Elisa Zamboni "Marta e Maria: un’unica circolarità d’amore" seconda parte

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Week-end di spiritualità 
Monastero di Bose 17-18 settembre 2022 

Meditazione di Elisa Zamboni 
MARTA E MARIA: UN’UNICA CIRCOLARITÁ DI AMORE Seconda parte 

MARIA

Ma rivolgiamo ora la nostra attenzione all’altra sorella. E subito dobbiamo evidenziare proprio questo aspetto: Maria viene definita prima di tutto come relazione. È definita in relazione a Marta, il greco dice precisamente: “A essa, Marta, era sorella Maria” (v. 39). Maria esiste come parte della sororità, della circolarità di amore che accoglie Gesù in quel villaggio. Null’altro ci viene precisato se non il loro status di sorelle, quindi una eguaglianza e parità, nessuno è padrone dell’altro, nessuno viene prima: questa è la fraternità.

Sono entrambe nella casa in cui Gesù è accolto, entrambe accolgono. Sono in relazione ma ciascuna è autonoma nelle scelte e nella modalità di accogliere l’ospite che le visita. La differenza emerge al livello delle scelte personali, degli atteggiamenti, della modalità in cui si renderanno spazio ospitale per chi le visita. Per questo come si muovono, le posizioni che assumono, non sono ininfluenti per conoscerle e per entrare un po’ di più nella loro relazione e nel loro essere luogo ospitale per il Signore Risorto. Entrambe sono felici di accogliere Gesù in casa, ma sono diverse nelle priorità. Abbiamo visto come per Marta la priorità fosse quella del fare qualcosa per l’ospite, Maria intuisce che c’è qualcosa di più, che l’ospite porta con sé un dono prezioso che a sua volta va accolto e gli va data cura e attenzione.
È il dono stesso di Dio che viene attraverso l’ospite. Questo può valere anche quando l’ospite non è Gesù e il dono, la parola che ci dona, talvolta è una parola senza parole, a volte senza nulla di appariscente e affascinante, come è spesso il messaggio della povertà, del bisogno, della sofferenza.

Maria dal suo comparire nella scena comincia a compiere l’azione per lei essenziale: “ascoltare”. Con due verbi Luca ci descrive Maria nella sua totalità, perchè a differenza della sorella Marta, Maria è tutta in queste due azioni: “si siede” e “ascolta” la parola di Gesù. Questo per lei l’essenziale, e lo persegue sempre, tanto da superare i limiti posti dalle regole sociali e da accovacciarsi, lei donna, ai piedi del maestro, posto riservato al discepolo. Non teme di esprimere quello che la abita, il suo desiderio profondo, la sua sete di Parola, della Parola del maestro, nella quale sente di trovare vita. Maria, a differenza di Marta, si ferma, sosta, dedica tempo all’ascolto, perchè percepisce che è fondamentale anche per l’agire.

Quindi Maria ha trovato la sua posizione adeguata, “ai piedi del Signore”. Ecco qui dove scopriamo, grazie al narratore, chi è quest’uomo che visita la casa delle due sorelle. È il Kyrios, nome che viene usato per indicare il Signore risorto dopo Pasqua: questo colloca l’episodio in ogni nostro oggi, ce lo rende contemporaneo. Queste due donne ricevono la visita del Risorto così come oggi anche noi possiamo essere visitati dal Signore Risorto, che è “con noi fino alla fine del mondo” (cf. Mt 28,20) e che continua a visitarci come ha visitato Marta e Maria duemila anni fa. Dove siamo noi? Siamo in casa? Siamo presenti a noi stessi tanto da poter diventare dimora accogliente per quell’ospite? Apriamo la porta, ci facciamo spazio in cui egli può sostare?

Maria di fronte al Signore “si mette a sedere accanto, si accomoda”: questo verbo compare qui per la prima e unica volta, indica un gesto di umiltà, di semplicità, il gesto del discepolo che riconosce di avere tutto da imparare dal maestro. Maria è quindi figura del discepolo del Signore Risorto. A questa posizione di Maria si contrappone invece il “farsi avanti” (v. 40) di Marta accompagnato dall’altra particolarità di Marta: il suo rivolgere la parola al Signore. Il verbo che caratterizza Maria, declinato nel tempo della continuità, è “ascoltare”, Maria è ai piedi del Signore in umile atteggiamento di ascolto, Marta invece pretende di sapere ciò che è giusto e di poterlo insegnare lei stessa a Gesù. L’una attende, l’altra pretende. L’una desiderosa di ascoltare, l’altra incatenata e resa cieca dalle proprie convinzioni e dai propri schemi.

Maria accoglie la Parola di vita, in modo diverso dalla sorella ma anch’essa mette in atto un’accoglienza ospitale. “Ascoltare la Parola” è un’azione che esprime non solo un udire ma la disponibilità interiore ad accogliere un annuncio. Ascoltare la Parola è l’ingresso nella comunità del Signore, addirittura rende suoi familiari (cf. Lc 8,21). Gesù annuncia la beatitudine per coloro che “ascoltano la parola di Dio” (Lc 11,28). L’ascolto continuato della parola di Dio da parte di Maria che si contrappone all’affanno di Marta ci rimandano all’interpretazione che Gesù fa della parabola del seme in Luca 8,11-15. Il seme è la Parola di Dio, i terreni sono il cuore, le vite, le scelte di ciascuno di noi: l’affanno di Marta richiama il terzo tipo di terreno: “Quello caduto in mezzo ai rovi sono coloro che, dopo aver ascoltato, strada facendo si lasciano soffocare da preoccupazioni, ricchezze e piaceri della vita e non giungono a maturazione” (v. 14), mentre la scelta di Maria di sedersi e ascoltare corrisponde al terreno buono in cui la Parola può portare frutto: “Quello sul terreno buono sono coloro che, dopo aver ascoltato la Parola con cuore integro e buono, la custodiscono e producono frutto con perseveranza” (v. 15). Ed è proprio al termine di questa parabola, dopo averne dato spiegazione, che Gesù mette in guardia dicendo: “fate attenzione a come ascoltate” (v. 18).

Maria sta ai piedi del Signore perchè sente questa parola di beatitudine per la sua vita. Sente parole di vita, parole che la rivelano a sé stessa, le rivelano la sua verità di donna chiamata per nome e accolta all’interno di una circolarità di amore che Gesù con la sua visita le sta facendo sperimentare. Maria vive quell’esperienza che ciascuno di noi può vivere ponendosi in ascolto della Parola di Dio: ci scopriamo, scopriamo il mistero che noi siamo nell’ascolto della parola di un Altro, nell’ascolto di colui che “scruta il cuore e il profondo” (Sal 7,10; cf. Ap 2,23). Di fronte alla Parola, in un ascolto vero e sincero, ciascuno di noi può comprendersi perchè la Parola di Dio ci rivela la verità dell’essere umano così come è stato creato da Dio, Padre di Gesù. Perchè “la parola di Dio è viva ed efficace, scruta i sentimenti e i pensieri del cuore” (Eb 4,12).

Maria in ascolto della Parola è “la chiesa in ascolto, che non deve muoversi da questa posizione neppure per rimproverare Marta”, scriveva il cardinal Martini.1  L’ascolto costituisce una dimensione fondamentale e fondante della nostra vita. Gli studi lo dicono: l’essere umano cresce non solo grazie a qualcuno che lo nutre ma anche perchè c’è qualcuno che gli rivolge la parola. Negare la parola è all’origine di traumi profondi, ma è anche una forma di violenza enorme: quando vogliamo punire qualcuno o comunicare il nostro disappunto o contrarietà, la nostra indifferenza, il silenzio, il negare la parola infligge ferite profonde. Ma anche nella nostra vita spirituale la dimensione dell’ascolto è centrale. Ripercorrendo i testi, le fonti della nostra fede nel Dio unico, “il Dio dei nostri padri, il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe” (Es 3,15), scopriamo che dal cielo, o dal fuoco, non uscì mai un libro, ma sempre una voce. La voce che chiamò Mosè e cambiò la sua vita al roveto ardente (cf. Es 3,1-6: vi faccio notare anche qui la ripetizione del nome), il Dio che accompagna il popolo in tutto il cammino dell’esodo si manifesta solo in una voce, e nel momento dell’alleanza sull’Oreb “Il Signore vi parlò dal fuoco; voi udivate il suono delle parole ma non vedevate alcuna figura: vi era soltanto una voce” (Dt 4,6). Il popolo è “chiamato” a udire, questa è la sua vocazione, e infatti il primo comando dato al popolo è quello di “Ascoltare”, il comando dello Shema’: “Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio, il Signore è Uno” (Dt 6,4): questa è l’unica e sufficiente possibilità di rapporto tra l’uomo e Dio. Comando che per noi cristiani trova eco nel vangelo, nella scena della trasfigurazione, dove la voce che viene dal cielo indica il Figlio con le parole: “Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!” (Lc 9,35). Anche per noi, in Gesù, è “una Parola che si è fatta carne” (Gv 1,4). Una carne, una vita, più da ascoltare che da contemplare. E Paolo ricorda ai cristiani della comunità di Roma che “la fede nasce dall’ascolto e l’ascolto riguarda la parola di Cristo” (Rm 10,17).

Dio quindi preferisce la voce alla visione, e quindi l’ascolto più dello sguardo: nell’Antico Testamento la visione di Dio procura la morte. Il Dio della Scrittura non è visibile, si manifesta invece tramite la voce.
Una voce che predilige toni discreti e umili: è solo nel “silenzio di una voce sottile” (1Re 19,12), che Elia sull’Oreb incontra Dio. L’ascolto permette una relazione meno superficiale, più elaborata, che va potenzialmente più in profondità: è una relazione più faticosa, l’ascolto, è più lento, meno immediato; più della visione consente un tempo di dilazione, di soffermarsi e pensare alle relazioni che viviamo.

L’importanza dell’ascolto nella vita e nella vita spirituale di ogni battezzato ha suggerito, recentemente, a papa Francesco, di dedicare il Messaggio per la 56°  giornata mondiale delle comunicazioni sociali al tema dall’ascolto: Ascoltare con l’orecchio del cuore. Scrive papa Francesco:

L’ascolto corrisponde allo stile umile di Dio. È quell’azione che permette a Dio di rivelarsi come colui che, parlando, crea l’uomo a sua immagine, e ascoltando lo riconosce come proprio interlocutore. Dio ama l’uomo: per questo gli rivolge la Parola, per questo “tende l’orecchio” per ascoltarlo.

Maria quindi, seduta ad ascoltare, è figlia del suo popolo e prima discepola nel popolo nuovo, in accogliente ascolto della Parola fatta carne. In questo ascolto, abbiamo visto, Maria si conosce, riceve nella parola di Gesù la rivelazione della sua umanità. Anche qui, mi sembra, possiamo trovare un elemento, non esplicito ma che differenzia le due sorelle. Abbiamo detto che Marta si presenta come una donna frammentata, quasi frantumata interiormente, dal “cuore diviso” (Gc 4,8): divisa, distratta da mille cose, tiranneggiata da tanti diversi “signori”, che in lei disturbano e offuscano la direzione, il senso e le fanno perdere l’orientamento della sua vita. Scrive Etty Hillesum nel suo Diario:

A volte siamo così distratti e sconvolti da ciò che capita, che poi fatichiamo a ritrovare noi stessi. Eppure si deve. Non si può affondare, per un senso di colpa, in ciò che ci circonda. È in te che le cose devono venire in chiaro, non sei tu che devi perderti nelle cose.

Ma il cuore è il centro dell’ascolto. È ciò che chiede il sapiente Salomone a Dio: “un cuore che ascolta” (1Re 3,9). E un cuore frantumato, distratto da mille voci non può farsi spazio accogliente perchè la Parola penetri, nè la parola di Dio, nè la parola dell’altro. Maria, seduta ai piedi del Signore, dell’unico Signore, che ascolta l’unica Parola di vita, è invece, a differenza della sorella, la donna dal cuore unificato. Perchè l’ascolto vero conduce a fare unità, a comprendersi, ad amarsi. Un cuore che non si frantuma, unificato, perchè sempre si lascia sollecitare e muovere da una Parola di vita, una parola altra da quella che magari penseremmo noi ma che intuiamo parola vitale. Secondo la tradizione dei padri della chiesa e di molti autori medievali, uno degli effetti più importanti della lectio divina è precisamente quello di unificare i desideri, i pensieri, i sentimenti intorno all’unico amore.

Il cuore unificato è ciò che chiede continuamente l’orante dei salmi:

Insegnami, Signore, la tua strada potrò camminare nella tua verità donami un cuore unificato (Sal 86,11).

Un cuore unificato è il cuore unito attorno all’unico amore di Dio, unico perchè centrale, perchè essenziale, perchè vitale, perchè ha la precedenza su tutto. È un cuore che non si interessa del giudizio esterno, di ruoli, di immagini da difendere perchè ha incontrato la sorgente di un’acqua che disseta, che purifica e che sempre ci restituisce la nostra vera immagine: quella di figli e figlie amati.

Ma c’è ancora una parola che ci manca di guardare. Un’ultima parola di questa buona notizia che ci raggiunge oggi e che forse continua a tormentarci: Gesù comunque esprime un giudizio. Nella sua risposta a Marta, che abbiamo visto ieri, c’è una conclusione. “Di una cosa sola c’è bisogno. Maria ha scelto la parte buona, che non le sarà tolta” (v. 42). C’è un modo “buono” di accogliere che “non ci verrà mai tolto” (cf. v. 42). È una parola che viene lasciata dal Kyrios a ogni discepolo, di ogni tempo: l’ascolto della Parola, perchè è la “parola di Gesù” che Maria ascolta, questo ascolto della parola che è forza, luce, consolazione, è lasciato anche a noi oggi come possibilità, come scelta. È così che Gesù, sarà con noi “tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28,20).

Gesù qui non esprime giudizi di merito semplicemente esprime una verità semplice e quasi banale ma che noi spesso, sempre, dimentichiamo. C’è un posto nella casa, nella nostra comunità, nella nostra famiglia, che mai, mai verrà meno: ai piedi di Gesù. Il posto di discepoli, di creature, figli e figlie chiamati per nome. Nome che nessuno ci toglierà mai.

Gesù non dice che Maria è stata migliore di Marta, in nessun momento. Non dice neppure che Marta ha avuto torto a fare ciò che faceva. Egli constata semplicemente che l’una ha scelto qualcosa che non le sarà mai tolto. Il che lascia supporre che l’altra è in una situazione più precaria in questa circostanza.
L’esistenza di Marta, come quella di ciascuno è precaria, quando riduciamo tutto alla buona volontà, all’agire, alla competenza.

Il posto di Maria invece non le sarà mai tolto perché il nome che ha ricevuto, quella condizione di discepola, non si compra, non si difende gelosamente, non si ruba, non si perde, non si guadagna: la si riceve, ci è data da Dio stesso. Non sostituisce l’agire, la buona volontà, la competenza: li relativizza, certamente; e soprattutto evita che tutta la nostra esistenza sia incatenata alla logica del mondo (che ha spesso invaso la chiesa) che vuole che noi esistiamo unicamente in forza di ciò che facciamo e dello sguardo degli altri.4  

Se di contrapposizione si vuole parlare, non si tratta tanto della contrapposizione tra vita attiva e vita contemplativa ma del difficile, e sempre da ricercare, giusto rapporto tra l’unum necessarium e i molti servizi, tra uno, unico e molti, tra la pace del cuore e la preoccupazione, tra l’apertura alla relazione che ci libera da noi – dalla tirannia dell’io – e la chiusura invece nel proprio spazio. Il confronto è tra chi cerca l’unico valore essenziale e chi invece è disperso tra mille possibilità, fra chi ha trovato il tesoro nascosto, la perla preziosa e chi vaga senza meta, disorientato. La soluzione non si pone nel liquidare l’una o l’altra cosa ma nel discernimento su come viverle in modo equilibrato e portando frutto per sè e per il Regno.
Discernimento che ciascuno di noi è chiamato a fare personalmente e comunitariamente: quali sono i tempi di puro e semplice ascolto della Parola nella nostra vita di cristiani, impegnati, uomini e donne con “molti servizi” da fare?

Discernimento, parola tanto amata da papa Francesco. Discernimento che ha dovuto fare anche Maria, perchè di lei, in questo ultimo versetto ci viene detta un’altra particolarità, che la differenzia dalla sorella. “Maria ha scelto”: Maria è una donna che sceglie, che vaglia e discerne tra varie possibilità. Sa cosa vuole, sa cos’è importante, e opta per quel valore, relativizzando tutti gli altri valori, tutte le altre scelte. E in questa scelta è orientata: il suo orecchio del cuore tende verso Gesù, a lui indirizza la sua scelta, a lui e alla sua parola che parla al suo cuore. Il verbo che ci dice il suo scegliere è in una forma verbale che dice un’azione puntuale: è una scelta da rinnovare, istante per istante, tradotta in una molteplicità di atti concreti, mai definitiva, ma che non ci verrà mai tolta, che ci sarà sempre possibile.

La scelta dell’unum necessarium, di cui parla sorella Maria all’amico Giovanni:

Che cosa è la semplicità? È il fare a meno di tutto ciò che non è l’unum necessarium…Noi siamo insieme per semplificare tutto.

 Unum necessarium, è il gratuito e eterno amore che non perderemo mai. Gesù ricorda a Marta, a quella Marta che è in ciascuno di noi, questa verità che può liberarci dalla schiavitù nella quale spesso rinchiudiamo le nostre esistenze.

E così, oggi, la buona notizia ci raggiunge infine con una parola di promessa da parte di Gesù, noi esistiamo in forza di un nome e dell’amore che ci viene donato, “questa è la parte buona che non ci verrà mai tolta”.

Maria donna libera – tanto da superare i limiti posti dalle regole sociali e da accovacciarsi, lei donna, ai piedi del Signore e maestro, posto riservato al discepolo −, è libera di esprimere quello che la abita, il suo desiderio profondo, la sua sete di Parola, della Parola del maestro.

Le due sorelle, abbiamo visto, accolgono in modo diverso, ciascuna nella sua verità. E Gesù lascia fare, non rimprovera Marta, non la chiama a sedersi con sua sorella, e non spinge Maria ad aiutare la sorella. Marta e Maria proprio in questa diversità, unita nell’unica casa, possono ospitare, servire, amare colui che riconoscono dono per le loro vite; assieme, accolgono colui che per primo le ha cercate.
Nessuno è chiamato a essere solo Marta o solo Maria, ma, unificati, il vangelo ci chiede anche di unificare Marta e Maria, di farne una. Dobbiamo essere tutti la casa di Betania, casa di relazioni, aperta, dove il Signore è accolto da amici non servi, riconosciuto come vero uomo e come il Verbo di vita.

Per concludere vorrei tornare alla domanda lasciata sospesa: chi ospita chi?

Colui che ospita è colui che è ospitato. E tra Gesù, Marta e Maria avviene proprio questa reciprocità di accoglienza che è all’origine di ogni nostra relazione. Gesù entra nella casa ma è egli per primo a ospitare, diviene dono per ogni abitante di quella casa, e apre alle sorelle e a ciascuno di noi la possibilità e la capacità di accogliere chiunque altro. Gesù ospite accoglie per primo, nel rapporto con lui egli fa emergere chi siamo, ciò che cerchiamo, lascia lo spazio perché affiori l’identità umana e la verità di ciascuna delle due sorelle.

1)  C. M. Martini, In religioso ascolto della Parola di Dio, Cittadella editrice, Assisi 2012, p. 11.
2) Francesco, Messaggio per la 56 giornata mondiale delle comunicazioni sociali, Ascoltare con l’orecchio del cuore, 24 gennaio 2022,
3) E. Hillesum, Diario 1941-1943, Adelphi, Milano 2003, p. 57. 
4) Cf. È. Cuvillier, La Parola e noi, Qiqajon, Magnano 2021, pp. 89-94.

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