Clicca

Aggiungici su FacebookSegui il profilo InstagramSegui il Canale di YoutubeSeguici su X (Twitter)   Novità su Instagram

Lidia Maggi "Le piante nella Bibbia: Il pruno"

stampa la pagina
organo di informazione delle chiese evangeliche battiste, metodiste e valdesi in Italia
12 aprile 2024

Mosè pascolava il gregge di Ietro suo suocero, sacerdote di Madian, e, guidando il gregge oltre il deserto, giunse alla montagna di Dio, a Oreb. L’angelo del SIGNORE gli apparve in una fiamma di fuoco, in mezzo a un pruno. Mosè guardò, ed ecco il pruno era tutto in fiamme, ma non si consumava. Mosè disse: «Ora voglio andare da quella parte a vedere questa grande visione e come mai il pruno non si consuma!». Il SIGNORE vide che egli si era mosso per andare a vedere. Allora Dio lo chiamò di mezzo al pruno e disse: «Mosè! Mosè!». Ed egli rispose: «Eccomi». Dio disse: «Non ti avvicinare qua; togliti i calzari dai piedi, perché il luogo sul quale stai è suolo sacro». Poi aggiunse: «Io sono il Dio di tuo padre, il Dio di Abraamo, il Dio d’Isacco e il Dio di Giacobbe». Mosè allora si nascose la faccia, perché aveva paura di guardare Dio. (Esodo 3,16)

 

Un pruno, un roveto, forse un cespuglio di more, in ogni caso una vegetazione da luogo desertico, non certo un albero da giardino! Più morto che vivo, secco, bruciato dal sole. 

L’attore giusto per la parabola narrata da Gesù del seme caduto su un terreno roccioso, con poca terra. Un infestante spinoso, senza bellezza né frutti. Una macchia che gli occhi neppure scorgono. Una presenza negativa. La traduzione della Nuova Riveduta nomina così l’albero dell’apologo di Iotam, immagine di un re scelto contro i propri interessi, impossibilitato a offrire ombra e protezione ai suoi sudditi. A differenza dell’ulivo, del fico e della vite, vegetazione nobile, per nulla interessata ad agitarsi sopra gli altri alberi, il pruno evocato da Iotam accetta di regnare e, subito, mostra il suo volto minaccioso: «Se è proprio in buona fede che volete ungermi re per regnare su di voi, venite a rifugiarvi sotto la mia ombra; se no, esca un fuoco dal pruno, e divori i cedri del Libano!» (Giudici 9, 15). 

Il pruno mostra un carattere distruttivo, che si manifesta nell’alimentare un fuoco che divora quanto gli sta attorno. Ma ecco che, nel racconto delle tante metamorfosi, quello in cui un ammasso di schiavi si trasforma in un popolo libero, i bastoni diventano serpenti e l’acqua sangue, anche il nostro pruno subisce una radicale trasformazione. 

E proprio nell’elemento che lo caratterizza di più, qualificandolo come pianta negativa e minacciosa, che prende fuoco e consuma. Mosè ne fa esperienza in quella fase della vita in cui, costretto dalle circostanze, aveva tirato i remi in barca, uscendo dalla scena pubblica e limitandosi a gestire il privato familiare. In un’altra stagione, da giovane, per un momento aveva ambito a essere pastore dei suoi fratelli; ma ora si limitava a essere pastore di pecore. La storia fa di tutto per irridere le speranze giovanili, l’ambizione di cambiare lo stato di cose presente. Meglio non pensarci più e magari giustificare il proprio ritiro con le parole degli alberi nobili dell’apologo di Iotam (Giudici 9, 8-15): «dovrei rinunciare al mio olio, alla mia dolcezza, al mio vino, per andare ad agitarmi al di sopra degli alberi?». La storia umana sembra offrire solo vane agitazioni al posto di effettive trasformazioni. Sembra. 

Ma ecco che proprio il pruno, l’attore negativo tra i protagonisti botanici delle Scritture, mostra la possibilità dell’impensabile. Ecco che compare sulla scena storica un pruno che offre lo spazio all’irruzione del divino: «L’angelo del SIGNORE gli apparve in una fiamma di fuoco, in mezzo a un pruno». Da non crederci! Nel libro dell’Esodo, che riserva i suoi ultimi capitoli alla descrizione minuziosa del luogo deputato all’incontro con Dio, prefigurazione del Tempio, l’angelo del Signore si mostra in mezzo al nostro cespuglio insignificante. “Sub contraria specie”, direbbe Lutero! E se ciò non bastasse a destare il nostro stupore, ecco che l’angelo non fa udire subito la sua voce: il messaggero celeste lascia la prima parola al pruno, che brucia senza consumarsi. 

Quel terribile vegetale secco, la cui natura malefica si mostra proprio nel divorare con le sue fiamme, insieme a se stesso, la vegetazione circostante, ora brucia ma senza consumare. Uno spettacolo sorprendente che attira l’attenzione di Mosè. Tra le righe, intuiamo che qui la trasformazione non riguarda solo la pianta: forse, anche Mosè, la cui passione focosa l’ha spinto ad agire d’impulso, uccidendo il sorvegliante che maltrattava i suoi fratelli schiavizzati, potrà di nuovo dare credito al fuoco di quella passione liberatrice, questa volta però senza bruciarsi. Quel piccolo cespuglio insignificante – senza bellezza da attirare lo sguardo! – diventa ai suoi occhi una “grande visione”. Che spinge Mosè a voler andare a vedere, ad osare mettersi sotto l’ombra di quell’albero, dapprima evitato. Ed è solo a questo punto, ovvero dopo che la profezia del pruno ha rimesso in moto la vita di Mosè, che il Signore prende la parola. Non lo fa mettendo da parte lo specchietto per le allodole, alla stregua di un’animazione che è stata in grado di suscitare la curiosità, ma che poi occorre accantonare per affrontare le cose serie. No. 

Dio prende la parola e chiama Mosè per nome, ma lo fa «di mezzo al pruno» Dichiarando che proprio lì, dove il pruno brucia senza consumarsi, è il luogo sacro, spazio dell’incontro con il divino, terra in cui tornare a custodire e coltivare il giardino della vita buona. La metamorfosi del pruno annuncia la trasformazione non solo della vita di Mosè ma anche delle vite dei viventi, chiamati a non soccombere all’aridità della storia ma a credere nella trasfigurazione radicale delle esistenze. Nel deserto, tra le spine, risuona l’annuncio di una vita che neppure la morte potrà consumare: «Che poi i morti risuscitino, lo dichiarò anche Mosè nel passo del pruno, quando chiama il Signore, Dio di Abraamo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe» (Luca 20, 37). Il Dio del pruno è il Dio dei viventi. Chi l’avrebbe mai detto?

 

la fiaba degli alberi e del loro re 

Un giorno, gli alberi si misero in cammino per ungere un re che regnasse su di loro; e dissero all’ulivo: “Regna tu su di noi”. Ma l’ulivo rispose loro: “E io dovrei rinunciare al mio olio che Dio e gli uomini onorano in me, per andare ad agitarmi al di sopra degli alberi?”. Allora gli alberi dissero al fico: “Vieni tu a regnare su di noi”. Ma il fico rispose loro: “E io dovrei rinunciare alla mia dolcezza e al mio frutto squisito, per andare ad agitarmi al di sopra degli alberi?”. Poi gli alberi dissero alla vite: “Vieni tu a regnare su di noi”. Ma la vite rispose loro: “E io dovrei rinunciare al mio vino che rallegra Dio e gli uomini, per andare ad agitarmi al di sopra degli alberi?”. Allora tutti gli alberi dissero al pruno: “Vieni tu a regnare su di noi”. Il pruno rispose agli alberi: “Se è proprio in buona fede che volete ungermi re per regnare su di voi, venite a rifugiarvi sotto la mia ombra; se no, esca un fuoco dal pruno, e divori i cedri del Libano!” (Giudici 9,8-15)


«Ti è piaciuto questo articolo? Per non perderti i prossimi iscriviti alla newsletter»
stampa la pagina


Gli ultimi 20 articoli