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Suor Giuliana Galli: “La Chiesa è ancora maschilista. Bene le parrocchie guidate da donne”


Intervista a Giuliana Galli, a cura di Domenico Agasso 

 4 maggio 2025 

La co-fondatrice di Mamre, che si occupa di migranti: “Siamo un po’ timorose ma capaci di azioni inedite. Mi è capitato di essere sminuita ed è stato doloroso. Il nuovo papa continui l’opera di Francesco”.

«Nella mia lunga vita da suora, di fronte a iniziative e proposte, tante volte dentro la Chiesa mi sono sentita dire con atteggiamento maschilista: "Ma come osi?"». Suor Giuliana Galli lo racconta con voce ferma. Poi, la 90enne religiosa di San Giuseppe Benedetto Cottolengo, co-fondatrice della Fondazione Mamre per migranti, ex vicepresidente della Compagnia di San Paolo, guarda al futuro e lancia un monito: le donne nelle Sacre Stanze «trovano un muro che Francesco ha cominciato ad abbattere. Adesso bisogna proseguire con il prossimo pontefice, chiamato a non disperdere quanto avviato da Papa Bergoglio». 

Suor Giuliana, mercoledì 133 uomini si riuniranno in Conclave per decidere l'avvenire della Chiesa. La valorizzazione della componente femminile ha ancora bisogno di passi avanti? 
«Francesco ha detto che la Chiesa è donna e madre. È una descrizione bellissima, completa. Ma poi ci sono le strutture – o le sovrastrutture – che non permettono alla donna di emergere davvero per quello che è: donna, madre, sorella, datrice di vita, biologica o no. Nella sua pienezza. Credo che la Chiesa debba riconoscere nella donna una capacità molto più ampia rispetto a quella che le attribuisce oggi. Deve interpellarla, chiamarla. Francesco ha aperto la strada». 

C'è chi sostiene che quella di Bergoglio non sia stata una rivoluzione, ma una riforma avviata. Lei cosa ne pensa? 
«Le rivoluzioni, troppo spesso, sono seguite da marce indietro dolorose. Dunque, meglio evitare le rivoluzioni. L'avvio di un processo evolutivo è invece qualcosa di molto buono. E poi, ora tocca anche a noi donne cogliere l'occasione, prendere "la palla al balzo"». 

In che senso? 
«Dobbiamo affacciarci al mondo della Chiesa, che non è più – o non dovrebbe più essere – il recinto di prima di Francesco. Anche rischiando». 

Che cosa? 
«Di essere criticate, di portare novità, azioni inedite. Noi donne siamo ancora un po' timorose, perché per secoli la tradizione ci ha invitate a "stare tranquille", a servire, a praticare un'umiltà poco coraggiosa. Ma serve un'umiltà coraggiosa. È vero che non abbiamo oggi modelli di donne "mondiali". Abbiamo Maria, o Teresa d'Avila, o Caterina da Siena, sono figure altissime. Ma per l'oggi dobbiamo ancora inventarli». 

In questi decenni di vita e di servizio nella Chiesa, si è mai sentita sottovalutata? 
«Sottovalutata no, ma ho avvertito con forza l'autorità maschile, che spesso si è espressa con un dito puntato contro, anche nei miei confronti, per iniziative che avevo preso. Di fronte a proposte, mi sono sentita dire: "Come osi? Come ti permetti?", e questo mi ha provocato un'amara sorpresa. Quando prendi iniziative di servizio in nome del Vangelo e ti viene detto: "Chi ti credi di essere?", è davvero doloroso». 

La Chiesa è ancora maschilista? 
«Nonostante i passi avanti compiuti grazie a Francesco, sì, è ancora maschilista. Ma non ce ne accorgiamo perché il maschilismo è così integrato nella struttura che molti non lo vedono nemmeno. E poi, quando si denuncia - peraltro spesso senza il linguaggio adeguato, che dev'essere non offensivo ma schietto - si sbatte contro un muro. Papa Bergoglio ha cominciato ad abbatterlo, ma il lavoro da fare è ancora tanto. Adesso bisogna proseguire con il prossimo pontefice, chiamato a non disperdere quanto avviato da Bergoglio. Chi ancora oggi sottovaluta la donna dimentica il dettato biblico: "Maschio e femmina li creò. A immagine di Dio li creò". È tutto lì. Per secoli si è detto che la donna era inferiore. Alcuni teologi hanno persino sostenuto che non avesse un'anima. Oggi la donna dice e deve dire: "Non accetto di essere seconda a te"». 

Che profilo di papa si augura? 
«Un pontefice che non sia la fotocopia di Francesco ma che continui la sua linea di apertura al mondo in nome del Vangelo. Ci tengo a dirlo: troppo spesso Francesco è stato etichettato come uno che "ha socializzato", ma non ha evangelizzato. No. Francesco ha socializzato in nome del Vangelo. E vorrei che questo spirito proseguisse anche nei prossimi anni». 

Lei vede all'orizzonte parrocchie guidate da donne? 
«Le ho già viste. E funzionano molto bene. Ho visitato un'amica, bravissima biblista, che vive sull'Appennino aretino. Nella sua parrocchia, lei e un'altra donna gestiscono tutto: spiegano il Vangelo, distribuiscono la comunione, fanno catechesi. Il prete arriva ogni tanto per consacrare le ostie. E la comunità è felice, partecipa. Quello che conta è fare bene la missione di portare il Signore, l'Eucaristia, la sua Parola. Ma chi l'ha detto che devono farlo solo gli uomini? Tra l'altro i sacerdoti mancano. E allora il popolo di Dio dovrebbe restare senza?». 

Il problema è solo quello degli incarichi? 
«No, gli incarichi sono solo una parte. Un ruolo dà autorità entro certi limiti. Ma quello che conta davvero è lo spazio di espressione concesso, la presenza. Vedere una donna in parrocchia, nella Chiesa, nel mondo, come presenza paritaria, quando ha la dignità e la professionalità per esserlo, è fondamentale. Non è questione di dire "questo ruolo lo può fare anche una donna". La donna deve poter essere presente nella Chiesa non solo per ricoprire un compito, ma perché la sua forza e la sua identità sono parte della creazione, della visione di Dio. E non può essere negata o sminuita». 


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