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Monastero di Bose "Il collirio del cuore"

22 marzo 2020 
IV domenica di Quaresima

Qui genus humánum, in ténebris ámbulans,
ad fídei claritátem
per mystérium incarnatiónis addúxit,
et, qui servi peccáti véteris nascebántur,
per lavácrum regeneratiónis
in fílios adoptiónis assúmpsit.

Nel mistero della sua incarnazione
il Cristo si è fatto guida del genere umano,
che camminava nelle tenebre,
per condurlo alla luce della fede,
e liberare con il lavacro di rigenerazione
gli schiavi dell’antico peccato
per elevarli alla dignità di figli.

Messale Romano, Prefazione della IV domenica di Quaresima

Il prefazio della IV domenica di Quaresima è strutturato per mezzo di una serie di coppie di termini contrapposti: tenebre/luce – peccato/rigenerazione – servi/figli. Queste parole ci orientano verso l’interpretazione del testo evangelico, la guarigione del cieco nato nel capitolo 9 del Vangelo secondo Giovanni, come segno di una nascita nuova, o forse, meglio, di un nuovo atto creatore in cui l’essere umano è riplasmato.

Questa è anche l’interpretazione patristica antica, che si soffermava sulla descrizione dettagliata dell’agire di Gesù riportata da Giovanni. «Al cieco dalla nascita restituì la vista non con una semplice parola, ma con un’azione: per mostrare la Mano di Dio che all’inizio aveva plasmato l’uomo. Le opere di Dio (che il Cristo manifesta guarendo il cieco nato) sono la plasmazione dell’uomo (opera autem Dei plasmatio est hominis): “E Dio, avendo preso fango dalla terra, plasmò l’uomo” (Gen 2,7). Perciò il Signore sputò in terra e prese un po’ di fango e lo spalmò sugli occhi, indicando com’era la plasmazione originaria e mostrando la Mano di Dio, per mezzo della quale fu plasmato l’uomo dal fango» (Ireneo di Lione, AH V,15,2).

Il fango guaritore associa un elemento divino, la saliva – che rappresenta la parola divina (Origene, In Ioan. frag. 63) o l’unzione con lo Spirito (Origene, Hom. in Isaiam VI,3) – alla terra, a cui è unito, e diviene così una figura dell’Incarnazione del Verbo di Dio. Dice Agostino: «Con la sua nascita ci ha procurato il collirio con cui ripulire gli occhi del nostro cuore, onde potessimo, attraverso la sua umiltà, vedere la sua maestà. Per questo il Verbo si è fatto carne, e abitò fra noi. Ha guarito i nostri occhi» (In Ioan. II,16). Insieme al collirio dell’Incarnazione, il fango rappresenta anche il collirio della Parola di Dio, la quale viene a noi in modo che possiamo comprenderla: non nuda, senza materia né immagini corporee, ma intrecciata con i racconti e le vicende umani. Unti gli occhi, bisogna andare a Siloe dall’Inviato di Dio, cioè passare dal senso immediato delle Scritture al loro senso spirituale per divenire capaci di conoscere il Figlio di Dio (cf. Origene, In Ioan. frag. 63).

Attraverso l’uso dell’espressione «coloro che camminano nelle tenebre» il prefazio ci rimanda poi ai testi della liturgia del Natale e a quella dei giorni che lo precedono, quando risuonano le parole profetiche: «Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse» (Is 9,1). La profezia isaiana ha da sempre accompagnato la celebrazione della natività del Signore, quella che la Chiesa ortodossa definisce la Pasqua dell’inverno.

«O Chiave di David vieni a liberare i prigionieri della morte»; «O Oriente, splendore di luce eterna, vieni a illuminare chi giace nelle tenebre e nel buio della morte»; «O Re delle genti, atteso da tutti i popoli, vieni, salva l'uomo che hai plasmato dalla terra (de limo formasti)»: così cantano le antifone maggiori al Magnificat nei giorni che precedono il Natale. In questi testi liberazione dei prigionieri della morte, illuminazione e rigenerazione coincidono ed esprimono il significato ultimo del “per noi” dell’Incarnazione. La vittoria di Cristo sulla morte e la sua discesa agli Inferi per cercare Adamo e liberare in lui tutta l’umanità manifestano lo scopo dell’incarnazione.

I catecumeni che avrebbero ricevuto il battesimo nella notte pasquale, guardando al cieco nato, potevano allora prepararsi al cammino che li attendeva: la rinascita e l’illuminazione e poi, una volta che aperti i loro occhi (Gv 9,7), l’ascolto delle Scritture per poter giungere a confessare Gesù come Kýrios, Signore (Gv 9,38).

Ciò che attende l’uomo è un mistero di illuminazione, resurrezione, gloria.

Un rimando testuale collega poi il prefazio odierno con quello della II domenica di Quaresima: nella trasfigurazione Gesù aveva reso percepibile ai discepoli suam claritatem (la sua gloria), oggi, nella domenica del cieco nato, è detto che, attraverso il mistero dell’incarnazione, egli si fa guida di tutta l’umanità ad fidei claritatem, «verso la luce della fede». Claritas nel latino della Vulgata ricorre nei vangeli solo cinque volte (Lc 2,9; Gv 5,41; 17,5.22.24) e traduce sempre il greco dóxa, “gloria”. Nel nostro prefazio claritas si oppone a tenebrae: è la gloria dei figli che non sono più schiavi della morte, di coloro che la misericordia sovrana di Dio ha rigenerato con un gesto simile a quello creatore dell’inizio.

Curiosamente però nel testo giovanneo i termini che strutturano il nostro prefazio non ricorrono come ci aspetteremmo. Il termine “luce” si trova solo nella proclamazione di Gesù: «Finché io sono nel mondo, sono la luce del mondo» (Gv 9,5); la parola “tenebra” non si trova, mentre “figlio” è usato solo nella polemica che coinvolge i genitori del cieco nato. Si può intendere che sì, era il loro figlio, ma ora è entrato in una diversa relazione di figliolanza. Di “servi” non si parla. Si trova invece “peccato”. L’affermazione di Gesù è netta e non ammette repliche. Alla domanda dei discepoli: «Chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?», Gesù risponde: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio» (9,2-3). Il discorso biblico sul peccato è estremamente prudente: interviene un ingannatore, un nemico, l’uomo fa il male, ma per paura della morte e in primo luogo è vittima. La presenza del male e del peccato rimane un mistero. «Né lui ha peccato né i suoi genitori». L’atto di rigenerazione, ri-plasmazione dell’essere umano rimane anch’esso nell’ambito del mistero: mistero della grande compassione, non spiegabile, di un Dio che fin dall’inizio cerca l’uomo: «Adamo, dove sei?» (Gen 3,9).

Fonte: Monastero di Bose

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