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Gianfranco Ravasi «Il confine tra libertà e peccato»



22 febbraio 2024 

Tante volte mi è stato rivolto un interrogativo rovente di fronte ai molti fatti di cronaca legati a crimini efferati: perché Dio non ferma la mano di quell’infame che sta levando un martello o un coltello contro la moglie o la compagna e persino contro un figlio?

Alla radice del quesito c’è una struttura fondamentale della persona umana, la sua libertà, voluta da Dio stesso nell’atto della creazione. Chi non ricorda il racconto del c. 3 della Genesi con l’uomo solitario all’ombra dell’albero della conoscenza del bene e del male, cioè della morale? 

Egli può scegliere di accogliere la realtà del bene e del male così come l’ha definita Dio, oppure di strapparne il frutto simbolico e decidere lui in proprio ciò che è bene e ciò che è male. È questo il nodo della libertà assegnata dal Creatore all’umanità che, perciò, non è stata concepita da Dio come una stella che obbedisce di necessità a leggi fisse, ma come un’interlocutrice cosciente nei confronti di chi l’ha creata e voluta appunto libera nello scegliere il bene o il male. Può sembrare paradossale, ma nel creare l’uomo e la donna l’onnipotenza divina decide di limitarsi, di lasciarsi ferire e comprimere dalle loro scelte antitetiche. 

Emblematiche sono alcune affermazioni bibliche: «Io ti ho posto davanti la vita e la morte, la benedizione e la maledizione: scegli, dunque, la vita, amando il Signore tuo Dio, obbedendo alla sua voce e tenendoti unito a lui» (Deuteronomio 30,19-20). Secoli dopo, il Siracide, sapiente biblico del II sec. a.C., annotava: «Non dire: Mi sono ribellato per colpa del Signore […]. Egli mi ha sviato! Dio in principio creò l’uomo e lo lasciò in balìa del suo proprio volere. Se vuoi, osserverai i comandamenti, l’essere fedele dipende dalla tua volontà. Egli ha posto davanti a te il fuoco e l’acqua, là dove vuoi stenderai la mano. Davanti agli uomini stanno la vita e la morte, a ognuno sarà dato ciò che a lui piacerà» (15,11-17). 

C’è, però, un passo ulteriore da compiere. Il Dio biblico è morale, non è un cinico sovrano che crea e poi abbandona a sé stessa la sua creatura. Egli non è indifferente al bene e al male e non lascia la libertà umana in un isolamento sprezzante. Derivano, così, due conseguenze. La prima riguarda l’azione della “grazia” divina che s’intreccia con la libertà umana, sostenendola per una scelta positiva, in un dosaggio delicatissimo, sulla cui calibratura si sono accaniti pensatori straordinari, a partire da san Paolo per procedere con Agostino, Tommaso d’Aquino, Lutero, Pascal. C’è, poi, l’evento fondamentale della «redenzione» per cui Dio stesso, nel Figlio, assume l’umanità dall’interno, partecipando al limite della morte e incontrandosi col peccato per «redimerli». 

Dio, quindi, non azzera da Burattinaio supremo i movimenti convulsi e insensati della sua creatura. Tuttavia non è neppure un Imperatore impassibile, relegato nel suo cielo dorato. Egli ha assegnato una meta all’intera creazione e alla storia umana. È ciò che i teologi definiscono come «escatologia» (discorso sulle cose ultime) e che tutti conoscono come i «Novissimi» o il «Giudizio finale», che distinguerà e giudicherà ogni azione libera umana. Gesù ci ha lasciato una straordinaria ed efficace rappresentazione di questa assise finale nel c. 25 del Vangelo di Matteo, alla cui rilettura rimandiamo come suggello del nostro discorso semplificato su un tema complesso e delicato.

 

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