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Paolo Crepet «Le frasi peggiori da dire ai figli? "Non andare via, rimani a casa" e "amore mio"»

«A voi piace questo mondo?». Alle 21.15 Paolo Crepet, pantaloni gialli e giacca scura, arriva al centro del palcoscenico del Teatro Team di Bari, si siede sulla sua solita “scomoda” sedia rossa, si rivolge al pubblico e chiede: «A voi piace questo mondo?». Poi continua: «Noi pensavamo sarebbe bastata la filosofia del qui e ora. E, invece, in questo momento è necessario avere una visione, altrimenti davvero è finita per tutti».

Lui, in qualche modo, la sua visione l’ha trovata e la riassume nel titolo del suo spettacolo, “Mordere il cielo”, che sta portando in giro per i teatri d’Italia.
«Mio nonno mi ha insegnato a guardare il cielo», racconta Crepet in uno teatro strapieno. «Lui – spiega - faceva volare gli aquiloni, quindi aveva lo sguardo sempre rivolto verso l’alto. E io lo seguivo: guardare in direzione del cielo significa volgere lo sguardo alla speranza».

E la speranza, in fin dei conti, è il terreno fertile su cui può germogliare quella visione sul futuro «che è necessario avere». Ma, affinché questo accada, secondo lo psichiatra torinese, è indispensabile rivedere le regole educative con cui stanno crescendo gli adulti del domani. 

Noi adulti, per i ragazzi, dobbiamo essere istruttori di volo - sottolinea -. Non siamo qui per mettere piombo sulle loro ali. Prima, i nostri genitori ci dicevano: “Questa casa non è un albergo”. Adesso, invece, diciamo ai nostri figli: “Questa casa è un albergo. Rimanete qui con noi, per favore. Non andate via”. La parola libertà è diventata una chimera. Nel dopoguerra c’era tantissima voglia di fare, quello è stato il tempo dei capolavori del cinema arditi e provocatori. Oggi, al contrario, insegniamo ai ragazzi a vivere in comfort zone, in comodità: divano, maschera, vision pro, Playstation, “stai tranquillo amore mio”. Quando sentite “amore mio”, scappate». 

E, a questo proposito, Paolo Crepet porta come esempio un ricordo d’infanzia: «Nonna Maddalena, quando ero bambino - sono stato un bambino molto irrequieto - mi diceva una cosa meravigliosa: “badati”. Badati sapete cosa vuol dire? Significa: sono sicura tu sia capace di badare a te stesso. Far sentire i bambini capaci di fare, di essere, insegna loro la libertà. Oggi facciamo l’opposto: noi badiamo ai nostri bambini. Li prendiamo e sin da piccoli li mettiamo in comfort zone. Perché non credete in loro? È necessario insegnargli a perdere, facendoli giocare liberamente. Ogni partita persa, rafforza. Chiedetelo a Sinner se e quanto sia utile perdere».

A proposito di bambini e di educazione, non manca un accenno al tema scuola: «Vedo tantissimi bimbi entrare a scuola con il trolley. Ormai è diventato insopportabile anche il peso fisico dei libri. Ma portare il peso dei libri è una chiara metafora: se vuoi vivere davvero, farai fatica. La vita è faticosa. Ci sono tantissimi genitori che accompagnano i figli a scuola anche durante gli anni della scuola superiore. Mio padre non sapeva neanche dove fosse il mio liceo. Secondo lui, il liceo era una cosa mia, era il mio lavoro. Lui faceva il medico e io non entravo nelle sue questioni lavorative, così io andavo a scuola e lui non si intrometteva nelle mie faccende. Oggi, al contrario, accompagniamo nostro figlio fuori dalla scuola e, appena lo vediamo varcare la soglia, apriamo il registro elettronico per capire se è stato di nuovo interrogato da quell’insegnante a distanza di poco tempo rispetto alla precedente interrogazione. E poi registriamo il 99,9% di promossi. Preferiamo i maestri delle pacche sulle spalle, a quelli scomodi. Tutto questo è come dire a un ragazzo o a una ragazza: se studi o non studi fa lo stesso, tanto erediti. Il futuro, però, non è da ereditare. Il futuro è fare. I soldi non possono comprarti l’amore, i sogni. Al contrario, i sogni a volte fanno arrivare i soldi. Bisogna desiderare, cioè volere qualcosa che non si possiede. Ecco perché per educare è necessario togliere, non aggiungere. Solo così si allena al desiderio».

E poi, sul mondo dei social: «Ci si scatta tanti selfie, si cerca quello venuto meglio, lo si ritocca e si pubblica. E poi vi chiedete perché c’è tanta tristezza in giro. La tristezza spesso sfocia in frustrazione. E la frustrazione porta a reazioni inimmaginabili, anche alla violenza. Sentiamo spesso notizie di ragazze uccise, lo schema è ripetitivo: la giovane comincia ad affermare la propria libertà, cosa insopportabile per il maschietto frustrato. Perché? Perché il maschietto frustrato è impotente e si trasforma in bulletto. Io, invece, sono affascinato dalle persone fragili: sono divine in quanto sentono profondamente. D’altronde, ogni vita è piena di angosce». Sull’angoscia, Paolo Crepet ricorda una frase che Alda Merini gli rivolse: «Un giorno andai a trovarla nel suo appartamento pieno di gatti, carte e sigarette, e mi disse: “Guardi che anche l’angoscia può essere artistica”. Nei momenti bui, quindi, si tirano fuori cose inimmaginabili». Come la creatività, il genio. 

«Poco tempo fa, ho letto un articolo di Federico Fubini sul Corriere della Sera riguardo il Quoziente Intellettivo degli italiani. Cosa è emerso? Che siamo il secondo Paese più idiota, tra i 30 presi in considerazione. Noi che eravamo lo Stato di geni come Caravaggio, Fellini, Michelangelo, adesso facciamo molta fatica. Siamo nell’era dell’Intelligenza Artificiale, a proposito della quale Sam Altman ha annunciato la volontà di realizzare un nuovo algoritmo capace di creare romanzi creativi. Ma perché deve essere tutto programmato così banalmente? Bisognerebbe provare a ingannare l’IA. Come? Con l’intelligenza umana. E l’intelligenza umana ama lo scarto, il cambiamento, la ribellione». Cambiamento verso un futuro diverso. «Il futuro è riabilitativo, è fatto di incognite. La vita è un appuntamento continuo, meraviglioso». 

Sta a noi scegliere se nuotare o annegare, qualunque cosa accada. «Lo diceva un mio professore di Harvard: “o nuoti, o anneghi”. Ho pensato molto a questa frase quando inviai il mio primissimo libro alla Mondadori, convinto di aver scritto un capolavoro. E loro mi risposero con una lettera nella quale mi invitavano a smettere di scrivere e a continuare a dedicarmi alla mia professione di psichiatra. Quella era chiaramente una provocazione. E io, di fronte a quella provocazione, potevo fare solo due cose: nuotare o annegare. Ho scelto di nuotare». 
Come hanno scelto di nuotare i grandi della storia, tra cui Andy Warhol «che si presentò davanti al più grande stilista, come un pezzente. Ma ha nuotato, ha dimostrato di avere talento, e ce l’ha fatta».

Libertà, scomodità, fragilità, cambiamento, determinazione, talento, quindi, sembrano essere gli elementi indispensabili per «mordere il cielo».  


di Serena Simone


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