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Gianfranco Ravasi «I miracoli di Gesù»



22 agosto 2024 

È arduo trattare il tema dei miracoli di Gesù in poche righe, quando sono stati scritti su di essi innumerevoli e imponenti saggi e trattati. Diciamo subito che, essendo il miracolo un intervento sovrannaturale, lo storico e lo scienziato potranno solo rilevare e documentare un dato abnorme. C’è, poi, un’altra nota preliminare significativa: quelli di Gesù sono definiti dai Vangeli non con vocaboli “miracolistici” e prodigiosi, bensì come atti di “potere/forza”, oppure “opere” divine o “segni” (soprattutto in Giovanni).

Inoltre, a differenza della mitologia greco-romana miracolistica (ad esempio, il dio Esculapio) e dei Vangeli apocrifi che narrano eventi clamorosi e fin stravaganti, Cristo richiede solo la fede in lui, opera talora in disparte dalla folla ed esige spesso il silenzio. In sintesi, dobbiamo riconoscere che i miracoli di Gesù sono, certo, l’espressione del suo amore costante per i miseri e i sofferenti, ma sono soprattutto una sorta di parabola in azione per dimostrare la sua divinità, sono una rappresentazione efficace della salvezza e della redenzione. Sono appunto un “segno”, ossia sono simili a un indice puntato verso un significato più alto rispetto al dato fisico, pur importante. 

In questa luce il miracolo evangelico non è un atto di magia o da prestigiatore, non si compie sotto le luci della ribalta o a comando, non è un gesto da spettacolo o di taumaturgia. Questa sobrietà è rispettata dagli stessi evangelisti che offrono racconti essenziali. Evitano il rischio del mito, immaginando un Dio clamoroso e impressionante (come non di rado accade nell’opinione popolare), ma escludono anche la tentazione del razionalismo che esige prove e dimostrazioni del modus operandi delle tecniche guaritorie di Gesù e degli esiti concreti terminali. 

È interessante notare che le fonti antiche esterne, come quelle pagane e giudaiche, riconoscono anch’esse una presenza strana e superiore in alcuni atti di Gesù. Così, il filosofo pagano Celso ipotizzava che Gesù fosse emigrato in Egitto ove avrebbe appreso le arti segrete dei maghi di quel popolo, mentre per il Talmud, la grande raccolta dei testi tradizionali giudaici, la sua condanna a morte sarebbe stata motivata dall’aver «praticato la magia». Si tratta di rimandi evidenti ai miracoli. 

Proprio perché non gesti da spettacolo e di autopromozione, essi sono rivolti alle persone sofferenti divenendo espressione d’amore e dimostrazione in azione del regno di Dio che Gesù annunziava in parole. Emblematiche sono le guarigioni degli indemoniati: al di là del fatto che nella cultura del tempo molte malattie erano ricondotte a punizioni di peccati compiuti (cosa che Gesù rifiuta, come nel caso del cieco nato: Giovanni 9,3), questi esorcismi salvifici sono il segno della lotta di Cristo contro Satana e il male. Impressionanti sono ugualmente le guarigioni dei lebbrosi, considerati dalla stessa Bibbia come “scomunicati”: Gesù, invece, li accosta e persino li tocca quasi ad assumere su di sé il male e cancellarlo (Marco 1,40-45).

 

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