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Le comunità giovannee, un protagonismo femminile


Il vangelo di Giovanni è unanimemente riconosciuto come il più “difficile” tra i quattro canonici. Che
sia però anche il più “femminista” pochi lo sanno. Lo spiega bene, invece, «Dio nessuno l’ha mai visto» (Gv 1,18). Una guida al vangelo di Giovanni scritta a quattro mani da due biblisti di vaglia, Pius Ramon Tragan e Marinella Perroni, e in uscita a settembre per le Edizioni San Paolo.
Il saggio inserisce il quarto vangelo nel complesso degli scritti giovannei e ne chiarisce l’origine e l’approccio, facendolo risalire alla visione teologica e al vissuto della comunità cristiana che intorno al «discepolo prediletto» si era riunita. Anticipiamo, qui di seguito, un brano del libro, dedicato a Le comunità giovannee, un protagonismo femminile.
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Secondo il libro degli Atti (8,5-8), l’evangelizzazione della Samaria avviene a opera di Filippo, uno dei sette giudeo-cristiani di lingua greca che, separatisi dalla comunità dei giudeo-cristiani di lingua ebraica di Gerusalemme e fatti oggetto di persecuzione da parte dei Giudei, avviano un processo di diffusione del vangelo che porterà alla grande svolta dell’apertura ai pagani.
Abbiamo già osservato però che secondo il quarto vangelo la prima evangelizzazione della Samaria è avvenuta grazie a una donna, anonima, ma non per questo meno decisiva nel processo di predicazione delle tradizioni su Gesù (c. 4). Non deve stupire. Infatti, dal prosieguo della tradizione risulterà quanto mai chiaro che molto presto si è imposta la tendenza a far prevalere le narrazioni a protagonismo maschile rispetto a quelle che vedono invece come protagoniste delle donne. La diffusione dell’annuncio cristiano verrà sempre più raccontata come epopea di apostoli maschi.
Evidentemente non è questo il luogo per rendere ragione di quel progressivo processo di estromissione delle donne dalla partecipazione attiva ai ruoli ecclesiali e missionari che è diventato dominante fin dai primi passaggi generazionali. Esso è rimasto impresso negli scritti neotestamentari e non ha soltanto caratterizzato la storia del cristianesimo nascente, ma ha anche dolorosamente condizionato i successivi secoli di storia della fede in Gesù di Nazaret, il Cristo di Dio.
Molto è già stato scritto al riguardo, soprattutto negli ultimi decenni del secolo scorso. In Italia, però, difficilmente se ne trova traccia negli studi accademici, anche quelli più recenti. Non viene ancora definitivamente riconosciuto, infatti, che la prospettiva di genere deve stabilire un criterio di fondo per un’interpretazione dei testi neotestamentari finalmente non faziosa, capace cioè di palesare che la genesi della fede in Gesù non sia legata unicamente a discepoli maschi o, nel migliore dei casi, a discepoli anonimi e, quindi, immaginati sempre come maschi.
È davvero questo che ci dicono gli evangelisti, Paolo e tutti gli altri agiografi? Per quanto riguarda la grande tradizione esegetica, da quella patristica a quella contemporanea, sembra in effetti di sì. Ce ne dà una conferma anche la presentazione che abbiamo fin qui fatto del vangelo giovanneo: possono cambiare i metodi e variare gli approcci, ma in nessuno degli studi più accreditati sul quarto vangelo o sull’intero corpo giovanneo, neppure tra quelli più recenti, la tradizione giovannea viene pensata in termini di genere. E non perché nessuno ne abbia parlato. Esiste infatti una vastissima produzione di studi femministi e di genere sul vangelo giovanneo, ma a questa prospettiva semplicemente non si riconosce pieno diritto di asilo all’interno della ricerca cosiddetta ufficiale.
In realtà, già quasi quattro decenni fa (nel 1979), Raymond E. Brown ha cercato di aprire una pista al riguardo, quando ha inserito, come appendice al suo studio sulle comunità giovannee, un suo precedente articolo (del 1975) sull’atteggiamento dell’evangelista nei confronti delle donne, mettendo in luce la profonda diversità di punto di vista rispetto a quello rintracciabile nelle altre Chiese cristiane del I secolo. Per l’esegeta statunitense, il posto unico che alcune donne occupano nel quarto vangelo riflette la storia, la teologia e i valori della comunità giovannea.
A nessuno studioso del quarto vangelo, dunque, dovrebbe ormai sfuggire che proprio la tradizione giovannea induce a domandarsi se e quanto le discepole di Gesù abbiano avuto un ruolo importante nell’edificazione delle Chiese giovannee, nella responsabilità della loro conduzione, nello sviluppo della loro cristologia. Attraverso la breccia aperta da Brown, purtroppo, sono passati solo in pochi, nonostante negli ultimi decenni le questioni inerenti alla differenza di genere si siano imposte all’attenzione in modo sempre più pressante.
Comunque, non è per concessione alle ingiunzioni del tempo che a qualsiasi esegeta la questione della partecipazione delle donne alla nascita della tradizione cristiana e degli scritti neotestamentari non dovrebbe più sfuggire. È ormai fuori di dubbio, infatti, che questa problematica non è legata alle mode, ma è profondamente radicata nei testi biblici stessi e, se per secoli e secoli è stata regolarmente elusa, questo significa solo che i testi non sono stati correttamente capiti e interpretati. Non è in gioco, insomma, nessun prurito di novità e neppure una sorta di galateo teologico che oggi impone, piaccia o no, di far posto anche alle “signore”. Ne va, piuttosto, della stessa correttezza esegetica.
Non c’è dubbio, però, che le cose sono ben lontane dall’essere come dovrebbero. Tanto è vero che anche noi, pur avendo deciso di dare spazio alla questione della partecipazione delle donne alla nascita delle Chiese giovannee, abbiamo però scelto di trattarla come questione a sé stante, confermando così, in qualche modo, quella forma di apartheid esegetica che condanna i risultati della ricerca biblica femminista e di genere a non essere né discussi né assunti, a non diventare mai, insomma, patrimonio comune. Tutto sommato, essi sono considerati figli di un’esegesi minore e non hanno il diritto di entrare a pieno titolo nel dibattito scientifico.
D’altro canto, avendo impostato questo nostro lavoro anche come introduzione all’esegesi recente del quarto vangelo, non potevamo inventarci quello che non c’è. Dovevamo stare ai fatti, e i fatti attestano che alla questione del protagonismo femminile negli scritti giovannei non è riconosciuto valore sistemico, non entra cioè nell’orizzonte degli studi in modo strutturale, ma trova spazio unicamente in una piccola riserva di caccia esegetica per sole donne. Al suo interno, comunque, si vanno profilando con sempre maggiore chiarezza una serie di acquisizioni che, prima o poi, dovranno diventare irrinunciabili per tutti. Ne segnaliamo alcune, quelle che ci sembrano maggiormente significative per una ricostruzione più credibile, perché più completa, della storia delle comunità giovannee.
Risulterà evidente che sia l’esegesi femminista che quella di genere parlano ancora un loro dialetto, ben diverso dalla lingua della koinè storico-critica o anche dai dialetti dei recenti metodi linguistici e letterari: la pista aperta da Brown affinché il posto unico che il quarto vangelo riconosce alle donne venga interpretato come riflesso della storia, della teologia e dei valori della comunità giovannea resta, per ora, poco battuta.

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