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Sorelle Monastero di Bose "Sale e luce"

Matteo 5, 13-16

«Sale della terra» e «luce del mondo»: sono espressioni che isolate dal loro contesto suonano arroganti e presuntuose.
Chi può avere la pretesa di essere luce per gli altri, di dare sapore alla terra? Chi può presumere di risplendere di luce propria? Sembra l’atteggiamento di chi si erige a maestro, di chi pretende di avere sempre qualcosa da insegnare agli altri e impone con prepotenza il suo modo di vedere e di pensare come fosse la verità assoluta a cui tutti si dovrebbero sottomettere. «Uno solo è il vostro maestro e voi siete tutti fratelli» ammonisce Gesù (Matteo 23, 8). «Sale della terra» e «luce del mondo»: soltanto lette nel loro contesto, al seguito delle beatitudini, e illuminate dall’insieme delle Scritture, queste espressioni manifestano il loro carattere paradossale e ci indicano qual è la vocazione del cristiano.

«Voi siete il sale della terra»: di per sé il sale non serve alla terra, anzi la rende sterile, ma qui Gesù intende dire: «Voi siete il sale della vita umana sulla terra». Il sale nell’Antico Testamento è simbolo di comunione, di fedeltà, tanto che nell’ebraico si è giunti a coniare l’espressione «alleanza di sale» (Numeri 18, 19; 2 Cronache 13, 5) per definire la fedeltà del patto che Dio ha stipulato con il suo popolo. Essere il sale della terra significa vivere una presenza di comunione e di pace con gli altri esseri umani su questa terra. Matteo prospetta il fallimento di questa vocazione; il sale può diventare insipido. Il verbo greco qui impiegato (moráinein) significa «diventare stolto». È la stoltezza di chi «ha costruito la casa sulla sabbia» (Matteo 7, 26) e non sulla roccia, che è il Cristo stesso; è la stoltezza di quelle cinque giovani donne che hanno preso le lampade ma non l’olio (Matteo 25, 2-3). Il sale scipito, «stolto», non serve ad altro che a essere «gettato fuori», espressione questa frequente nel vangelo di Matteo per designare il giudizio.

«Voi siete la luce del mondo»: la luce non ci appartiene; possiamo soltanto accoglierla e rifletterla. Soltanto Gesù può dire: «Io sono la luce del mondo; chi segue me non camminerà nelle tenebre e avrà la luce della vita» (Giovanni 8, 12). Nessun altro può dirlo di se stesso. Nessun trionfalismo, nessuna arroganza! Sarà la vita, saranno gli altri, sarà il Signore a giudicare se siamo sale e luce. A noi spetta mantenere il nostro sguardo rivolto al Signore, in ogni istante, in ogni situazione, senza lasciarci distrarre da false luci che cercano di sedurci.

«Satana si traveste da angelo di luce» (2 Corinti 11, 14) ci ricorda l’apostolo Paolo. Non dobbiamo negare le nostre tenebre, né nascondere, a noi stessi e al Signore, che nonostante il nostro desiderio di seguirlo e di amarlo, ci sono in noi tante resistenze, tanti dubbi, tante esitazioni, e che spesso diventiamo complici delle nostre tenebre, ma giorno dopo giorno dobbiamo accogliere la luce che viene dal Signore, riflettere questa luce sui nostri volti, su tutta la nostra persona, sulla nostra vita quotidiana; dobbiamo credere nella luce per diventare «figli della luce» (Giovanni 12, 36), amare per rimanere nella luce («Chi ama suo fratello rimane nella luce», 1 Giovanni 2, 10). Allora compiremo quelle opere che Matteo chiama «belle» (Matteo 5, 16). Che cosa sono le «opere belle»? Sono quegli atteggiamenti illustrati nelle beatitudini: la povertà di chi si riconosce mendicante presso Dio, il pianto sulla propria e l’altrui tenebra, la mitezza, la fame e la sete di giustizia, la misericordia, la purezza di cuore, la costante ricerca della pace in se stessi e con gli altri, il trovare la propria gioia e la beatitudine soltanto nel Signore, anche se la nostra sequela desta il rifiuto, lo scherno, le false accuse. «Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e mentendo diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia» (Matteo 5, 11).

Anche l’apostolo Pietro invita ad avere una «vita bella» in mezzo agli uomini «perché al vedere le vostre opere belle diano gloria a Dio» (1 Pietro 2, 12). Questa vita bella stupisce e interroga; a chi gliene chiede il motivo, il cristiano renderà conto della speranza che lo abita (cfr. 1 Pietro 3, 15).

a cura delle sorelle di Bose

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