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"Strategie della violenza, possibilità della pace", la riflessione delle teologhe italiane

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Adriana Masotti - Città del Vaticano 

Il seminario il cui titolo è “Il giusto limite. Strategie della violenza, possibilità della pace”, che si terrà sabato 18 maggio 2024 presso la Casa Maria Immacolata delle Figlie della carità, a Roma, si concentrerà al mattino su alcune categorie essenziali per la teologia come sacrificio, kenosi, martirio, scarto, limite e legami. Il pomeriggio sarà invece dedicato alla passione per la giustizia, in vista di un mondo realmente comune e abitabile insieme, affinché la violenza non appaia mai come soluzione o come ultima parola.

Gli interventi della giornata 

A promuovere una giornata di riflessione e di dibattito in cui s'intrecceranno diverse prospettive è il Coordinamento delle Teologhe Italiane che sul proprio sito pubblica gli abstract degli interventi previsti. A cominciare da quello di Emanuela Buccioni sul tema: "Sacrificio. Vita per vita: fino a che punto?" in cui la teologa si domanderà se il sacrificio, "espressione comunissima in ambito religioso, ma carica di ambiguità, è realmente chiesto e voluto da Dio per la salvezza umana". Analizzerà l'evoluzione di questa categoria nella riflessione cristiana e come essa "penetra nella vita quotidiana e nella modalità di risoluzione dei conflitti". 

Strategie della violenza, passione della giustizia 

"Traversìa. Le direzioni possibili, incrociando gli eventi": il titolo del secondo intervento di Cristina Simonelli che prende a prestito un termine della meteorologia indicante un punto che contiene tutte le direzioni possibili da cui possono venire dal largo le tempeste. 
Seguirà Letizia Tomassone su: "Strategie della violenza che si nasconde e si rianima" la cui relazione metterà in evidenza che "esiste una interconnessione delle vite e nel mondo che la logica predatoria di mercato non considera" e prenderà in considerazione l'economia circolare. 
Donata Horak parlerà di "Passione della giustizia. Attraversare il conflitto, generare il futuro". Al centro del suo intervento l'aspetto del patire la giustizia e quello dell'appassionarsi della giustizia: cura, tessitura delle relazioni a partire dalle vittime e includendo i colpevoli e la comunità. La relatrice esaminerà anche le procedure nel diritto delle Chiese per una risposta riparativa-rigenerativa agli abusi. 

Lo spazio del "comune" è lo spazio dell'incontro 

“Essere umani in divenire: il comune alla prova dell’apprendimento" sarà il tema dell'intervento di Vincenzo Rosito che cita un'espressione dell'antropologo inglese Tim Ingold: "L’educazione democratica non è un processo attraverso cui si diventa umani, è invece essere umani in divenire" per dire che è necessario articolare "il farsi del comune all’interno delle pratiche di apprendimento sociale". 
Seguirà Stella Morra con “Etsi Deus non daretur: nell'incertezza" che condurrà i partecipanti al seminario a riflettere sul fatto che il Dio in cui crediamo come cristiani "è impotente e debole nel mondo e appunto solo così egli ci sta al fianco e ci aiuta.” Un momento di preghiera concluderà la giornata. 

Simona Segoloni: il "giusto limite" è vivere per il bene di tutti 

Simona Segoloni Ruta è docente stabile di teologia sistematica all'Istituto Teologico Giovanni Paolo II a Roma ed è vice presidente del Coordinamento delle teologhe italiane. Autrice di numerosi articoli e pubblicazioni sul tema della donna, sulla mariologia e sulla recezione del Concilio, è laica ed è sposata. Nell'intervista a Radio Vaticana-Vatican News presenta il seminario in programma a Roma precisando innanzitutto il significato di quel "il giusto limite" posto nel titolo. "Il giusto limite - afferma - indica fondamentalmente l'idea che per poter vivere in modo da favorire la vita di tutti, in modo da non violare e non distruggere, è necessario un 'giusto limite'. Non si tratta quindi di un concetto negativo, ma può essere un concetto vivificante riconoscere il proprio limite, aver bisogno dell'altro, darsi un confine oltre il quale non andare. Proprio per favorire l'incontro, la valorizzazione di tutti, la giustizia ed evitare quelle logiche di scarto e di violenza che invece segnano molte volte le relazioni umane e il contesto contemporaneo". 

Un mondo in cui i destini dei popoli sono sempre più connessi 

Più relazioni nel corso del seminario faranno emergere la consapevolezza che tutto nel mondo è interconnesso, e la guerra in Ucraina ci ha mostrato questa realtà forse più di altre guerre o altri eventi. "Certamente - prosegue la teologa - le connessioni ormai sono molto evidenti anche perché le dinamiche economiche, politiche e sociali sono trasversali e toccano ovviamente tutti i contesti. E' illusorio pensare di potersi tirare fuori. Ed è questa anche l'idea che da tempo si cerca di approfondire, per cui la giustizia e la lotta contro la povertà e l'umiliazione di altre popolazioni non è qualcosa di paternalistico, qualcosa che è fatto per loro, ma è qualcosa che custodisce il giusto limite e le giuste relazioni per tutti". 

La sofferenza non è l'ultima parola 

Come potersi confrontare col dramma della violenza nelle tante sue forme e quali possano essere le strategie intellettuali, culturali ed esistenziali, per immaginarci un altro modo di stare al mondo e quindi un altro mondo possibile, è l'obiettivo di fondo del seminario. Particolarmente attuale è la domanda dei credenti sulla presenza/assenza di Dio nella nostra storia: in effetti verrebbe da chiedersi perché Dio permette il male che c'è nel mondo e non interviene con forza per salvarci. "Il Dio cristiano non interviene mai con forza per salvarci - osserva la dottoressa Segoloni -, perché il Dio cristiano è quello che condivide la sorte di quelli che vengono uccisi ingiustamente. Non dimentichiamo che la fede cristiana è segnata dalla sconfitta della vicenda umana di Gesù. Gesù sulla croce ci dice che Dio non solo non abbandona le vittime, quelli che subiscono l'ingiustizia, ma che questa sofferenza non è l'ultima parola. La sua esperienza ci permette di accogliere il dono di una vita rinnovata che Dio sempre promette e che attendiamo. Quindi c'è una sfida cristiana in tutto questo: noi dobbiamo abitare il mondo non aspettando che Dio risolva i problemi, perché Dio non li risolve. Dobbiamo abitare il mondo facendoci carico del bene di tutti e del nostro, facendo passare la vita il più possibile attraverso di noi perché l'abbiamo ricevuta in dono". 

Le teologhe e la passione per la teologia 

Molti altri ancora i messaggi che le teologhe del Coordinamento lanceranno nel corso del seminario. Papa Francesco ha sottolineato in più occasioni l'importanza di guardare la realtà anche attraverso lo sguardo femminile e di valorizzare la riflessione teologica delle donne. Ma nella Chiesa si fa ancora una certa fatica a considerare l'esistenza, lo studio, la ricerca in questo campo delle studiose, la teologia sembra ancora una prerogativa tutta maschile. Simona Segoloni fa notare che tutte le teologhe intraprendono la strada dell'approfondimento teologico per pura passione, perché non c'è un tornaconto economico ad esempio, e che questo "rende le teologhe non soltanto molto competenti, ma rende l'ambiente delle teologhe molto vivace. Certo - prosegue - dal punto di vista ecclesiale poi non è sempre facile avere un adeguato riconoscimento delle competenze raggiunte perché permane ancora un certo pregiudizio nei confronti di donne che hanno un livello di istruzione alto, che pretendono di insegnare in tutti i campi e così anche nella Chiesa". 

Leggere la Bibbia a partire dall'esperienza comune alle donne 

Alla domanda se c'è un modo prettamente femminile di fare teologia e di leggere la Bibbia, Segoloni afferma che certamente quando noi interpretiamo i testi o quando interpretiamo l' esperienza di fede, partiamo sempre dal nostro vissuto anche se non lo sappiamo, questo lo fanno anche gli uomini, "solo che normalmente loro non sono abituati a pensare che la loro interpretazione è parziale nel senso che parte da quello che loro hanno a disposizione come orizzonte. Noi donne invece sappiamo che quando interpretiamo i testi, quando ci poniamo una domanda, la facciamo a partire dalla nostra esperienza che, nonostante le diversità tra noi, è un'esperienza comune". "A volte - spiega ancora - c'è da parte nostra una sensibilità a cogliere dentro l'esperienza cristiana più le relazioni, più le soluzioni che permettono di ricucire gli strappi o le rotture fra le persone piuttosto che altri aspetti. Ma soprattutto la prospettiva propria delle teologhe è quella di non accettare in nessun modo le interpretazioni relative alla fede cristiana che portano a svalutare o a considerare le donne in qualche modo inferiori, marginali, secondarie o adatte soltanto per alcune cose. Tutte queste letture che sono state fatte - afferma Segoloni - sono inaccettabili: ciò che è evangelico deve portare vita per tutti, anche per me non soltanto per il fratello che ho vicino, e vita vuol dire le stesse possibilità di espressione di sé, di fioritura delle proprie capacità, di tutto quello che la vita porta con sé". 

Terre da conquistare, terre da coltivare 

Nel nostro tempo, di fronte alla crisi di tutto ciò che è umano, appaiono allora sempre più essenziali i valori legati in qualche modo alla dimensione femminile, come "la capacità di resistere al male che ci è stato inflitto tantissime volte in tanti modi e che possiamo condividere, oppure la capacità generativa, ma tutti questi aspetti - precisa la vice presidente del Coordinamento - non sono esclusivi delle donne, sono cose che anche gli uomini possono imparare". E porta un esempio: "Se si vanno a leggere gli scritti dei pionieri del Far West che andavano a conquistare le terre dell'ovest negli Stati Uniti, vediamo che quando scrivono gli uomini parlano sempre di 'conquista', di terre da 'prendere'; quando scrivono le donne si parla sempre di terre da 'coltivare', ma anche gli uomini sanno coltivare. È solo che i modelli maschili introiettati portano sempre a possedere, a violare, a prendere, ad essere più forti ecc... Ecco, questo modello che non è evangelico, almeno nella Chiesa dovrebbe essere evidente che deve essere abbandonato per proporre uno stile più umano nel quale nessuno si fa più grande di un altro. Il rischio, parlando di valori femminili, è che si continui ad assegnare alle donne dei ruoli specifici pensando che è femminile occuparsi di accoglienza, ad esempio, e non è femminile predicare o scrivere un libro o essere presidente di un Paese". Segoloni parla di "una valanga di talenti sepolti". Attraverso i lavori sinodali sono state poste domande importanti, si è puntato il dito sulla questione femminile. "Ora bisogna provare a prendere qualche decisione - conclude la teologa -, e io spero fortemente che sia così, ma lo spero non per le donne, lo spero per la Chiesa. Io sono fiduciosa". 

➤Ascolta l'intervista alla teologa Simona Segoloni (audio)

Fonte: Vatican News 


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