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Sorelle di Bose - La mite misericordia di Gesù

Giovanni 8, 1-11

Questo Vangelo ci annuncia la misericordia di Dio incarnata e narrata da Gesù. Alcuni scribi e farisei, per mettere alla prova Gesù e avere di che accusarlo, gli conducono davanti nel tempio una donna che dicono sorpresa in adulterio.
Costoro gli imputano la misericordia verso i peccatori come una violazione della Torà. Ma come i profeti, Gesù interpreta e adempie la legge di Mosè cercando nella lettera del testo lo Spirito di Dio, che la scrisse perché fosse luce ai nostri passi. E la luce di Dio è sempre misericordia per noi.

Dal momento che la Torà dice di uccidere l’uomo e la donna sorpresi in flagrante adulterio, perché sottopongono al giudizio per la lapidazione solo la donna? O l’adulterio non era flagrante, e quindi il loro è delitto di falsa testimonianza; oppure fanno uso ingiusto della Torà, risparmiando l’uomo secondo l’eterno pregiudizio. Il Vangelo vuole mostrarci un grave peccato che tenta soprattutto gli uomini religiosi di ogni tempo: farsi giudici del prossimo, appellandosi alla legge che per primi disobbediscono. Chi usa la legge di Dio come un’arma per condannare altri non ha capito né il dono della Torà né il proprio cuore.

Gesù, interrogato, tace: la presenza di quella donna è per lui la realtà che conta, che lo piega con il suo peso di dolore e di mistero, e non l’occasione di una sfida religiosa. E si china per terra: due gesti miti, che narrano già di per sé la mite misericordia del Signore verso la povera donna così umiliata. E, chinatosi, scrive per terra. Questa scrittura sulla terra, misteriosa, silenziosa, scrittura non leggibile, è analoga al silenzio sottile che udì Elia all’Oreb: parole non udibili, adeguate all’indicibile, che fanno segno alla presenza misericordiosa di Dio.

E Gesù scrive con il dito per terra, due volte. Anche Dio scrisse, con il suo dito, due volte la stessa legge eterna sulle tavole di pietra. Mosè, infatti, davanti al peccato del popolo, le aveva spezzate, intuendo e rivelando per sempre che la legge di Dio si lascia spezzare pur di non annientare il peccatore. E Mosè tornò dal Signore che le riscrisse di nuovo: la stessa alleanza, la stessa scrittura del dito di Dio su altre pietre, gli stessi partner di Dio. Perché il nostro Dio è desideroso di farci misericordia per poter mantenere la sua fedeltà.

La legge santa di Dio non è, non può essere mai, come le leggi che gli umani devono darsi. Guai a noi e agli altri se le confondiamo! Usare la legge di Dio come una legge da imporre per comandare e punire è usare il dono di Dio per lapidare, secondo i pregiudizi di ciascuno. Mentre il Signore nel dono della Torà vuole farci conoscere le sue vie e il nostro cuore, perché ritorniamo a lui.

Ma poiché quegli uomini religiosi insistono a interrogarlo, Gesù dice loro una parola straordinaria: «Chi di voi è senza peccato scagli per primo la pietra contro di lei», perché Gesù sa che tutte le altre pietre saranno molto più facili da tirare, a noi umani che troviamo facile fare come fanno tutti, soprattutto contro una vittima. E di nuovo Gesù si china e tace perché non condanna neppure loro: perché proprio non è venuto a condannare. E qui succede un’altra cosa straordinaria.

Questi uomini religiosi già pronti a lapidare, diventano un esempio per noi.

Ascoltata la parola di Gesù, tacquero, nessuno mentì o fu ipocrita. Ognuno lesse se stesso alla luce di quella parola, non più usando la donna come paragone autogiustificante. La parola di Gesù fu luce per ognuno, ed essi si allontanarono. Gli anziani per primi, perché avevano avuto più tempo per conoscere se stessi. Gesù non disse i loro peccati, ma ciascuno lesse se stesso e si scoprì diverso da come si voleva credere e far credere.

Come loro, e come la povera donna, ascoltiamo Gesù e ciò che lo Spirito santo scrive nel nostro cuore e, consci della nostra dolorosa fallibilità, impariamo che l’obbedienza alla parola di Dio è sempre compassione e misericordia.

a cura delle sorelle di Bose

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