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Goffredo Boselli Liturgia e ricerca spirituale oggi

Gruppo liturgico della parrocchia di San Lorenzo in Ivrea
Bose 13 maggio 2017

In questo intervento non ho la minima pretesa di rispondere in modo esaustivo alle intelligenti domande che mi avete fatto pervenire, cercherò invece di intercettare la questione che mi è parso sottostare alle questioni da voi posto.
Proverò in qualche modo di far rientrare nella riflessione le domande da voi poste, tuttavia ne scelgo tre dalle quali muovere la mia breve riflessione: - Nella civiltà contemporanea, l’azione liturgica può trovare spazi per il recupero della spiritualità? - L’obbligatorietà del precetto ha ancora un senso? Senza, però, un presenza costante ha senso? Si riesce a parlare di comunità? - Come far convivere la liturgia con il mondo giovanile.
Mi sembra di poter sintetizzare queste problematiche all’interno del rapporto tra liturgia e ricerca spirituale oggi.
Parto da una premessa che è di fatto una costatazione. Se l’analisi del profondo cambiamento in corso nel credere oggi in Italia ha visto ampiamente impegnata la sociologia della religione con inchieste, analisi e pubblicazioni anche recenti, molto meno ha coinvolto la riflessione teologica e ancor decisamente meno quella liturgica. Il rapporto tra liturgia e ricerca spirituale contemporanea, le ricadute della secolarizzazione sul celebrare cristiano sono temi che in Italia, occorre riconoscerlo, sono perlopiù sottovalutati se non perfino ignorati. Nelle accademie ci si limita a studiare il ruolo della liturgia nella storia della spiritualità, arrestandosi alle acquisizioni fondamentali del Movimento liturgico e del rinnovamento del Vaticano II. Nell’insieme si constata una scarsa percezione dello scarto sempre più crescente tra la liturgia e le specificità che la ricerca spirituale ha assunto in questi ultimi tempi. La versione ufficiale e autorizzata secondo la quale l’Italia – a differenza della Francia, della Germania o della più parte dei paesi europei – resisterebbe alla secolarizzazione grazie al sentimento popolare religioso ampiamente diffuso e all’appartenenza (anche solo sociale) al cattolicesimo da parte del popolo italiano, ha rappresentato in questi ultimi anni una campana di vetro sotto la quale rifugiarsi per non prendere fino in fondo atto del cambiamento radicale in corso nell’esperienza del credere. È ormai un’evidenza rilevare che il credere in Dio non è scomparso ma sono mutate le forme del credere, conseguenza del fatto che il rapporto con la religione non è venuto meno ma ha cambiato forma. Questo è uno dei principali punti fermi che, al di là di posizioni e accenti diversi, i sociologi della religione da tempo ormai ci consegnano in modo sostanzialmente convergente. In altre parole, l’evidenza è che la secolarizzazione ormai da anni ha segnato anche in Italia la fine del cattolicesimo per inerzia. La “terra di mezzo del credere” è l’immagine, particolarmente indovinata ed efficace, formulata dal sociologo Alessandro Castegnaro per descrivere il mutamento in corso delle forme del credere (C’è campo? 2010, Fuori dal recinto 2013). C’è uno vasto spazio, probabilmente maggioritario secondo Castegnaro, in cui prendono vita stadi e forme del credere quanto mai diseguali e frastagliate tra loro. La maggior parte delle persone sembra abitare questo territorio intermedio segnato, da un parte, da chi si riconosce convintamente credente e, dalla parte opposta, da chi si dichiara non credente. L’esistenza di questa estesa “terra di mezzo del credere” invita a riconsiderare a fondo le categorie tradizionali e fondamentali di “credente” e “non credente”, immediatamente riconducibili a “praticante” o “ateo”.

L'intervento integrale di Goffredo Boselli si può scaricare dal sito della parrocchia San Lorenzo di Ivrea a questo link 

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