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Roberto Vecchioni, il mio buon momento con Dio

Acclamato dal pubblico e dalla critica, il professore cantautore, Roberto Vecchioni, ha vinto il 61° Festival di Sanremo. Con la sua canzone, “Chiamami ancora amore”, denuncia il degrado morale e culturale della società, offrendo però bagliori di speranza.

“Chiamami ancora amore”, tre parole come pietre!
Sì, anche perché nel brano che ho presentato a Sanremo non si parla dell’amore come generalmente  avviene nelle canzonette, dove il colpo di fulmine tra un uomo e una donna è nell’ordine delle cose. In questa canzone si parla dell’amore universale,  per tutte le cose e per il creato.
A chi si rivolge?
Ai giovani soprattutto. Dico loro:  “chiamatevi tra voi amore”. È come se un giovane parlasse a un altro e dicesse: “chiamami così perché più mi chiami amore e più la cosa è vera”. Quasi per magia!
“Ancora”:  un avverbio per certificare la volontà di non arrendersi?
Esattamente. È una canzone di battaglia, ma buona, onesta. Battaglia fatta con parole e con  pensieri. Certamente non con la violenza.
Una battaglia per che cosa?
Per la credibilità del Paese, sulla voglia di amare questo Stato. Non è  celebrando i 150 anni dell’Unità d’Italia che si ottiene l’unità della nazione. A questa si arriva quando tutti convergono nello scopo di migliorare lo Stato, non soltanto dal punto di vista economico, anche se questo sarebbe già tanto, ma soprattutto dal punto di vista culturale. Siamo il Paese che ha dato più cultura al mondo e purtroppo pare che proprio essa stia sparendo lentamente. I giovani devono combattere per la cultura.
Per il lavoro anche!
Sì, purtroppo questo non dipende sempre e soltanto dai giovani, dipende molto da come va l’economia. Bisogna avere pazienza, non abbattersi, tenere presente che la notte passa! Aveva ragione Eduardo De Filippo: “A da passà a nuttata”. La notte passa e il chiarore dell’alba cambia tutto.
“Il sorriso di Dio” non viene mai meno; dice la canzone!
Di questo sono stato sempre convinto. Ho ricevuto un’educazione religiosa profonda. Credo che ogni cosa che avviene nel mondo, anche ciò che sembra apparentemente inspiegabile, è un millimetro del metro di Dio. Dobbiamo imparare ad essere oggi un millimetro per diventare un metro domani.
 
Dio, dunque, non è lontano!
È qua! Grandi personaggi e scrittori hanno detto che Dio è dentro di noi.  Per esempio Manzoni che fa dire all’Innominato: “Dio, Dio! Dov’è questo Dio?”. E il cardinale risponde: “Tu devi dirlo, lo hai dentro in questo momento”! Dio è sempre dentro ciascuno si noi.

Non è irraggiungibile!
Lo è per chi non vuole raggiungerlo, per chi nega la propria disponibilità. Io non sono un bigotto, non sono superstizioso o uno che vede miracoli dappertutto, ma sento Dio dentro di me in maniera molto forte. Direi che a parte alcune schermaglie oggi con Lui sono in un buon momento.
Anche quando compone una canzone, la  porta a Sanremo e vince!
Succedono cose strane nella vita, tanto che si ha paura di imputarle a Dio. Cose che hanno del miracoloso. La canzone che ho portato a Sanremo è nata in un attimo, è molto diversa da quasi tutte le altre che ho composto, quasi ci fosse stata un’ispirazione l’ho presa dal cielo,  l’ho catturata e l’ho scritta. Credo che Dio agisca dietro le quinte, non impedendo mai  la libertà degli esseri umani, non costringendo nessuno a fare cose contro la propria volontà.
Questo però l’ha capito tardi, da adulto!
È vero, ma è anche più bello così. La fede non ci rende impermeabili, però è un buono scudo, un bell’aiuto. E poi la fede ha una cosa straordinaria: non è qualcosa di finito. La vera fede è quella che conosce il dubbio, che cerca risposte. La fede di quelli che dicono: “so tutto”, non è fede. Io ho costellato la mia vita, le mie pubblicazioni, i miei dischi, di parole rivolte a Dio, di dubbi, come si può vedere in canzoni come “Blu moon”, “Che razza di Dio c’è nel cielo”,”Tommy”.
Ed ora come si sente con la vittoria in mano
Stanchissimo, eppure pieno di adrenalina, di forza, di mana, come dicevano gli antichi.
Ben altra cosa la partecipazione al Festival di Sanremo 38 anni fa!
Allora ero giovane, emozionato e probabilmente incapace di cantare, anche se la canzone che portai era bella. Al Festival di quest’anno sono arrivato più cosciente, anche se in realtà ci vuole un po’ di incoscienza ad andare a Sanremo! Comunque sono contento di quello che ho fatto, perché la canzone “Chiamami ancora amore” la ritenevo adatta ad un vasto pubblico, dice delle cose, dà delle speranze.
Quali  argomenti affronta nell’album appena pubblicato?
L’amore per la propria compagna, per l’umanità, per Dio, per gli amici, per chi la pensa come me e per chi invece no.
Si può, dunque, ritenere  immutata la sua voglia di vivere?
A vent’anni non te ne accorgi nemmeno, perché la voglia di vivere ti salta addosso e cerchi solo di distinguerti; a trent’anni conosci una donna, la sposi, allora cominci a dividere la tua vita, poi a cinquant’anni arriva la saggezza del cuore e riesci a capire i sentimenti, riesci anche a capire te stesso, a meno che non arrivi qualche crisi.
Ne ha conosciute?
Sì, un paio. Le più brutte sono state quando non sono stato padrone di me stesso, allorché ho subìto un’operazione piuttosto seria a un polmone; ho sentito che sono fragile, come un filo aggrappato a chissà che cosa. Ho sentito che la realtà mi pioveva addosso e molti dei miei sogni sparivano e mi riusciva difficile trovare le difese.
Le ha poi trovate nella fede?
Sì, perché credo che al di là di tutto ci sia nella vita un meraviglioso disegno che non comprendiamo quasi mai, perché siamo soliti considerare il tappeto dalle parte dei nodi, non dalla parte giusta.

Vito Magno

Fonte: raivaticano.blog

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