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Alessandro D’Avenia "Terraferma"


2 settembre 2024

Più maturo più imparo a piangere.


Maturare in fondo è imparare a ricevere la bellezza del mondo, e quando ne ricevo gratuitamente un frammento mi salvo, perché salvo è ciò che non potendo più morire genera e rigenera la terra e lo spirito di cui siamo fatti: li unisce e protegge dal disamore, perché senza amore ogni cosa fatta resta in realtà non fatta, dis-integrata, dis-fatta, con amore invece diventa terraferma al naufragio che fanno le cose non ancorate alla vita eterna, cioè la vita sempre nuova, che non invecchia e di cui facciamo esperienza nelle creazioni e nell'amore. 


Piango quando un frammento di terraferma si offre, sperata ma inattesa, in mezzo ai miei naufragi: pensieri oscuri, fatiche, affanni, paure... E quei frammenti di terraferma, in una deriva dei continenti al contrario, cuciono la mie terre emerse in un continente di gioia, una pangea chiamata casa, dove posso vivere, amante e amato, senza invecchiare ma maturare. 


Così mi è accaduto qualche tramonto fa festeggiando l'anniversario di matrimonio, che dell'amore non è la tomba ma la via maestra, perché sempre l'immortale è nel mortale, l'eterno nel tempo, il cielo nella terra, la trascendenza nella storia, la sabbia nella clessidra, l'acqua nella sorgente, la terraferma nel mare. Come? 


Il vento sui campi di grano nella campagna siciliana mi spiegava come si accarezza la testa di una moglie quando fatica ad addormentarsi; un cielo reso drammatico da un temporale pomeridiano, ormai stemperato in sfumature che l'artista cerca invano per una vita, mi ricordava che il dolore purifica, rendendo l'esistenza autentica e memorabile. L'oro del grano miniava nelle lettere di un alfabeto sempre e ancora da imparare che cosa è il mondo quando terra e lavoro umano collaborano. 


Tutta quella bellezza sarebbe stata lì anche senza di noi, presenti si direbbe per caso se considero le vite e i secoli necessari a tessere i nostri corpi, i nostri passi. La gratuità di quella bellezza sconfinava nello spreco che è l'essenza della festa e dell'amore. Quella bellezza ci sarebbe stata comunque, anche a nostra insaputa, e sentirlo nella carne era già terraferma, memoria per quando la navigazione avrebbe fiaccato muscoli e pensieri. La fortuna era essere lì, che è poi l'unica cosa che si può fare con la grazia, mettersi a tiro, perché la grazia è il nome che diamo alla bellezza quando ci raggiunge con assoluta gratuità. Noi possiamo solo cercare d'essere pronti: mani e petto aperti. 


Colpi di grazia li chiamiamo perché liberano il condannato dal peso del dolore, ma qui io li intendo non per dare la morte bensì la vita, come la pioggia inattesa sulla terra esausta. E io mi commuovevo perché non ero solo, perché le cose condivise si moltiplicano e restano (per far memoria e quindi racconto bisogna essere almeno in due), e avrei voluto che molti a cui voglio bene potessero in quel momento ricevere un po' di quella gioia, per lenire le loro fatiche e le loro ferite. A volte il nostro compito è solo dirlo, ricordarlo. Desideravo far sapere loro che è il naufragio a far scoprire una nuova terraferma; desideravo che tutti avessero quella speranza che io ricevevo, perché la speranza è il frutto della bellezza quando è gratis: grazia. 


Il matrimonio come tutte le favole serie è pieno di mostri e asprezze, ma come tutte le favole serie racconta la verità: non ci si sposa solo perché ci si ama, non dura, ci si sposa soprattutto perché ci si vuole amare, questo può durare, infatti i protagonisti delle favole entrano in boschi che potrebbero evitare, ma rimarrebbero bambini. Che tedio la vita senza «vissero felici e contenti», cioè dopo aver attraversato il bosco che rende vivi coloro che sono solo viventi. 


E così ho pianto perché la mia carne mortale veniva a sapere che non abbiamo bisogno di qualcuno che ci aggiusti ma di qualcuno che ci ami mentre ci aggiustiamo: misericordia la chiamavano i nonni. 


Da qui vorrei riprendere la rubrica del lunedì, da questo colpo di grazia, primo di possibili resurrezioni quotidiane che servono proprio nel giorno dedicato alla Luna, quando per rimanere a galla, come al mare, bisogna fare il morto. Un colpo di grazia è una salvezza che non meriti e che non aspetti, l'unico merito è essersi messi a tiro, come chi offre il petto all'amore, anche se comporta un rischio. Troppo spesso noi non siamo a tiro, fuori luogo o fuori tempo per poter essere colpiti, immersi in tempi e luoghi senza gioia o, dimentichi che le grazie esistono, non riusciamo più a vederle e magari anche a volerle: dis-graziati. 


A chi le riceve è dato scegliere se farlo sapere, perché la capacità creativa e l'amore sono sempre grazia che viene dalla grazia. Mi piacerebbe che l'ultimo banco, quest'anno in particolare, offrisse a chi vorrà mettersi a tiro «colpi di grazia»: più vita alla vita, energia e tenerezza, nei limiti delle mie capacità (che poi è spazio per ricevere). Il nostro anniversario di matrimonio è stato di lunedì. Che grazia.



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