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Sabino Chialà "Omelie Triduo Pasquale 2024"

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"Omelie Triduo Pasquale 2024" 
Magnano (BI)
giovedì 28, venerdì 29 e domenica 31 marzo 2024



28 marzo 2024 
Es 12,1-14 - Gv 13,1-15 – 1Cor 11,23-32 

Fratelli e sorelle, 
con questa liturgia entriamo nella celebrazione della Pasqua. Un mistero unico - quello della passione, morte e resurrezione del Signore - che le liturgie di questi giorni ci fanno rivivere. Fare memoria ogni anno della Pasqua del Signore, perché diventi sempre più la nostra Pasqua: questo è il senso di quanto abbiamo iniziato a vivere, con questa celebrazione della Cena del Signore. 

Non siamo qui per compiere dei riti, uno dopo l’altro. Ma per vivere questo tempo, attraverso i suoi vari momenti, come un unico movimento che ci introduce nel mistero del Figlio di Dio morto e risorto per noi, morto e risorto con noi, morto e risorto in noi. E di questo “noi” vogliamo fin da questa sera – e nei giorni che seguono – farci interpreti consapevoli. 

Se siamo qui questa sera, infatti, non è solo per noi qui riuniti! Avrebbe poco o nessun senso! Se così fosse, saremmo solo un gruppo di esaltati, che celebrano i propri riti, più o meno esotici, come in un momento di oblio e astrazione dalla realtà, o dediti a una sorta di ars consolatoria vuota, insensata e che ogni anno che passa si rivela sempre meno efficace. 

In questi giorni osiamo invece essere qui portando con noi il nostro mondo, con le sue fatiche e le sue gioie, cercando di farcene voce e orecchio, perché l’annuncio pasquale, che è destinato a tutta la creazione, sia davvero un messaggio di vita e di speranza in ogni situazione. In modo particolare per i tanti popoli che soffrono violenza e guerre. Quelle più note e quelle dimenticate. 

È per questa nostra umanità – per tutti e tutte, nessuno escluso! – e per la creazione intera, che noi celebriamo e riviviamo questa Pasqua, rimettendoci in ascolto delle Scritture e spezzando il Pane offerto per noi. È per questa umanità, di cui siamo parte solidale, che vogliamo innanzitutto riascoltare la buona notizia appena proclamata. 

Iniziando dalla prima lettura, tratta dal libro dell’Esodo, ci chiediamo allora: cos’ha da dire a questo nostro mondo l’invito del Signore a celebrare la Pasqua così come egli comanda al popolo che sta per essere liberato dall’Egitto? La risposta non è facile… perché in questi tempi di tanto sangue versato, in varie parti del mondo, forse facciamo fatica ad ascoltare questo racconto come buona notizia! Anche qui si parla di sangue da spargere, per proteggersi; e di primogeniti della cui morte facciamo memoria! 

Quale messaggio dunque? La via per comprendere ce la offre il versetto in cui Dio spiega quel passaggio doloroso: “Così farò giustizia di tutti gli dèi dell’Egitto” (Es 12,12). Dio interviene per mettere fine allo spargimento di sangue… quello di chi era ridotto in schiavitù dal potente di turno, dal faraone, effetto egli stesso del ragionare idolatrico, perché preda degli dèi muti e bugiardi che gli hanno preso il cuore: potere, ricchezza, delirio di onnipotenza! E così rivela la radice dell’ingiustizia e dell’oppressione – di ieri come di oggi – in quello che la Scrittura chiama idolatria. 

È infatti l’idolatria la vera responsabile di ogni sangue sparso, di ogni guerra e violenza: quando un essere umano ne opprime un altro; quando un essere umano uccide, umilia o riduce in schiavitù un altro essere umano, mostra di essere egli stesso schiavo degli idoli che lo abitano. Infatti è quando ci rendiamo schiavi dei nostri idoli, che diventiamo oppressori di altri e spargitori del loro sangue. Perché l’idolo, quando si insedia nel nostro cuore, ci rende insaziabili e capaci di ogni genere di offesa e sopruso. 

Pasqua – ce lo ricorda la Pasqua della prima alleanza – è dunque liberazione dall’idolatria, primo annuncio che ci raggiunge in questa celebrazione e che vogliamo rivolgere al nostro mondo. Finché saremo asserviti ai nostri idoli, cercheremo anche noi di asservire, disperatamente e dissennatamente. 

Nella seconda lettura, Paolo ci invita poi a un’altra Pasqua: la memoria dell’ultima cena di Gesù con i discepoli. Ancora un pasto, nel quale il Signore Gesù ha narrato la follia del suo amore per l’umanità intera, giunta fino al dono totale di sé, reso memoriale perenne nell’eucarestia che ancora celebriamo nel suo nome. 

Ma dopo aver descritto la tradizione ricevuta, l’Apostolo mette in guardia da un possibile atteggiamento che contraddice quel dono: “Ciascuno esamini se stesso e poi mangi del pane e beva dal calice, perché chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna” (1Cor 11,28-29); quindi aggiunge che a questo mancato riconoscimento del “corpo del Signore”, sono da attribuirsi infermità e morte. 

Come interpretare una tale affermazione? Riconoscere il corpo del Signore, come si evince dal contesto in cui queste parole sono pronunciate, non significa solo riconoscere che in quel pane e in quel vino vi è la realtà del corpo e sangue di Cristo, significato cui spesso riconduciamo e riduciamo queste parole. Ma significa discernere il corpo del Signore formato dalla comunità in cui e per cui l’eucaristia è celebrata: discernere il corpo del Signore di cui ogni essere vivente è parte, riconoscersi parte di un corpo che raccoglie la comunità credente e, attraverso di essa, l’umanità intera. 

E dunque ogni misconoscimento di quel corpo, dell’unità di quel corpo di cui tutti siamo parte, perché tutti membra dell’unico corpo del Signore, è causa di infermità e di morte. Provoca nel nostro mondo infermità e morte! Queste realtà che ci feriscono sono effetto del non riconoscimento del corpo del Signore, presente non solo nelle specie eucaristiche, ma anche nella carne viva di fratelli e sorelle: ecco il magistero dell’altra Pasqua della nuova alleanza, vissuta da Gesù e a noi trasmessa dagli apostoli. 

Due Pasque, ciascuna con il suo messaggio di liberazione, per noi e per il mondo nel quale viviamo. Due Pasque che il Signore opera: passando in mezzo al suo popolo per fare giustizia dell’idolatria; o offrendo se stesso, nel suo corpo e nel suo sangue, come estremo atto di amore in cui riconoscersi unico corpo del Signore. 

Veniamo infine al testo evangelico, dove Gesù traccia la via, per sé e per i suoi: “Se io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri” (v. 14). Via per la quale è possibile combattere l’idolatria che ci tenta, ed edificare il corpo che siamo chiamati ad essere. Via per ritrovare la pace, di cui tanto abbiamo bisogno! 

Questa via è raccolta in un’immagine: un uomo curvo davanti ai suoi discepoli! Quella posizione afferma che per vincere l’idolatria che sta devastando il nostro mondo e per coltivare quello spirito di fraternità che solo potrà salvarci dall’autodistruzione, non ci vogliono uomini forti e schiene dritte! È invece necessario curvarsi, lavarsi i piedi, e lavarli a tutti, Giuda compreso! Non ci sono alternative! Sì, anche a Giuda! Perché fratello anche lui, anche quando agisce da nemico. La distruzione del nemico è l’illusione di ogni guerra. Ma, appunto… una illusione! Non solo eticamente discutibile, ma anche strategicamente impossibile. Ecco perché Gesù si piega anche davanti a lui, pur sapendo: perché da Signore di tutto e di tutti, non ha alternative! E lì mostra di essere il vero Signore. 

La via percorsa da Gesù e indicata a noi suoi discepoli non parla dunque di rinuncia o di resa, ma di responsabilità: “Gesù, sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine” (v. 1). Gesù sa e ama… L’amore vero richiede consapevolezza, e poi richiede perseveranza: “Fino alla fine”. 

Sa anche che in mezzo a quei discepoli c’è un fratello che ha il cuore occupato dal divisore: “Quando il diavolo aveva già messo in cuore a Giuda, figlio di Simone Iscariota, di tradirlo” (v. 2). Conosce anche quella ferita: ne è consapevole e la porta, senza lasciarsene paralizzare. 

Infine, è cosciente del suo intimo legame con il Padre: “Sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani, che era venuto da Dio e a Dio ritornava” (v. 3). Conosce il suo essere da Dio, custodisce la memoria della sua vocazione. 

Conoscendo tutto questo, ecco il gesto, in cui Gesù raccoglie la sua esistenza intera e indica a noi la via. Un gesto meticolosamente descritto da Giovanni, perché ogni particolare è prezioso: il suo alzarsi, con cui Gesù esprime la sua determinazione ad agire in quel modo; il suo deporre le vesti, segno di chi si presenta senza difese; il suo cingersi di un asciugatoio, segno di chi serve; il suo lavare i piedi dei discepoli, gesto con cui il Maestro esprime il suo desiderio di vita per tutti loro: desidera che vivano, che continuino a camminare con quei piedi che egli sta lavando loro, anche se lui sta per andarsene! Da vero maestro gioisce della vita dei discepoli più che della sua! 

Questa è la via indicata da Gesù… Difficile da accogliere, come mostra la reazione di Pietro, che si rifiuta di acconsentire a un Maestro disarmato e curvo: “Tu non mi laverai i piedi in eterno!” (v. 8). La sua non è una reazione di rispetto: Pietro è riluttante davanti a quella logica. Ma quella è la via per la quale è possibile entrare in un vero cammino pasquale, per noi, per le nostre comunità, per il nostro mondo! Questa è la via per la quale è possibile sconfiggere l’idolatria che cerca costantemente di impadronirsi del nostro cuore e dei sistemi di questo mondo. Questa è la via per la quale è possibile crescere nella consapevolezza di essere un unico corpo, un’unica umanità. 

Alla soglia di questa Pasqua che abbiamo la grazia di vivere, il Signore viene a noi per liberarci dagli idoli che ci dominano, e per farci crescere come comunione. Fa questo piegandosi ai nostri piedi, e da quella posizione, da vero Maestro che fa per primo quello che insegna, ci indica la via per la quale anche noi potremo tentare di vivere da uomini e donne pasquali. 

Il gesto della lavanda dei piedi, che ora ripeteremo, sia per noi impegno ad accoglierci, a perdonarci, a cercare di fare nostro il sentire di Cristo, perché la sua Pasqua diventi anche la nostra Pasqua; e sia Pasqua per questo nostro mondo. 

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29 marzo 2024 Is 52,13-53,12 - Gv 18,1-19,42– Eb 4,14-5,10 

Fratelli e sorelle, 
siamo qui radunati, in quest’ora del venerdì santo, per fare memoria e rivivere la passione e la morte di Gesù. Evento, soprattutto la morte, variamente definito: tragico e infamante, glorioso e salvifico. Scandalo e follia, come l’apostolo Paolo definisce la croce nella sua prima lettera ai cristiani di Corinto (cf. 1Cor 1,23). 

Siamo nel momento della massima aporia, dove un senso si fa difficile da trovare, anche per chi, per fede, sa che quella morte tragica è salvifica. Siamo davanti a uno dei tratti della vita di Cristo tra i più scandagliati fin dalle origini e tra i più difficili da comprendere, ancora per noi oggi. Forse l’unica parola sensata che possiamo ripetere senza timore è quella di un padre della Chiesa siriaca, Isacco di Ninive, che vede in quella morte solo l’eccesso dell’amore di Dio per l’umanità: “Io dico – afferma - che Dio non ha fatto questo [lasciare che il Figlio morisse in croce] per altro motivo se non per far conoscere al mondo il suo amore”. 

Se il Gesù curvo, che abbiamo contemplato ieri sera nella Cena, può ancora avere un senso umanamente comprensibile – il senso di chi serve, di chi incoraggia a vivere, scardinando le logiche idolatriche e indicando la via della comunione fraterna – oggi sembra che tutto si risolva in un completo fallimento e dunque nonsenso. 

Difficile da comprendere questo Messia che si lascia catturare, condurre e infine uccidere sulla croce, in quel supplizio disumano! E siccome, come dicevo già ieri sera, noi siamo qui non solo a nome nostro, ma vogliamo esserci come parte di questo mondo, che di supplizi ne conosce fin troppi, la domanda sorge spontanea: quale buona notizia (quale evangelo) ci viene dal Crocifisso? Perché se il Vangelo di oggi non è buona notizia, vana è la nostra fede e vuota la nostra testimonianza cristiana. 

La croce ci salva, certo! Ma non magicamente! Né perché placa l’ira del Padre (un’aberrazione che ha accompagnato il pensiero cristiano, ma contro cui reagiscono già padri della Chiesa come Gregorio di Nazianzo e Agostino). 

La croce ci salva perché racconta, visivamente e tragicamente, un sogno di umanità, che Gesù già vive e che a noi trasmette per grazia e lascia in eredità. Il sogno di una umanità che sa affrontare il male diversamente da come noi siamo portati a fare. Quel male ineluttabile che neppure Gesù ha eliminato, pur avendolo sconfitto. 

Con la sua passione e morte, Gesù ci salva non solo in senso metafisico ma anche storico, indicando una via da seguire, come raccomanda l’apostolo Pietro nella lettura che abbiamo ascoltato questa mattina: “Cristo vi ha lasciato un esempio, perché ne seguiate le orme” (1Pt 2,21). Sono queste orme che vogliamo ancora una volta tentare di seguire in quest’ora, rimeditando i testi biblici che anche questo venerdì santo abbiamo ascoltato. 

Nel testo di Isaia abbiamo riascoltato il dramma del Servo del Signore. Una vicenda enigmatica, con cui certamente Gesù si è confrontato. Si parla di un uomo travolto da un male smisurato, che lo conduce fino allo sfiguramento: “Tanto era sfigurato per essere d’uomo il suo aspetto” (Is 53,14). Un essere umano di cui non ci è conservata alcuna parola, ma solo si narra il suo rimanere sotto quel carico di sofferenza. Una storia come tante… in cui il Servo sembra puramente passivo. 

Perché agisce così? Solo perché non può sottrarsi? E poi: con quale animo? Forse non sapremo mai con quale animo il Servo ha vissuto quell’umiliazione, tuttavia il racconto mette in luce un esito di quella umiliazione: il futuro cui apre, la discendenza: “Quando offrirà se stesso … vedrà una discendenza, vivrà a lungo” (Is 53,10); e ancora: “Io gli darò in premio le moltitudini” (Is 53,12). 

Non sappiamo se e quanto egli ne fosse consapevole, ma certo è che quella sua sofferenza ha portato un frutto prezioso: un futuro possibile. Possiamo solo ipotizzare - non affermarlo con certezza - che quella consapevolezza lo abbia sostenuto. Possiamo però cogliere qui qualcosa di utile per noi e per il nostro mondo: per attraversare il buio del male è necessario coltivare il futuro nel cuore. 

La lettera agli Ebrei rilegge invece la vicenda di Gesù, in particolare la sua passione, nella sua valenza di compassione: “Non abbiamo un sommo sacerdote che non sappia prendere parte alle nostre debolezze: egli stesso è stato messo alla prova in ogni cosa come noi, escluso il peccato” (Eb 4,15). Una compassione che guarisce, che trasforma, che non si arrende. La lettera agli Ebrei sottolinea così il fatto che Gesù ha dimorato in quella sofferenza per un atto di amore compassionevole, partecipativo, facendosi prossimo alle sofferenze dell’umanità, portando e guarendo, restando accanto. 

Restare nella sofferenza aprendo un futuro (il Servo di Isaia) o restarvi per condividere il presente (il Gesù della lettera agli Ebrei) sono due tratti che possiamo cogliere dalla prima e dalla seconda lettura. Ambedue sono presenti anche nel racconto evangelico. Qui però, più che altrove, emerge anche quello che definirei il presupposto di una tale capacità di futuro e di presente: la fermezza di Gesù nel non lasciarsi contaminare dal male, né paralizzare, né scoraggiare. È questo presupposto, il tratto che vorrei ora cogliere brevemente nella lettura della passione. 

Il racconto della passione nel quarto Vangelo ci rappresenta un Gesù che più che mai resta il Signore. Non si tira indietro, ma agisce responsabilmente: chiede, interroga, si prende cura, provoca a pensare. 

Fin dall’inizio, nel giardino, chiede: “Chi cercate” (v. 18,4); afferma: “Sono io” (v. 18,5). Si prende cura dei suoi: “Se cercate me, lasciate che questi se ne vadano” (v. 18,8). 

Davanti ai sacerdoti Anna e Caifa, le sue parole sono ferme e rispettose: “Io ho parlato al mondo apertamente … interroga quelli che hanno udito” (v. 18,20-21). Sanno anche chiedere conto con la mite tenacia di chi non si rassegna: “Se ho parlato male, dimostrami dov’è il male. Ma se ho parlato bene, perché mi percuoti?” (v. 18,23). 

A Pilato, invece, chiede conto delle fonti di quanto afferma: “Dici questo da te, oppure altri ti hanno parlato di me?” (v. 18,34). Lo provoca sulla sua responsabilità di giudice, che è quella di cercare la verità, facendo emergere il suo atteggiamento di uomo di potere, per il quale il tema “verità” è irrilevante: “Cos’è la verità?” (v. 18,38). Sottinteso: “Povero illuso che, in quella situazione così compromessa, cerca ancora la verità!”. Infine ha il coraggio di ricondurre Pilato a quello che è davvero: un pezzo di ingranaggio nella macchina di quel tipo di potere: “Tu non avresti alcun potere, se ciò non ti fosse dato dall’alto” (v. 19,11). 

Ma c’è un ultimo tratto di questo racconto in cui Gesù mostra la sua capacità di non lasciarsi paralizzare dal male, proprio nel momento della morte, quando il quarto vangelo mette in luce tutta la sua signoria. Agli occhi del mondo Gesù è un uomo finito e anche lui sa che gli manca poco, eppure lui pensa al futuro! Mi riferisco all’episodio in cui affida il discepolo alla madre e la madre al discepolo: “Vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: ‘Donna, ecco tuo figlio!’. Poi disse al discepolo: ‘Ecco tua madre!’” (v. 19,26-27). Una scena spesso interpretata come l’estremo atto di pietà filiale (di cui Gesù in vita era stato abbastanza avaro). Ma non si tratta di questo. L’intento di Gesù è, invece, quello di aprire un futuro a quel brandello di comunità che vede ai piedi della croce: altro atto di responsabilità e di resistenza al male. A differenza del Servo del Signore, Gesù è consapevole del futuro, mentre attraversa il buio del presente. 

Quale dunque la buona notizia di quanto stiamo celebrando e rivivendo? Quale buona notizia per noi e per il nostro mondo? 

In un male che avvolge tante parti del nostro mondo con la sua tenebra e che a volte sembra soffocarci, in un male disumano che assomiglia tanto a quello che abbiamo ascoltato poco fa nel canto delle Lamentazioni (immagini purtroppo di attualità), l’evangelo che oggi ci raggiunge, e nel quale vogliamo rinnovare la nostra fede, è quello di un Dio che per puro amore nei confronti dell’umanità non ha esitato a sopportare la morte del Figlio; e di un Dio che a noi indica la via per poter vivere da cristiani anche il male. 

Per questo noi celebriamo e riviviamo la morte del Signore in quest’ora del venerdì: per fare memoria dell’infinito amore di Dio per l’umanità intera; e per imparare da lui ad attraversare il male. Quel male che non vogliamo dimenticare, quel male che in questo momento affligge tanti nostri fratelli e sorelle di cui tra poco faremo menzione nella preghiera universale. Quel male che le Scritture ci insegnano ad abitare da credenti: guardando al futuro, vivendo nella compassione per chi ci sta accanto, non lasciandocene abbrutire. 

Il male ha una grande forza di attrazione, e la sua prima vittoria è quella di conviverci dell’inutilità della lotta. Gesù ha sconfessato questo pensiero con il suo modo di attraversare la passione: mentre stavano per arrestarlo, si prende cura dei suoi; alle autorità religiose che calcolano e cercano il modo di eliminarlo nel modo più subdolo, chiede conto del loro agire; in Pilato, che cerca solo di difendere il suo potere, cerca di risvegliare il senso della verità; e mentre tutto volge al termine, lui guarda al futuro della comunità. 

Questi tratti dicono, anche nel concreto, come la passione e morte di Gesù siano un atto di amore, e dunque di salvezza, per l’umanità intera; e sono evangelo, cioè buona notizia, per ciascuno di noi e per il nostro mondo. 

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Domenica 31 marzo 2024
Veglia pasquale

Fratelli e sorelle, 

“Cristo è risorto! È veramente risorto!”, abbiamo cantato più volte all’inizio di questa veglia. Parole semplici, in cui è racchiuso il cuore pulsante della nostra fede, poiché, come scrive l’apostolo Paolo ai cristiani di Corinto, “se Cristo non è risorto vuota è la nostra predicazione e vuota anche la vostra fede” (1Cor 15,14). 

La nostra fede è come raccolta in queste semplici parole. Eppure, quante volte ci sentiamo inadeguati dinanzi a parole così grandi. Quante volte la realtà in cui viviamo, il nostro mondo e le nostre relazioni, ci appaiono così estranei alla “logica della resurrezione”, altro volto della “logica della croce”, di cui parla Paolo. 

Questa fatica non ci deve stupire! Perché la fede nella resurrezione - o meglio, la fede nel Risorto - è un dono oltre che un cammino. Un dono che riceviamo mentre siamo in cammino. Il Risorto ci precede, come fa con i suoi discepoli - “Egli vi precede in Galilea” (v. 7) – e a noi chiede di esserci. Di non mancare l’appuntamento. 

Non si tratta di sforzarsi di credere nel Risorto (fatica inutile!). Si tratta di accoglierlo. Accoglierlo… cioè fargli spazio, lasciandolo entrare nei nostri dubbi, nelle nostre ferite, nelle nostre attese; e soprattutto nelle nostre paure. 

Così è stato per le donne di cui parla il racconto appena ascoltato. Un racconto nuovo rispetto a quelli precedenti, non solo per il suo carattere dimesso e per il clima rarefatto in cui si svolge, ma anche per il cambio di protagonisti: ai tanti uomini delle scene precedenti, ora si sostituiscono delle donne. Tre, di cui l’evangelista Marco ricorda i nomi: “Maria di Magdala, Maria madre di Giacomo e Salome” (v. 1). 

Questo clima dimesso, con protagoniste delle donne (soggetti poco autorevoli nella mentalità del tempo), è lì a ricordare che la fede pasquale non è un’evidenza, non ha nulla di trionfale, non è una muscolosa e virile rivincita sui nemici, ma piuttosto un cammino a tentoni. 

Tutto ricomincia con tre donne che in un mattino nuovo, di una nuova settimana, comprano profumi per ungere il cadavere di colui che era stato il loro Maestro. A differenza dei discepoli, forse troppo presi dall’elaborazione della loro delusione, le donne vanno al sepolcro. 

Non sappiamo perché le donne si recano al sepolcro. Forse intendono solo portare a compimento ciò che era rimasto incompiuto. Forse vogliono prendersi cura di quello che restava di una storia che le aveva segnate. Forse per istinto… 

Marco ci dice solo che ci vanno con una domanda nel cuore: “Chi ci farà rotolare via la pietra dall’ingresso del sepolcro?” (v. 3). Ma neppure quella difficoltà le blocca... Fanno quanto è in loro potere. Come quell’altra donna che, poco prima della passione, aveva anche lei unto Gesù e che questi aveva difeso da chi l’accusava di spreco, dicendo: “Ha fatto ciò che era in suo potere” (14,8). È solo una briciola di bene in quel disastro che aveva travolto le speranze di molti. Ma quella briciola segna, senza che loro lo sappiano, un nuovo inizio. 

La scena quindi prosegue e comincia a mutare… e il punto di snodo è segnato da un gesto ben preciso delle donne. Giunte alla tomba, “guardano in alto”, dice Marco (v. 4). Cominciano a uscire dai loro pensieri più o meno istintivi e iniziano a vedere altro. Vedono che “la pietra era già stata fatta rotolare, benché fosse molto grande” (v. 4). Vedono “un giovane, seduto sulla destra, vestito d’una veste bianca” (v. 5). Vedono il luogo “dove l’avevano posto” (v. 6). Tre visioni importanti: la pietra scostata, il giovane, la tomba vuota. Tutto così chiaro…! Ma ancora non basta. 

Anzi, tutto questo genera solo paura, come l’evangelista Marco sottolinea con forza. Per quattro volte, in pochi versetti, ritorna su questa reazione delle donne: “Ebbero paura” (v. 5); l’angelo inizia a parlare loro dicendo: “Non abbiate paura” (v. 6); dopo l’annuncio fuggirono via “piene di spavento misto a stupore” e non dissero nulla, perché “erano impaurite” (v. 8). E sappiamo che così probabilmente terminava il testo originario di questo vangelo, con questo accenno alla paura. Una finale scandalosa, al punto da ispirare una serie di aggiunte, tra cui quella riportata nelle nostre Bibbie. 

L’istinto ad andare al sepolcro, come anche il coraggio di guardare in alto, sono stati presupposti essenziali, ma l’esito non è stata la fede, bensì la paura. 

Questa notte può essere dunque il tempo propizio per fare i conti con le nostre paure. Perché è lì che l’annuncio pasquale ha da entrare, secondo quello che Marco ci lascia intendere. Altrimenti diventa solo uno slogan vuoto e insignificante. 

Quella finale così scandalosa, che vede fuggire le donne, interroga noi questa notte. Anche noi, dinanzi all’annuncio del Risorto, possiamo fuggire via impauriti e non dire nulla a nessuno; oppure accogliere questa buona notizia e farsene annunciatori con la vita. 

Ora, questo intreccio tra fede nel Risorto e paura ci introduce a un punto vitale della nostra esperienza di credenti: ci ricorda che la fede nel Risorto s’innesta proprio lì, nelle nostre paure, e che lì si gioca la battaglia per diventare e restare credenti! 

Le nostre paure ci aiutano a misurare la nostra fede. Paure che nascono da quello che vediamo dentro di noi, i nostri pensieri e le nostre ansie. Paure suscitate dalle relazioni che viviamo. Paure e ansie per le tragedie di cui ci sentiamo in balia, impotenti. 

La paura è un’esperienza umana che tutti facciamo. È stato così anche per le donne, in quel momento di nuovo inizio, in cui pure udivano parole luminose. E la loro reazione assomiglia tanto alle nostre; di noi che tante volte, davanti a chi ci annuncia un vivente al posto di un morto, rispondiamo con la paura e la fuga! Paura e fuga sono due reazioni intimamente connesse! Le donne, infatti, davanti a quel nuovo che si affacciava, fuggirono impaurite: questa è la loro reazione istintiva. 

In fondo è meglio un cadavere, che però appartiene al nostro mondo noto, di un vivente che ci invita ad andare oltre, a rimetterci in gioco. Meglio un morto da piangere che un vivo con cui camminare! Un uomo con cui andare fino in Galilea, e dunque con cui ricominciare da capo! 

Eppure noi non possiamo non continuare a interrogarci… Perché tanta paura se, mentre si attendevano una pesante pietra da rotolare, trovano che il sepolcro è aperto? Perché tanta paura se, mentre erano alla ricerca di un muto cadavere da ungere, trovano un giovane radioso che parla? Perché tanta paura se, mentre erano pronte a fare lamenti e rievocazioni di un passato finito male, odono parole che annunciano futuro? Perché tanta paura? Certo le paure hanno molto di irrazionale. Anche noi, quando interroghiamo le nostre, spesso restiamo senza parole. 

Ma qui ci sembra tutto assurdo: le donne non sono sconvolte perché si parla loro di morte, ma di vita! Ma assurdo non è, perché la vita non è meno enigmatica della morte. Perché vivere richiede altrettanto affidamento che morire! Paura di morire e paura di vivere s’intrecciano e si fondono in un’unica paura: quella di perdersi, quella cioè che tutto ci sfugga di mano. 

Ed è qui che interviene la fede nel Risorto, ed evangelizza le nostre paure. Non ci promette che non moriremo, ma ci ricorda ciò che davvero può trasformare le nostre esistenze: credere che il Signore è risorto e che tutto quello che noi siamo è nelle sue mani. Questo è il cuore della nostra fede: “Gesù Nazareno, il crocifisso, è risorto, non è qui” (v. 6). 

Il messaggio pasquale, che in questa notte santa vogliamo ancora accogliere è questo: la nostra vita è in mani ben più salde delle nostre. Per questo non può esserci tolta: perché non ci appartiene, ma appartiene a colui che ne è l’autore. 

Quand’è infatti che abbiamo paura? Ogni volta che percepiamo la nostra vita come un nostro possesso, che può esserci sottratto in ogni momento. Ogni volta che perdiamo la memoria che essa è un dono rinnovatoci ogni mattina. Ogni volta che dimentichiamo che il Signore morto e risorto ci è accanto sempre e dovunque, in ogni passaggio della nostra esistenza. Allora sì che la nostra vita diventa un inferno di paure. Perché tutto è sempre e costantemente minacciato. E noi ci sentiamo troppo indifesi per stare al mondo. 

Ecco allora il messaggio che ci raggiunge in questa Pasqua, nelle parole dell’angelo alle donne: “Non abbiate paura!”. Non abbiate paura perché il Signore è risorto e voi siete nelle sue mani, e dunque nulla potrà esservi sottratto di ciò che davvero conta. Non abbiate paura perché il Signore è risorto e, essendo voi i suoi fratelli e sorelle amati, non vi abbandonerà nell’oblio della fossa. Non abbiate paura perché il Signore è risorto e, nella misura in cui le vostre storie e i vostri affetti sono nel suo cuore e nella sua mente, nulla andrà perduto, neppure un volto tra quelli che voi amate, e che lui ama prima di voi e insieme a voi. 

Siamo in un momento in cui disorientamento e paura occupano i nostri cuori e rischiano di farci soccombere sotto un’invincibile disperazione; un momento in cui ci sentiamo più insicuri che mai, con il cuore in pena per tanti nostri fratelli e sorelle: per coloro che vivono situazioni di guerra, per i migranti che rischiano e perdono la loro vita, per chi è rinchiuso nelle carceri in situazioni disumane, per chi soffre ogni genere di violenza, per nostra sorella terra che continuiamo a maltrattare. 

Possa l’annuncio del Signore risorto raggiungere ogni creatura. Possa strappare dai nostri cuori paure e angosce. Di questo messaggio siamo destinatari, testimoni e responsabili in questo nostro mondo.




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