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Sorelle di Bose "Per chi sta sempre peggio degli altri"

Lc 21, 20-28

Le parole di Gesù sono suscitate da ciò che lui vede e ode nel tempio. Gesù vede la cosa più normale del mondo, cioè l’ingiustizia spudorata dei ricchi che mettono briciole del loro superfluo nel tesoro del tempio, e ode lo sguardo insipiente di chi si crede garantito dalla magnificenza del tempio.
Ma vede anche l’amore per Dio e per i poveri di una poverissima vedova. Questo ci fa intuire che il discorso di Gesù non riguarda un tempo speciale, unico, il tempo della consumazione finale del mondo, ma il tempo della storia, quella in cui viviamo e che è colpita di continuo da guerre e catastrofi.

Gesù vede e ode che gli uomini nel benessere non capiscono, e che sempre rischiano di sparire, inconsapevoli di tutto: del male che hanno fatto, del bene che hanno tralasciato di fare. Proprio come ai tempi di Noè, e di Lot, e come ai suoi e ai nostri giorni. Gesù guardava la realtà con la sapienza delle Scritture sante d’Israele, e ascoltava queste guardando a ciò che aveva davanti agli occhi, alle persone che incontrava.

Gesù ci insegna che non occorre essere indovini per conoscere lo scatenamento dei poteri ingiusti. Che basta vedere una donna vedova che possiede solo due spiccioli, una persona affamata, od oppressa — quei poveri che, con tristezza, disse che avremmo avuto sempre con noi — per comprendere l’esistenza di quei poteri ingiusti che li hanno derubati e schiacciati così, per comprendere la guerra più ingiusta e perenne, quella dei ricchi contro i poveri. Gesù insegna che basta vedere una persona nata cieca, un paralitico, lo strazio di un padre per la sua piccola figlia moribonda, per comprendere la fragilità, la precarietà di ogni vita. E usando parole e immagini profetiche, Gesù evoca i terrori e i dolori che le guerre e le catastrofi suscitano sempre negli esseri umani. Gesù insegna ai discepoli a vedere la pena, la fatica e la paura degli altri, tutti e tutte. Ad avere uno sguardo intelligente e compassionevole, che sa che tutti e tutto morirà, che sa la pena di questa perenne minaccia.

Parla di una Shoah («tempesta») per Gerusalemme, per Israele, che ben sappiamo non essere né la prima, né l’ultima. Ed esorta: non tentate di salvare la vostra roba, non ci sarà tempo neppure di congedarvi dai cari. Gesù parla come Geremia al capitolo 45: il solo bottino che il Signore possa aiutarvi, eventualmente, a salvare è la vostra nuda vita.

E parla di quelle persone che, nel disastro generale, stanno, comunque e sempre, peggio degli altri: le donne incinte e quelle che allattano, memore del gemito profetico: «Beate le sterili che non hanno partorito...». È meraviglioso che Gesù nei suoi pensieri veda queste povere donne, le più povere tra le povere, nell’angoscia della fuga. Non solo perché volge il suo sguardo realistico e compassionevole e del tutto inusuale verso le donne, ma anche perché vede, forse, in esse una situazione evangelicamente paradossale: le donne incinte e quelle che allattano — che vivono con tutto corpo a favore dell’altra creatura umana che allevano in sé o tra le braccia — non possono dar loro la vita che vivendo, e non morendo: incombe su di loro il dovere di salvare anche se stesse.

E poi Gesù esorta i suoi a non avere paura, come dirà l’angelo alle donne, alla sua tomba, il mattino di Pasqua. Rialzate la testa e guardate: all’orizzonte c’è la venuta del Figlio dell’uomo. Non conformatevi alla paura che fa tremare il mondo. Non siate come quelli che non sanno la promessa del Signore, non tremate come quelli che non lo attendono. Non abbiate paura, poiché solo la paura per la vostra vita vi può impedire la libertà e l’attenzione indispensabili a vivere nell’amore. Come la poverissima vedova, non datevi pensiero per la vostra vita. Non abbiate paura perché la fine sarà un ritorno, un incontro, occhio contro occhio.

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