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Lidia Maggi "Ti vorrei con me, non come me"

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Lidia Maggi 
giugno-luglio 2024

La sfida evangelica ed ecumenica del cercarsi senza annullarsi

“L’unione fa la forza!” Così recita un noto proverbio. E chi di noi non sperimenta il vantaggio di essere e rimanere uniti rispetto alla situazione in cui ci si disperde, ognuno per sé?

In realtà, nel nostro presente l’unità appartiene al vocabolario dei desideri; in quello della realtà, in primo piano troviamo la difesa a spada tratta della propria individualità: “chi fa per sé, fa per tre”! Mi unisco ad altri solo se ci guadagno, se non devo rinunciare alla mia autonomia o se sono costretto a farlo da circostanze eccezionali. Non sono tempi favorevoli per fare comunità, per allargare la tessitura dei legami. Piuttosto, tutto spinge a evidenziare le diversità che ci differenziano, che fanno di noi dei mondi isolati e autoreferenziali. (Giudici 9,8-15). 

L’unione è ricercata come amplificazione del proprio sentire singolare, quello del momento. È il sentirsi uniti tipico delle manifestazioni estemporanee, delle tifoserie, delle pagine social. Mi sento affine a te, che su quel determinato argomento la pensi come me, che mostri una sensibilità simile alla mia nell’affrontare quella specifica questione. L’unità la sperimentiamo come tattica, come risorsa strumentale, non come strategia, come valore in sé. Forse, questa allergia al fare comunità è anche il prezzo che paghiamo a esperienze passate fatte di unioni soffocanti, più simili a irreggimentazioni forzate, a cameratismi da caserma. “Meglio soli che male accompagnati!” 

Il pungolo della Parola 

La sapienza biblica sfida questo nostro tempo mettendo in tensione i due termini di confronto. Racconta di un modo relazionale di vivere la vita e nello stesso tempo narra la singolarità e la differenza di quanti e quante sono chiamati a tessere legami tra di loro. 

Una tensione che invita a smarcarsi dall’assorbimento nel generale come anche dalla frammentazione nel particolare. Ma perché questa tensione tra elementi, che ai nostri occhi appaiono opposti, risulti percorribile, è necessario ripensare alla radice cosa sia l’unità come anche le differenze.

Una questione che il racconto biblico affronta fin da subito. Del resto, una narrazione dove il programma divino e umano è “facciamo l’umano” (Genesi 1,26) e un umano in relazione, dal momento che “non è bene che sia solo” (Genesi 2,18), come non poteva porsi immediatamente la questione dei legami? Il racconto della città di Babele e della sua torre (Genesi 11,1ss) prova ad affrontare questo nodo, mostrando un’umanità spaventata dal pericolo di essere vittima di un altro diluvio, che decide di costruire una torre alta fino al cielo, così da porsi al di sopra di future inondazioni e scampare al pericolo. In una situazione emergenziale, la carta da giocare è quella del restare uniti, ingaggiati in un progetto comune. 

A Babele è in scena un’umanità che sceglie di parlare un’unica lingua, che opera per un unico progetto, che sperimenta un’unità che è uniformità. Un’umanità che guarda con sospetto alla diversità prevista nel progetto divino – ribadita nella pagina precedente, la cosiddetta “tavola dei popoli” (Genesi 10) – e si gioca nel dare forma ad una realtà monocolore, ad un’unità dei “nostri”, che tra di loro s’intendono, che condividono un medesimo progetto, promotori di una salvezza che vede nell’altro (nell’Altro!) la minaccia da cui difendersi. Infatti, non solo parla una stessa lingua ma anche usa le stesse parole (v. 1). Parole chiuse, strumentali, che non comunicano ma veicolano solo informazioni, quelle necessarie per la produzione, l’opposto della lingua della vocazione. 

Ebbene, questo tipo di unità non corrisponde al sogno di Dio. Per questo il Signore interviene per disperdere gli abitati di Babele: non come punizione ma per ristabilire la benedizione delle differenze. 

Lo spirito di Babele 

Lo spirito di Babele, tuttavia, ha continuato ad affascinare l’umanità, fino ai nostri giorni, dove le scelte identitarie, la preoccupazione chiusa del “prima i nostri” non avvelena solo le politiche degli stati ma anche le religioni e le chiese. 

L’apostolo Paolo scorge questo veleno all’opera già nelle prime comunità cristiane. A Corinto, le discepole e i discepoli del Crocifisso risorto danno vita ad un’interessante comunità carismatica, dove l’unità è costruita attorno a leader, come gruppi di potere, ognuno con il proprio linguaggio e i propri carismi. A costoro Paolo ricorda che «vi sono diverse attività, ma uno solo è Dio che opera tutto in tutti» (1Cor 12,7). Ovvero, che l’unità cristiana è comunione nelle differenze. Non è uniformità babelica ma neppure dispersione carismatica. Il richiamo dell’apostolo pone la questione di come dare forma a questa comunione tra diversi. 

Forse, l’esperimento ecumenico, ovvero il cammino di riconoscimento e riconciliazione tra le diverse chiese cristiane, si presenta come il luogo più adatto per pensare questa relazione che corrisponde al progetto divino. Una volta accantonata la tentazione babelica di assorbire l’altra chiesa nella propria ed anche la tentazione di arrendersi alla situazione di separazione, continuando a procedere ogni chiesa per sé, come se la ricerca dell’unità non fosse un’esigenza evangelica, la sfida sta nell’accogliersi come chiese che condividono lo stesso evangelo di Gesù ma che lo vivono in modi e con sensibilità differenti. Le diversità non sono il segnale di un’opposizione sulla quale si giocherebbe l’ortodossia e l’eresia. Non per forza di cose devono essere causa di inimicizia e separazione. 

Non è, forse, questo l’insegnamento delle Scritture stesse? Ci sono quattro vangeli, e non uno solo, perché lo stesso evangelo di Gesù si dice in modi differenti, dando forma a comunità diverse, che affrontano sfide differenti, con sensibilità particolari. Anche all’interno di una medesima situazione, si possono dare discernimenti differenti, uniti dalla medesima preoccupazione di fedeltà alla Parola in un determinato contesto. Se l’altra chiesa esprime un giudizio diverso dalla mia chiesa, non per questo sarà meno evangelico. Dare forma ad un’unità che sia comunione nelle differenze significa coltivare l’ascolto reciproco, curiosi di sapere come l’altro, l’altra provi a vivere l’evangelo affrontando le sfide del tempo. 

Mai senza l’altro 

L’unità che dobbiamo ricercare va oltre il nostro desiderio di trovare conferme al nostro sentire, alle scelte operate dalle nostre chiese. Fa saltare le nostre schematizzazioni, i confini irremovibili tracciati a ciò che riteniamo giusto o sbagliato. L’unità sognata da Dio è una grande discussione a tutto campo tra sorelle e fratelli che si sanno diversi ma che nutrono una stima reciproca e sono mossi, innanzitutto, dal desiderio di capirsi, dallo stupore per la ricchezza di cammini con cui la vita continua a sorprenderci. Un’unità di questo tipo non s’improvvisa. È l’esito di un cammino spirituale, di un lavoro di conversione che si estende all’intera vita. Che, innanzitutto, ritrova il desiderio di camminare insieme – chiese sinodali, anche a livello ecumenico! Che coltiva l’arte dell’ascolto paziente e profondo. Che abbandona il linguaggio della condanna, quello che si compiace delle prese di posizioni nette, infarcite di polemica. E che, con umiltà e rinnovata curiosità, si apre con fiducia al dono dell’altro. 

Mai senza l’altro. Pena ritornare a Babele. Come tra le diverse membra dell’unico corpo: «Se tutto il corpo fosse occhio, dove sarebbe l’udito? Se tutto fosse udito, dove sarebbe l’odorato? Ma ora Dio ha collocato ciascun membro nel corpo, come ha voluto. Se tutte le membra fossero un unico membro, dove sarebbe il corpo? Ci sono dunque molte membra, ma c’è un unico corpo; l’occhio non può dire alla mano: «Non ho bisogno di te»; né il capo può dire ai piedi: «Non ho bisogno di voi». Al contrario, le membra del corpo che sembrano essere più deboli sono invece necessarie; e quelle parti del corpo che stimiamo essere le meno onorevoli, le circondiamo di maggior onore» (1Cor 12,17-23). 

Tocca a noi raccogliere la sfida delle Scritture, partendo da noi, e fare delle nostre chiese dei laboratori di unità nelle differenze; e poi, farlo tra le diverse confessioni cristiane; fino ad estendere ad ogni situazione, da affrontare con questa logica evangelica.


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