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Paolo Crepet "Liberté, égalité, Crepet"

intervista a Paolo Crepet 

a cura di ASSIA NEUMANN DAYAN 

La Stampa 23 giugno 2024

Nel suo libro parla dei genitori che coprono gli spigoli con la gomma, io credo lo facciano perché leggiamo tutti troppo e non si riesce a controllare la paura della morte … 

«La questione della gommapiuma è stata occasione di riflessione grazie al mio magico incontro con Renzo Piano. Sua moglie gli aveva fatto leggere questa cosa dei pavimenti antitrauma nelle scuole, immagino che per la moderna pedagogia i bambini rimbalzino. Gli ho detto che era un abominio. La buona pedagogia deve essere politicamente scorretta. Margherita Zoebeli diceva che ogni scuola dovrebbe avere una siepe, cioè deve avere un posto dove nascondersi. Diceva che se un bambino esce dalla sua classe per trovare gli amici non li deve trovare subito, li deve cercare. Lei mi parla della paura della morte, qui invece c’è la ricerca di una certa ansia, l’ansia di non ritrovare subito i tuoi amici, un’ansia non consolata, ma quando riuscirai a trovare gli amici avrai molte più emozioni, che è l’idea del libro. Se tu non insegni ai bambini a giocare, tu non insegni ai bambini a perdere, perché il gioco è una pedagogia della perdita. È più probabile che tu perda a nascondino che tu vinca, se fosse vero il contrario quel gioco non sarebbe passato alla storia». 

Lo sa che nessuno gioca più a nascondino perché mamma e papà pensano che ci sia la concreta possibilità che il bambino scompaia davvero? 

Silenzio. «Questa è una notizia che va di pari passo con la diminuzione, secondo me notevole, dell’intelligenza, perché pure tua nonna l’avrebbe trovata una cosa impronunciabile, non perché fosse una edotta pedagogista ma perché era una donna di buon senso, e quindi in quanto tale avrebbe detto “badatevi”. Questo ammorba anche i quarantenni, perché i quarantenni non sanno perdere, se finisce un amore è la fine della vita, ma poi non è vero perché ne trovi altri quattro su Tinder. La mia preoccupazione è questa neutralizzazione emotiva che noi in maniera cocciuta stiamo realizzando. Qualsiasi cosa che porta lontano da questo per me è interessante». 

Nel suo libro racconta che si sarebbe stupito se sua madre o suo padre avessero ascoltato i Beatles. Cosa succede quando genitori e figli vanno d’accordo, o quando professori e studenti occupano insieme l’università? Cosa succede quando non esiste la ribellione? 

«Mio padre rideva di me. Questi genitori invece pensano di rivivere gli anni d’oro occupando la scuola insieme ai figli. Succede questa sorta di mostruosa idea della democrazia che non ci dice che abbiamo tutti gli stessi diritti, ma ci dice - è una cosa terrificante - che siamo tutti uguali. Tra una mamma di 50 e il figlio di 25 non c’è più nessuna differenza, tanto è vero che frequentano lo stesso bar, si mettono i jeans tagliati e vanno all’occupazione del figlio perché sono eternamente innamorati di sé stessi. Quel distacco tra Mozart e Beatles è stato fondamentale per mio padre e per me. Mio padre non sapeva neanche dove fosse il mio liceo, se l’avessi visto arrivare avrei pensato che fosse morto il nonno. Le cose succedono solo se ci provi, è banale, ma è così. Io a vent’anni andai in una giornata orrenda di novembre con la mia fidanzata dell’epoca al Guggenheim a Venezia. Quel giorno non c’è nessuno, io e lei visitiamo tutte le sale. A un certo punto troviamo questa signora, vestita come la regina d’Inghilterra e io penso sia la capa dei camerieri. In un italiano da americana ci chiede se volessimo una tazza di thè. Certo, grazie, rispondo. Bene, era Peggy Guggenheim. Eravamo giovani, belli, e soprattutto sprovvisti di assicurazione. C’era il bisogno di cercare qualcosa, di non accontentarsi di quel che avevamo». 

Cosa ne pensa dei suoi colleghi che lavorano sui social, tra un vestito in prestito e una diagnosi gratuita? 

«Orrore. Tutto il buonismo che viene veicolato dai social è orrore. È orrore puro perché è rassicurazione. Un intellettuale o è scomodo o non ha senso di esistere. Noi facciamo un mestiere duro, non pettiniamo i capelli per il verso giusto, siamo persone inquietanti perché lo è il nostro mestiere. Io non vorrei andare in farmacia e comprarmi l’antiacido per via di questi miei colleghi, io li trovo tutti i giorni sa. Questi professionisti da balera che hanno paura di perdere il consenso mi fanno ridere, perché è il fondamento di qualsiasi influencer: se perdi il consenso perdi tutto». 

Ma non è pericoloso mischiare il consenso con la medicina? 

«Terribile. Orrendo». 

Professore, se permette, le farei un test di Rorschach al buio: le dico alcune parole e lei mi dice cosa le viene in mente: registro elettronico? 

(Parola irriferibile, mi chiede di tradurre in italiano). Terrificante. La negazione a trovare per ognuno la possibilità di andare contro qualcosa». 

Empatia? 

«Gli esistenzialisti parlavano di Dasein, cioè essere assieme. Tu non sei se non in rapporto con l’altro. Come lei sa anche in America l’empatia sta perdendo interesse, perché anche quella è complicata. Tutte le cose belle lo sono, quindi si fa presto a capire cosa ci stiamo perdendo». 

Ansia? 

«Uno stato meraviglioso. Chi non ha ansia mi è indifferente. L’ansia serve a non perdere i treni. I neuroscienziati dicono che tutto passa per l’amigdala, ce l’ha data la natura per avere paura, anche perché se no avremmo avuto un rapporto molto friendly con i mammuth». 

A proposito, nel bosco è meglio incontrare l’orso o un uomo? 

«L’uomo, sa fare più cose» 

Harry Styles? 

«(Ride ndr) È una persona a cui voglio molto bene».


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