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Fulvio Ferrario “Le Chiese e la dissoluzione dell’Occidente”

(Rubrica “Teologia e società”
rivista Confronti, Ottobre 2025)


di Fulvio FerrarioProfessore di Teologia dogmatica presso la Facoltà valdese di teologia di Roma.

L’“Occidente”, inteso come alleanza geopolitica e modello ideologico di democrazia liberale, ha perso centralità e coesione sotto il trumpismo, accentuando la crisi europea. Le Chiese reagiscono in modi diversi: Roma si proietta globalmente, mentre il Protestantesimo recente si è sviluppato in dialogo, critico, ma intenso, con l’ideologia “occidentale”, e da noi con il progetto europeista. 

C’era una volta l’“Occidente”: si è sempre trattato, naturalmente, di un concetto molto impreciso, contestabile da diversi punti di vista, ma abbastanza chiaro. Dal punto di vista geopolitico, il cosiddetto “Asse transatlantico”: un complesso duopolio economico, ricco di contrasti, ma alla fine funzionante, garantito militarmente, anche dopo la fine della Guerra fredda dalla strapotenza americana; un elemento, quest’ultimo, che ha determinato quella che potremmo chiamare “asimmetria consensuale” in politica estera: un’Europa che ha contenuto le spese militari, affidandosi all’alleato, e rinunciando, in cambio, a un ruolo realmente autonomo. 

L’“Occidente”, tuttavia, era anche una grandezza ideologica, imperniata su di un modello anglosassone di democrazia liberale, con le sue ricchezze e le sue gigantesche contraddizioni: un’ideologia che ha anche permesso una significativa espansione di diversi diritti individuali e, specie in Europa, e solo in una fase chiusa da tempo, anche una certa riduzione della forbice tra ricchezza e povertà. 

Dovremmo aver imparato da un pezzo a lasciar cadere le celebrazioni trionfalistiche dell’“Occidente”; per contro, detrattori e detrattrici, in genere di estrema Destra e di estrema Sinistra, farebbero bene, ad ammettere che il paragone con altri sistemi, nei due emisferi del globo, parla una lingua sufficientemente chiara. 

L’“Occidente” è stato spazzato via dal trumpismo. Con il senno di poi, è abbastanza facile osservare che gravissimi elementi di debolezza allignavano da tempo nei gangli vitali del sistema: resta il fatto che la velocità della dissoluzione ha sorpreso un po’ tutti. Non sappiamo se è definitiva, ma certo costituisce il nostro oggi. La fine del sistema “occidentale” ha accentuato la crisi del progetto europeo, pensato all’interno di quell’orizzonte. 

L’Unione europea è ora un precario assemblaggio di Stati e interessi, dove prevalgono toni sovranisti e fascistoidi, efficaci in sede critica e a volte (come in Italia) abbastanza bravi a gestire il potere, ma privi, a quanto sembra, di un progetto comune. Il rimasuglio di “Europa” è incarnato dall’asse franco- tedesco, anch’esso, però, esposto al rischio di crollare sotto i colpi dell’estrema Destra. 

Come reagiscono le Chiese alla fine dell’“Occidente”? La meglio posizionata è Roma. Essa si pensa in prospettiva globale e da decenni considera l’“Occidente” periferico, demograficamente povero, ideologicamente alquanto sospetto, in quanto patria della secolarizzazione e, come diceva Benedetto XVI, del “Relativismo”. 

Il progetto wojtyliano di un’Europa “dall’Atlantico agli Urali” non è più centrale: perché Kyrill non è al momento popolarissimo in Vaticano, ma soprattutto perché il baricentro del Cristianesimo, anche cattolico, è a Sud. Il feeling con l’Ortodossia (che non è solo Mosca, ma che nel medio periodo non è pensabile senza Mosca) è però profondo, proprio perché incorpora riflessi antimoderni e antioccidentali ben radicati nel Cattolicesimo. 

Tale santa alleanza post-occidentale potrebbe persino inglobare settori evangelicali, anch’essi critici nei confronti di quell’eredità. Il Protestantesimo recente si è sviluppato in dialogo, critico, ma intenso, con l’ideologia “occidentale”, e da noi con il progetto europeista: la crisi di tale costellazione si aggiunge alle difficoltà che le Chiese evangeliche incontrano su altri fronti e il risultato non può che essere un’accentuata marginalizzazione. 

In alcuni ambienti, serpeggia la tentazione di riconquistare un minimo di visibilità saltando sul treno guidato dal Vaticano e accettando con una certa disinvoltura una subalternità imbarazzante. L’alternativa può solo consistere nel comprendere il Protestantesimo come Cristianesimo contestuale, in quella parte di mondo e in quella parte di società che considerano umanizzanti (e non privi di aspetti di “analogie” con il messaggio evangelico) alcuni esiti della parabola moderna: democrazia, diritti individuali, passione per la giustizia sociale e di genere. 

«La vecchia Teologia liberale», mi diceva, con sufficienza, un famoso sociologo. Qualcosa di più, io credo: ma, anche se fosse, sempre meglio di un’ancor più vecchia Teologia reazionaria. 



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