazione siamo, se predisponiamo tutto per ritornare al Signore, ci accorgeremo che Egli mette già oggi nella nostra vita le primizie di quella pace che sarà piena nel Regno. 

Ecco dunque «la parola che Isaia, figlio di Amoz, vide riguardo a Giuda e a Gerusalemme» (Isaia 2,1). Il profeta si colloca «alla fine dei giorni», all’inizio della pienezza dei tempi, il giorno del Signore, il Regno. Allora «il monte del tempio del Signore sarà elevato sulla cima dei monti, e sarà più alto dei colli; ad esso affluiranno tutte le genti». Era solito vedere le carovane che salivano a Gerusalemme per partecipare alle feste in onore del Signore, in particolare la festa delle Capanne, la più universalistica delle feste di pellegrinaggio. Ma la Parola da lui ascoltata trasfigura la realtà geografica di Gerusalemme: se al presente il monte Sion è circondato da altri monti che lo sovrastano, alla fine dei giorni svetterà sulla terra, sarà «l’altura stupenda», «la gioia di tutta la terra» cantati nel Salmo 48. Allora il pellegrinaggio sarà universale… 

Gerusalemme, ombelico del mondo, vedrà affluire a lei le genti da ogni dove. Chi le ha convocate? La forza irresistibile della Parola, come affermano questi stessi popoli, in dialogo: «Venite, saliamo sul monte del Signore, al tempio del Dio di Giacobbe, perché ci insegni le sue vie e possiamo camminare per i suoi sentieri». Non salgono alla città santa per fare sacrifici, ma convergono attratti dalla parola di Dio. Le genti colgono il lato esistenziale, desiderano camminare, cioè vivere come il Signore insegna. Il profeta, dal canto suo, intravede che questo camminare è la verità della parola di Dio: «Da Sion uscirà la Torah, la legge, l’insegnamento, e da Gerusalemme la parola del Signore». Davvero la volontà del Signore è accolta solo se si vive come lui vuole; e chi vive così, anche se non lo sa, mette in pratica la sua Parola… Si compie dunque la volontà del Dio che ha scelto Israele a favore di tutta l’umanità: finalmente la sua Parola è accolta da tutti. 

Per tutti la parola di Dio è fonte di giudizio: «Il Signore sarà giudice fra le genti e sarà arbitro fra molti popoli». Un giudizio che mette la giustizia tra tutti gli umani, la giustizia di Dio che è lo shalom, la sua pace. Questa realtà verrà approfondita da Isaia al capitolo 11 come frutto della venuta del Messia (e poi dal cristianesimo nella venuta del Messia Gesù). Qui viene espressa con poche ma efficaci parole: «Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri, delle loro lance faranno falci; una nazione non alzerà più la spada contro un’altra nazione, non impareranno più l’arte della guerra». Prospettiva grandiosa: man mano che le genti convergono a Gerusalemme, le ostilità si dissipano, i nemici si riconciliano e si compie il disegno di salvezza di Dio. Allora il profeta può concludere con una magnifica esortazione: «Casa di Giacobbe, venite, camminiamo nella luce del Signore». 

La luce, la pace e la giustizia che spesso sembrano e talvolta purtroppo sono impossibili a noi umani, diventano possibili già qui e ora se ascoltiamo veramente la parola di Dio, insieme giudizio e pace. Ecco la questione seria: solo la Parola accolta ci restituisce veramente l’altro come fratello e sorella, non più come nemico. 

«Non ti lodano gli inferi, né la morte ti canta inni» 


Si legge nella nota della Bibbia Cei 2008 a Isaia 38,9-20: «Nulla nel testo invita a collegare a Ezechia questo cantico», attribuito invece al re di Giuda dal v. 1. «Si tratta di un salmo postesilico che esprime il lamento di un fedele colpito da improvvisa malattia». Canto davvero universale, intonato da tanti uomini e donne immersi nel dolore, nella malattia, persino nella vicinanza alla morte. Non voglio dunque sovrapporre troppi commenti a questa descrizione così precisa e lirica, nella sua tragicità: gustatevi il testo, leggetelo e rileggetelo. 

Solo due sottolineature, invito alla meditazione. Colpisce il “ricatto d’amore” presente nei vv. 18-19, ben attestato nei Salmi (cf. 6,6; 30,10-11; 88,11-13; 115,17-18): 

Poiché non ti lodano gli inferi, né la morte ti canta inni; quanti scendono nella fossa nella tua fedeltà non sperano Il vivente, il vivente ti rende grazie come io faccio quest’oggi. 

Questa “terrestrità” è il segno di una volontà di vita che si ribella alla prospettiva che tutti gli umani percepiscono come la vera, grande ingiustizia: perché la morte? Enigma per eccellenza dell’esistere, domanda di senso che non riusciamo a portare fino alle estreme conseguenze. Probabilmente in questi testi si fa anche leva sull’onore del partner. Se Dio non fa niente per salvare l’uomo dalla morte, dopo la morte neppure l’uomo potrà più fare nulla per Lui: e allora chi parlerà dell’amore di Dio, della sua fedeltà, della sua giustizia? Ci pensi prima che sia troppo tardi, prima che la fossa accolga per sempre questo povero morente. Insomma: «Se veramente è Dio, perché la morte?» (Bruno Maggioni). 

Quanto all’improvviso cambio di prospettiva, almeno in apparenza, presente nel finale del cantico, ci dice una verità che fatichiamo a comprendere: anche dopo la mia morte, la vita continua e il popolo di Dio può continuare a cantare le sue lodi. «Il passaggio dal singolare al plurale, nell’ultimo versetto, testimonia questo aspetto vitale della lode, che è collettiva» (Alberto Mello). Ma ciò non risolve l’enigma della morte, perché «nemmeno la fede nella risurrezione è “la soluzione” del problema della morte» (Dietrich Bonhoeffer). 

«Consolate, consolate il mio popolo» 

Difficile trovare un brano profetico più significativo di Isaia 40. Lo si trova citato, a proposito del Battista, all’inizio del Vangelo più antico, Marco (1,3), così come negli altri sinottici (Matteo 3,3; Luca 3,4-6) e addirittura del Quarto vangelo (Giovanni 1,23). Testo chiave anche a Qumran, poiché questi “figli della luce” dicono di essersi ritirati nel deserto in obbedienza alla parola: «Nel deserto preparate la via al Signore». 

Questo brano famosissimo apre la sezione del cosiddetto “Secondo Isaia” (Isaia 40-55), il “libro della consolazione”. Un profeta anonimo del VI secolo riattualizza il messaggio del grande profeta dell’VIII. Nulla si sa della sua persona, nascosta dietro all’unica cosa che conta: annunciare la consolazione agli esuli che ritornano da Babilonia in Israele, proclamare la salvezza preparata per loro da Dio. Se è vero che Isaia 40 narra la vocazione del profeta, per cogliere il significato di tale chiamata occorre collocarla nel contesto di Is 40,1-11: 

– vv. 1-2: missione; 

– vv. 3-8: chiamata; 

– vv. 9-11: missione 

La struttura letteraria mostra che egli è chiamato quale servo della parola di Dio da annunciare; e se è un servo, il protagonista è il Signore. Dio ci vuole come partner, e noi dobbiamo predisporre tutto alla sua azione. Il testo ce lo dice in modo chiarissimo: noi non prepariamo una nostra via per andare incontro al Signore, ma prepariamo la via al Signore, del Signore; ovvero, rimuoviamo ostacoli nelle nostre vite per consentire al Signore di percorrervi Lui la sua strada. Perciò, quando ripetiamo le parole del Signore: «Le vostre vie non sono le mie vie» (Isaia 55,8), dovremmo anche comprenderle così: «Se non togliete di mezzo gli impedimenti, sono impossibilitato a venirvi incontro!». 

Nella parte che narra la vocazione, al v. 3, si legge: «Una voce grida: “Nel deserto preparate la via al Signore…”». Nel testo ebraico non si tratta della «voce che grida nel deserto»”, come suddivideranno il testo i Settanta (versione greca dell’Antico Testamento) e poi i Vangeli. La voce di Dio grida nel tempio e chiama il profeta a farsene eco, annunciando il nuovo esodo: «Nel deserto preparate la via al Signore, spianate nella steppa la strada per il nostro Dio. Ogni valle sia innalzata, ogni monte e ogni colle siano abbassati». A livello storico ciò allude al cammino che i figli di Israele sono chiamati ad appianare per tornare da Babilonia a Gerusalemme. Ma è evidente l’applicazione metaforica di queste immagini nel senso di un invito alla conversione, e così sono state utilizzate dal Battista: le colline dell’orgoglio, le valli della disperazione, i cammini tortuosi della menzogna… 

In questo accogliere l’azione del Signore e dare carne alla sua Parola, in questa semplice quotidianità e non altrove, si manifesta la straordinaria prospettiva che subito dopo il testo fa balenare: «Allora si rivelerà la gloria del Signore e la vedrà ogni uomo (letteralmente: ogni carne) poiché la bocca del Signore ha parlato». I Settanta, e poi il Nuovo Testamento, allargano l’orizzonte: «Ogni carne vedrà la salvezza di Dio». Ecco la posta in gioco: la salvezza universale, la vita piena per ciascuno e per tutti! 

È la bocca del Signore che parla e lo fa coinvolgendoci, affidandoci una missione comunitaria, direi sinodale. Nei versetti di apertura Dio incarica il profeta di coinvolgere le sentinelle presenti sulle mura di Gerusalemme, di esortarle a essere vigilanti per vedere i segni dell’aurora e annunciare la consolazione. Lo stesso annuncio è ripetuto con ancor più vigore alla fine: «Sali su un alto monte, tu che annunci liete notizie, tu che evangelizzi Sion! Alza la tua voce con forza, tu che annunci liete notizie a Gerusalemme. Annuncia alle città di Giuda: “Ecco il vostro Dio! Ecco, il Signore Dio viene con potenza!”» (Isaia 40,9-10). 

Qui si gioca la nostra vocazione, cioè la nostra fedeltà alla Parola. Il Signore ci chiede di annunciare con la nostra vita la consolazione, perché ha bisogno di noi. Inserendoci nel dialogo liturgico descritto dal testo, rispondiamo imparando a camminare sulle sue vie. Il protagonista è il Signore, che sempre viene a noi: Lui non può stare senza di noi, ma noi senza di Lui ci perdiamo, dunque siamo chiamati a predisporre tutto per accogliere la sua venuta. E possiamo iniziare esercitandoci nella cosa più semplice, ossia ricordando l’inizio del nostro testo: «Consolate, consolate!». Possiamo cominciare a farlo adesso e ripeterlo ogni giorno: consolarci, cioè prenderci cura gli uni degli altri. Qui sta la salvezza delle nostre vite e delle nostre relazioni, nella più ordinaria quotidianità. 

Il nostro cantico annuncia che ogni vocazione profetica, cioè ogni chiamata a vivere e annunciare la parola di Dio, sta o cade sulla fedeltà alla Parola, che “dura per sempre”. La nostra vita può essere consolata ed essere fonte di consolazione solo se siamo fedeli alla Parola. Solo a questa condizione può essere un segno credibile teso ad annunciare: «Ecco il nostro Dio, egli viene presto!». Il protagonista è solo Lui: noi dobbiamo semplicemente predisporre tutto per accogliere la sua Parola, la sua venuta in noi e tra di noi.

Ludwig Monti

Credere n°39 del 25 settembre 2022

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