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Marinella Perroni "Tra la morte e l’oltre"

Nell’immaginario collettivo, novembre è il mese dei morti. Compaiono lumini rossi nei supermercati, le zone intorno ai cimiteri si congestionano di traffico, venditori più o meno autorizzati si improvvisano fiorai.

Ma, forse, bisognerebbe ormai usare i verbi all’imperfetto perché, sia pure lentamente e in particolare nelle grandi città, il culto dei morti ha uno spazio nelle nostre vite sempre più ridotto. E, ci dicono, sarà sempre più così per le generazioni successive, per le quali sembra già che i cimiteri non esistano: da diverso tempo, ormai, sociologi e teologi insistono sul fatto che il nostro mondo moderno ha progressivamente preso le distanze dalla morte. Eppure, forse anche perché per molti di noi l’età avanza e perché tutti oggi conosciamo molta gente, la morte ci incalza, la sua impudente prepotenza a volte ci travolge. L’abbiamo “esternalizzata”, ospedalizzata — è vero — ma non è raro che siamo costretti a guardare alla vita a partire dalla morte. “Sorella morte”, sì, ma non per questo meno impegnativa, a volte inattesa, troppo spesso ingiusta. 

In molti modi le religioni hanno cercato di spiegare, lungo la loro storia spesso millenaria, il possibile rapporto tra la morte e la divinità. Un rapporto molto diversificato perché, tra l’altro, fortemente connesso con due fattori decisivi: da una parte, l’aspettativa di vita e dall’altra, ancora più importante, il riconoscimento dato alla persona umana, spesso riservato anche nella morte solo a ricchi e potenti. Dal canto suo, la tradizione biblica ci lascia intravvedere che la morte è “scandalosa”, costituisce cioè un inciampo, un ostacolo nei confronti dell’idea di un Dio unico e, soprattutto, di un Dio benevolo. Non è un caso allora che i miti biblici della creazione, senza preoccuparsi troppo della logica, attribuiscano la colpa della morte agli umani e non a Dio, né può stupire che per Israele le anime non potessero avere dopo la morte nessun rapporto con Dio e vagassero nello Sheol, luogo di silenzio e di tenebra. «Tu sei indulgente con tutte le cose, perché sono tue, Signore, amante della vita» esclama l’autore del libro della Sapienza (11,26). 

Sarà abbastanza tardi e solo in alcuni gruppi religiosi che si farà strada l’idea di una risurrezione, di una vita dopo la morte e sarà proprio da qui che scaturirà la fede dei discepoli del profeta galileo che lo riconosceranno come il Risorto, il primo, la primizia di quanto avverrà per ogni uomo e ogni donna di ogni tempo. «Eliminerà la morte per sempre», aveva profetizzato Isaia (25,8) e il Nuovo Testamento si concluderà con la visione della «tenda di Dio con gli uomini» in cui Egli «asciugherà ogni lacrima dai loro occhi e non vi sarà più la morte né lutto né lamento né affanno, perché le cose di prima sono passate» (Apocalisse 21,3-4). Gesù lo aveva affermato con forza di fronte all’incapacità dei sadducei di credere nella resurrezione che il Dio di Abramo, il Dio di Isacco e il Dio di Giacobbe, cioè il Dio di Israele, «Non è il Dio dei morti, ma dei viventi!» (Matteo 22,32), includendo tra i viventi anche coloro che risusciteranno nell’ultimo giorno. 

Tutta la storia del pensiero umano religioso o no, d’altra parte, è un serrato dialogo con la morte, rabbioso o pacato poco importa. E non può essere che così. 

Novembre, però, è il mese dei morti, non della morte. Ci educa a fare memoria, ci chiede di ripercorrere la trama della nostra vita a partire dalle relazioni e dagli affetti. Coloro che non ci sono più, ci sono stati e, soprattutto, ci sono stati per noi. Anche la nostalgia che nasce dalla loro assenza ci ricorda che ci sono stati, hanno fatto parte della nostra vita. Forse, non andremo più a trovare i nostri morti nei cimiteri, ma dovremo fare della memoria il luogo del nuovo culto dei morti. Dovremo imparare a curarla, anzi, anche a socializzarla. La Chiesa ci ha provato, a suo modo, ma le messe “offerte per l’anima di un defunto” di cui si dice a mezza voce il nome sono ben poca cosa. Dovremmo inventare occasioni, nei nostri luoghi di aggregazione, per elaborare insieme la memoria dei nostri morti. Luoghi in cui celebriamo la vita, non quella astratta, ma quella “nostra”. Perché la memoria dei nostri morti ci aiuta a rendere grazie per ciò che abbiamo avuto e a prendere sulle spalle i pesi gli uni degli altri per quanto, a volte, ci è stato tolto troppo presto. Ciascuno dei nostri morti è stato per noi, nella buona e nella cattiva sorte, presenza, appello, dono. 

In un piccolo libro ormai datato, un grande teologo gesuita tedesco del secolo scorso, Karl Rahner, proponeva brevi ma incisive meditazioni. Una aveva come titolo Dio dei miei morti. Quelli che ciascuno di noi ha amato in vita non possono essere imprigionati nel paese delle tenebre e dell’oblio né a loro può essere negato ogni rapporto con Dio. I nostri morti continuano a parlarci e a raccontarci storie, e quando facciamo memoria di loro ci parlano del “Signore amante della vita”.



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