Costruttori di ponti:Paolo De Benedetti

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Appassionato dello studio, innamorato degli animali e della natura, della Bibbia e della storia di Dio con gli uomini, consulente editoriale, professore e conferenziere. È impossibile dare una definizione unitaria di Paolo De Benedetti. Soprattutto egli è stato un costruttore di ponti tra la religione degli ebrei e quella dei cristiani, due ambiti cui rimase tenacemente fedele nella vita.
Amante dei paradossi preferiva dirsi cristiano presso gli ebrei ed ebreo presso i cristiani, invitando i partner del dialogo a un ascolto sempre aperto e mai chiuso al pensiero e sentire dell’altro. Io l’ho conosciuto soprattutto come straordinario consulente editoriale che con la vita più ancora che con gli scritti mi ha insegnato il rispetto e la venerazione per il pensiero e la tradizione degli ebrei.
Lo incontrai la prima volta nell’entourage dell’editrice Garzanti dove era approdato dopo la lunga collaborazione con Valentino Bompiani. Qui aveva avuto come colleghi particolarmente vicini Umberto Eco e Furio Colombo, due amici che rimasero tali per la vita. Alla Garzanti egli era quasi al termine della sua avventura come condirettore della Enciclopedia Europea, mentre io mi accostavo a un editore che, come poi si seppe, versava già in una crisi economico-finanziaria. Inizialmente mi venne chiesto di curare il settore religioso di una nuova edizione dell’enciclopedia europea e a questo scopo ebbi un curioso incontro con Livio Garzanti. Senza ulteriori preamboli egli mi interrogò su uno o più autori in grado di scrivere un contributo particolarmente significativo su Giovanni Paolo ii, il nuovo Papa, perché «non mi venite a dire che in Italia la monarchia è finita. Il vero re è ancora il Papa».
Poi, però, la seconda edizione dell’Europea non ebbe seguito e allora, più modestamente, dovetti curare una garzantina sulle religioni a partire da un testo tedesco non proprio esaltante. Accettai e a cuor leggero mi impegnai a scrivere un articolo integrativo sull’ebraismo con particolare attenzione all’Italia. Mi accorsi presto della mia inadeguatezza e proprio dai colleghi della Garzanti mi venne consigliato di rivolgermi a Paolo, il mitico Pdb, che in casa editrice era ancora un imprescindibile punto di riferimento anche se non vi lavorava più da qualche tempo.
Timoroso, mi rivolsi dunque al grande esperto il quale, senza farsi troppo pregare, accettò di rileggere il mio testo. Me lo restituì dopo qualche tempo quasi interamente riscritto, lodandomi per l’impegno e quasi scusandosi per le numerose correzioni. Davvero una lezione di vita che mi attrasse definitivamente nel campo dei tanti ammiratori del rabbino d’Asti.
Ci univa peraltro l’amicizia con don Italo Mancini, il sacerdote filosofo che ci aveva fatto conoscere Dietrich Bonhoeffer, il pastore della Chiesa confessante che postulava un cristianesimo adulto e quasi come testamento aveva lasciato scritto che non poteva cantare il gregoriano chi non levava la voce a favore degli ebrei.
Più tardi, negli anni Ottanta-Novanta, ci ritrovammo presso la San Paolo nell’hinterland milanese a Cinisello Balsamo. All’epoca io ero responsabile del settore storico-biografico dell’editrice mentre Paolo vi veniva una volta alla settimana senza impegni precisi, mettendosi a disposizione di chiunque avesse bisogno: dal direttore al caporedattore, dai responsabili di settore ai curatori di singoli volumi, con preferenza, naturalmente, alle opere di carattere biblico oppure attinenti il mondo ebraico. La sua competenza era proverbiale, così come la sua pazienza e il suo invito costante a non procedere di fretta, a fermarsi per riflettere e consultare opere nuove o antiche di riferimento. Alla fine la nostra collaborazione si cementò lavorando a un dizionario di ebraismo per il quale Paolo si impegnò con la solita perizia e acribia. Poi ci venne chiesto di dirigere una collana di opere sulle religioni. Leggevamo ambedue i volumi proposti o selezionati alla fiera di Francoforte, ci incontravamo per discuterne, quasi sempre Paolo lasciava a me la decisione ultima ma il parere più autorevole era chiaramente il suo.
Lentamente, poi, mi introdusse ai temi a lui cari: l’amore al creato, il giardino di Dio di cui parla la Genesi, il tenero amore per gli animali, soprattutto dei più deboli e bisognosi di cure. Paolo fu un innamorato della casa comune che l’uomo, credente o meno, è chiamato a proteggere. Del resto Dio stesso alla fine del diluvio promise di non più distruggere il creato, un impegno al quale egli stesso non può sottrarsi. Poi vi era la tenera attenzione per gli animali, per una cagnetta bisognosa di cure e per i numerosi gatti ai quali dava del tu perché sono essi stessi delle creature di Dio, da lui creati e amati al pari degli uomini. Ai cristiani egli ricordava che secondo la loro fede essi hanno ereditato il peccato originale, non così gli animali. Sosteneva, poi, con convinzione che nella vita futura gli animali avranno ugualmente diritto al paradiso. Perché Dio non dovrebbe garantire loro una vita futura se la dona agli uomini che pure hanno tradito l’alleanza?
All’epoca io avevo un gatto particolarmente vivace il quale non di rado graffiava il visitatore che incautamente si avvicinava ai luoghi da lui frequentati. Tra il serio e il faceto gli scrissi una mail avanzando il dubbio che anche i gatti potessero avere il peccato originale. Sempre per mail Paolo mi rispose molto seriamente confutando il mio scritto con testi dai classici ebrei e cristiani. A mia volta cercai di replicare insistendo sull’adagio scolastico che tutti gli argomenti non possono contraddire i fatti. Paolo, tuttavia, non se ne diede per inteso e qualche tempo dopo mi donò una copia autografata delle sue Gattilene, una raccolta di nenie, più che di vere e proprie poesie sui gatti a testimonianza di un amore mai rinnegato per i suoi felini, compagni di una vita. A partire da queste considerazioni Massimo Giuliani, che al Rabbino d’Asti ha dedicato un volume di discepolo devoto, propone di «rileggere con i suoi occhi e alla luce dei suoi testi quell’unicum del recente magistero ecclesiale che è l’enciclica di Papa Francesco Laudato si’», mentre nel recente libro Ebrei e cristiani, da me curato, Papa Benedetto XVI e il rabbino capo di Vienna Arie Folger si dicono d’accordo nell’affermare che ebrei e cristiani possono collaborare per «preservare il mondo da Dio creato come un giardino gradevole che gli uomini tutti devono preservare dall’incuria e dallo sfruttamento senza limiti».
A Pdb va dunque la gratitudine di chi, sia pure in ritardo, gli riconosce una semplicità chassidico-francescana unita a rigore filologico e a grande apertura di orizzonte umano e spirituale.

di Elio Guerriero
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