Monastero di Bose "Il cuore in alto"

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Ascensione del Signore

Quia Dóminus Iesus, Rex glóriæ,
peccáti triumphátor et mortis,
mirántibus Angelis, ascéndit hódie summa cælórum,
Mediátor Dei et hóminum,
Iudex mundi Dominúsque virtútum;
non ut a nostra humilitáte discéderet,
sed ut illuc confiderémus, sua membra, nos súbsequi
quo ipse, caput nostrum principiúmque, præcéssit.

Il Signore Gesù, re della gloria,
vincitore del peccato e della morte,
oggi è salito al cielo
contemplato dagli Angeli.
Mediatore tra Dio e gli uomini,
giudice del mondo e Signore dell’universo,
ci ha preceduti nella dimora eterna
non per separarsi dalla nostra condizione umana,
ma per darci la serena fiducia che dove è lui,
capo e primogenito,
saremo anche noi, sue membra,
uniti nella stessa gloria.
Messale romano, Prefazio dell’Ascensione del Signore I

L’Ascensione annuncia che «l’umanità di tutti nell’umanità del Cristo è introdotta definitivamente nell’esistenza celeste». Ci vengono mostrate, come premessa e premessa, «la nostra eternizzazione e la nostra immortalità realizzate senza ritorno possibile» (P. Evdokimov).

Mentre la parabola terrena della vita di Gesù si chiude e viene ormai sottratta ai nostri sguardi, il Risorto ascende ed effonde su di noi la sua benedizione: è lui che – come canta la liturgia bizantina – ha unito gli abitanti della terra con quelli del cielo, perché «il Signore con la sua discesa ha annientato l’Avversario e con la sua ascensione ha esaltato l’uomo». È lui, infatti, il «Mediatore tra Dio e gli uomini» (1Tm 2,5), il ponte che unisce le due sponde, il volto della filantropia divina, dell’amore di Dio che scende a visitare l’umanità e che, con Cristo, «ci ha anche risuscitato e ci ha fatto sedere nei cieli» (Ef 2,6).

Egli fu manifestato in carne umana
e riconosciuto giusto nello Spirito,
fu visto dagli angeli
e annunciato fra le genti,
fu creduto nel mondo
ed elevato nella gloria (1Tm 3,16).

Il Cristo che ascende è il «re della gloria», cantato dal salmista, davanti al quale si spalancano le porte del regno dei cieli:

Alzate, o porte, la vostra fronte,
alzatevi, soglie antiche,
ed entri il re della gloria.
Il Signore forte e valoroso,
il Signore valoroso in battaglia.
Alzate, o porte, la vostra fronte,
alzatevi, soglie antiche,
ed entri il re della gloria.
Il Signore dell’universo è il re della gloria (Sal 24,7-10).

L’iconografia ha tradotto il racconto neotestamentario dell’Ascensione contemplando il Cristo elevato in alto, nel cielo, avvolto da una mandorla di luce, circondato dagli angeli, mentre in terra, gli apostoli, stretti intorno alla Madre di Dio, sono figura del fondamento ecclesiale, della Chiesa ai suoi albori, mentre stanno a guardare il cielo, da dove quel Gesù, che di mezzo a noi è stato assunto in cielo, verrà di nuovo, un giorno, allo stesso modo in cui è stato visto andare in cielo (cf. At 1,9-11).

Ecco «la Chiesa sotto la pioggia incessante della grazia» (P. Evdokimov). Ecco la Chiesa, nel suo intessersi come corpo di discepoli e inviati, di testimoni della vita e della risurrezione di Cristo, che «è il capo del corpo, della Chiesa. Egli è principio, primogenito di quelli che risorgono dai morti, perché sia lui ad avere il primato su tutte le cose» (Col 1,18). Lui, che è «capo e primogenito», preannuncia e promette che noi, sue membra, saremo uniti a lui nella stessa gloria, a lui che è «il Principio e la Fine» (Ap 22,13).

«Cos’è la Chiesa? – si domandava Agostino – Il corpo di Cristo. Aggiungile il Capo, e diventa un solo uomo. Il Capo e il corpo, un uomo solo. Chi è il Capo? Colui che nacque dalla Vergine Maria, prese la carne mortale senza peccato, fu maltrattato, flagellato, vilipeso, crocifisso. Lui è il Capo della Chiesa, lui è il pane proveniente da quella terra. E il suo corpo chi è? La sua sposa, cioè la Chiesa. I dueinfatti saranno un solo corpo. Da una parte il Capo, dall’altra le membra. Non volle risuscitare insieme con le membra ma prima delle membra, per dare una speranza alle membra. Il Capo volle morire per risorgere per primo e per primo andare in cielo, affinché nel Capo avessero speranza anche le membra, attendendo fiduciose che in loro si sarebbe realizzato ciò che le aveva precedute nel Capo» (Serm. 45,5).

Per questo la liturgia della Chiesa ripete l’invito: Sursum corda, «In alto i nostri cuori», che la tradizione patristica ha volentieri connesso al mistero dell’Ascensione: «La resurrezione del Signore è la nostra speranza; l’ascensione del Signore è la nostra glorificazione. Oggi infatti celebriamo la solennità dell’Ascensione. Se dunque intendiamo celebrare l’Ascensione del Signore fedelmente e santamente, ascendiamo con lui e teniamo “in alto il nostro cuore”. Ascendendo, però, non montiamo in superbia: dobbiamo, sì, tenere “il cuore in alto”, ma “rivolto al Signore”. Difatti, avere “il cuore in alto” ma non “rivolto al Signore”, questo si chiama superbia; avereinvece “il cuore in alto” ma “rivolto al Signore”, questo si chiama avere rifugio in lui» (Agostino, Serm. 261,1). Infatti, «tutta la vita dei veri cristiani consiste nell’avere in alto il cuore. Tutta la vita dei cristiani non solo di nome, ma dei cristiani nei fatti e nella verità, è un avere in alto il cuore. Che cosa significa: “In alto il cuore”? Significa speranza in Dio, non in te stesso; tu, infatti, sei di quaggiù, Dio di lassù. Se metti la speranza in te stesso, il tuo cuore è in basso, non in alto. L’avere il cuore rivolto verso l’alto, è Dio che ve lo dona, non le vostre forze: se infatti non fosse lui a sollevarlo, noi giaceremmo a terra» (ibid. 229,3).

Fonte: Monastero di Bose
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