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Emanuele Borsotti "La voce dei luoghi"

Emanuele Borsotti
 
Marzo - Aprile 2020 


La scrittura dice che Dio è colui che osserva i segni dei tempi e il Concilio Vaticano ll ha precisato che la Chiesa deve scrutare i segni dei tempi. Perché non anche dei luoghi? Noi ora, su quella suggestione, vogliamo scrutare i segni dei luoghi e interpretarli alla luce della Scrittura. 
L’uomo abita spazi che non costituiscono solo uno scenario, ma lo spazio è di per sé un segno, lo spazio in segna qualcosa; ci parla, ci parla di altro, di altri e anche di noi. Interpretare i segni dei luoghi vuol dire scrutare una realtà quotidiana, ma anche nuova. L’uomo non può accontentarsi di attraversare i luoghi come un passante frettoloso, ma gli è richiesto di essere “abitatore contemplativo". Solo così potrà scoprire la grazia e la profondità dei luoghi e insieme la grazia e la profondità di un altrove, perché ogni luogo ci rimanda ad uno spazio che si apre al di là delle frontiere fisiche di quel luogo. Lo spazio in cui viviamo è come una finestra aperta su un’altra dimensione. Certo i luoghi ci rimandano anche a una condizione di stabilità, di radicamento e sono sempre storia di stratificazione perché hanno una storia archeologica, legati a costruzioni, distruzioni, ri- ostruzioni. Possiamo quindi dire che luoghi sono tante cose insieme: sono luoghi di scambio, di memoria, di desideri, di segni, di linguaggi... S. Paolo potrebbe dirci che nulla al mondo è senza voce quindi anche i luoghi sono capaci di parlare, anche i luoghi hanno una voce. Il nostro tentativo sarà quello di metterci in ascolto della voce dei luoghi. 
Per iniziare partiamo da un testo noto: il sogno di Giacobbe (Gen. 28,10-22). Nel testo ebraico ricorre per ben 6 volte il termine luogo: makòn. Ricordiamo il contesto: Giacobbe fugge da casa, dal fratello a cui ha sottratto la primogenitura e va anche in cerca di una moglie (v. 11-12). Fugge al tramonto del sole, quando incomincia la notte. La notte evoca certamente l’esilio e anche la chiusura dell’amore. Quando cala la notte l’ombra prende possesso dei luoghi, ma anche di n nel buio Giacobbe capita in un luogo senza nome, senza confini geografici, avvolto nella nebbia. A ben guardare nel testo ebraico si dice che Giacobbe capitò nel luogo (bà makòn) quindi non in luogo casuale, ma l’articolo dice di un luogo personalizzato. In questo luogo Giacobbe sosta. La sosta permette di fare in profondità l’esperienza di un luogo. 
Nasce una domanda: sappiamo fermarci in un luogo? Ovvero, sappiamo fermarci nella vita? Riconoscere che ognuno è luogo per l’altro? 

Giacobbe prende una pietra come cuscino, si addormenta e fa un sogno; il sogno è irruzione del nuovo, di una buona notizia. Sogna un luogo, una struttura architettonica; vede una scala, sullam in ebraico, una scala come una piramide a gradoni, una zigurat, una struttura templare che congiunge la terra al cielo. La scala infatti poggia sulla terra, mentre la sua cima raggiunge il cielo. Il cielo nella Bibbia è il luogo dove abita Dio mentre la terra è il regno degli uomini, ma in virtù di questa scala le due polarità sono tra loro legate. C’è prossimità dunque tra cielo e terra, tra divino e umano c’è possibilità di compenetrazione. Sopra la scala c’è un saliscendi di angeli di Dio. Questa presenza angelica dovrebbe scendere e poi eventualmente salire, ma qui si dice che salivano. Il movimento è anzitutto ascendente come a dire che erano già sulla terra, la terra non era mai stata abbandonata a se stessa. Sullam, la scala, in ebraico è un termine maschile, quindi “salivano e scendevano su di esso" resta un testo ambiguo: sulla scala o su Giacobbe? 

La tradizione rabbinica dice che ogni uomo è a suo modo una scala e la scala è figura ella nostra esistenza: nella vita si sale, si scende e a volte si ruzzola giù. Quindi la scala uno specchio che gli angeli offrono perché gli uomini guardino, rispecchiata in esso, la propria esistenza. Come uomo sono un coccio di terra, ma la mia dimensione intima giunge a sfiorare il cielo. E se gli angeli di Dio scendono e salgono su di me che sono una scala, la loro discesa e salita dipendono dalle mie azioni. Andiamo al versetto 16, Giacobbe si sveglia ed esclama: “Certo davvero il Signore è in questo luogo". Al risveglio, nell’albore del giorno, il luogo gli appare in modo di- verso. Eppure il luogo è uno spazio stabile, cambia col mutare del nostro sguardo, cambia a seconda del nostro stato d’animo. Possiamo dire che i nostri stati d’animo dipingono i luoghi. 

“E io non lo sapevo" (v. 16). Nella tradizione ebraica questa affermazione dice di un lavoro nell’intimo dell’uomo. C’è un passaggio dall’inconsapevolezza alla consapevolezza, dal non sapere al sapere. Quel luogo anonimo diventa quel luogo singolare per me e mi dice qualcosa, fa emergere qualcosa di unico, di proprio, di irripetibile. Nell’ordinario può accadere lo straordinario. Dio si rivela anche nei luoghi. Il luogo può anche essere quell’esperienza inattesa che ci fa evolvere dal torpore alla consapevolezza di sé, daIl’ignoranza a una conoscenza progressiva della nostra geografia interiore, dei nostri recessi inesplorati. 

L’esperienza di Giacobbe ci mostra che vivere profondamente l’esperienza di un luogo implica che qualcosa di quel luogo abita in noi e che qualcosa di noi appartiene a quel luogo. C’è quindi un legame di appartenenza tra la vita intima di un uomo e un luogo già lì fisso nella sua fisicità. La presenza nel testo ebraico del pronome personale "io" ci dice che Giacobbe non aveva avuto consapevolezza per l’ingombro di quell’io, come a dire che la consapevolezza di sé richiede uno svuotamento, bisogna lasciar cadere l’io ipertrofico. Dio era qui da sempre, ma io non lo sapevo perché troppo occupato a prestare attenzione a me stesso. 
Ora Giacobbe esclama:"Quanto è terribile questo luogo". Terribilis dice generare tremore. Brivido del luogo perché abitato da Dio, è l’esperienza dell’uomo davanti a Dio che è anche riconoscimento della giusta distanza. Anche ogni esperienza d’amore è terribilis, incute rispetto, distanza, reverenza. 
E a conclusione Giacobbe porrà nel luogo un segno per ricordare quanto successo. Prende la pietra usata come cuscino e la erige come stele, memoria dell’evento. E la benedice. Questa pietra che da orizzontale diventa verticale, mi obbliga ad elevare lo sguardo e pone la domanda: “Perché questo segno"? Allora parte una narrazione che diventa memoria. Tanti oggetti della nostra casa sono lì per ricordare un evento, per fare memoria della nostra storia. 
Lo spazio anonimo ora ha un nome: Betel e quel nome segna la sua storia.

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