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Esequie reali e fosse comuni belliche. La morte (non) è una livella


Giuseppe Lorizio
 
20 settembre 2022

Caro principe de Curtis, o, meglio, caro Totò, ci hai insegnato, in una tua mirabile poesia, che la morte è una livella: « A morte ’o ssaje ched'e?…è una livella. ’Nu rre,’nu maggistrato,’nu grand’ommo, trasenno stu canciello ha fatt’o punto c’ha perzo tutto,’a vita e pure ’o nomme: tu nu t’hè fatto ancora chistu cunto?' (...Un re, un magistrato, un grand’uomo, passando questo cancello, ha fatto il punto che ha perso tutto, la vita e pure il nome: non ti sei fatto ancora questo conto?). Eppure, a cosa stiamo assistendo mentre ci affacciamo sui media? Da un lato un fastoso funerale, preceduto da giorni e giorni di pellegrinaggio per salutare una regina, tanto amata non solo dal suo popolo (è tornata spesso l’orribile parola 'sudditi'), dall’altro le tombe comuni di centinaia di vittime della guerra. Lì i potenti del mondo, qui la fatica di quanti cercano di dare un nome alle vittime.

Certo se restiamo nell’al di qua della storia l’abisso di distanza è più che evidente e dobbiamo archiviare l’idea della «livella», ritenendola una utopia.

Invece, se rovesciamo la prospettiva, forse, ha ragione lui. Così come ci mostra la parabola che leggeremo domenica prossima (XXVI del tempo ordinario), quando il ricco epulone si trova spiazzato dal povero Lazzaro e invoca misericordia. Dobbiamo imparare a leggere la storia a partire dall’oltre, dall’al di là, un po’ come faceva Dante. E se abbiamo fede e pensiero comprendiamo che, mentre i potenti ossequiano giustamente la regina, non possono e non devono dimenticare i derelitti delle fosse comuni.

Abbiamo una tradizione poetica ispirata dal poema I sepolcri di Ugo Foscolo, che ci mette in guardia dall’assuefazione all’anonimato oltre la morte. Chi ha un nome e ne rivendica la dignità non può dimenticare quanti ne sono privi. E non si tratta, come nel poema foscoliano, soltanto delle persone illustri, ma di ognuno di noi, che merita di essere sepolto e ricordato col suo nome proprio. Un filosofo come Jean-Luc Marion, richiamando lo pseudo-Dionigi, riferendosi al nome indicibile di Dio, insegna che: «Colui che non si nomina, ci nomina»«Colui che non si nomina, ci nomina».

Il riferimento che Marion porge, contestato da Derrida e dal suo decostruzionismo, è che siamo stati battezzati nel nome, del Padre e Figlio e Spirito Santo, e in quel momento, l’innominato o l’innominabile ci da un nome, quindi un’identità. Questo gioco paradossale tra il non-nome e il nome ci deve interpellare di fronte all’anonimato delle tante vittime. Aggiunge il filosofo: «Per teologia dell’assenza non intenderemo più ormai la non presenza di Dio, ma il fatto che il nome che si dà a Dio, che dà Dio, che si dà come Dio (tutti questi passaggi vanno tenuti insieme senza essere confusi) ha per funzione di proteggerlo - perché la debolezza designa Dio tanto bene quanto la forza - dalla presenza e donarlo come se ne fosse eccettuato».

Ciò contro cui siamo chiamati a resistere è la tendenza alla rassegnazione dell’anonimato, mentre il messaggio che si orienta a partire dalla persona, rivendica la necessità del 'nome proprio'. Se qualcuno mi chiedesse: dov’è Dio oggi? A Londra nel solenne funerale di una regina o nelle fosse comuni determinate dalla guerra? Non avrei esitazione né dubbio nel rispondere che Dio è qui ed ora.

E se un solenne funerale ci aiuta a pensare, oltre la religione civile, alla fede di Elisabetta II e al tempo stesso a illuminare con questa fede la croce dei derelitti affossati, allora forse dobbiamo continuare a pensare, con Totò, che la morte è una livella perché ci inchioda al pensiero del senso di questa vita e della giustizia e della pace che in essa dobbiamo realizzare, ma al tempo stesso ci apre all’altra vita, che crediamo 'eterna'.

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