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L'idea di Dio dell'atea Margherita Hack

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Il più grande torto che potremmo fare alla memoria di Margherità Hack è provare ad annetterla alla nostra parrocchia: "Marga", la donna delle stelle, si è sempre dichiarata atea ed è rimasta fedele e coerente alle sue convinzioni. Questo, però, non le ha impedito di dialogare e di confrontarsi, cosa che ha fatto fino alla fine dei suoi giorni, con rispetto anche in pubblico con chi la pensava diversamente da lei. 

A Verona nel 2010, in un incontro pubblico organizzato dall’Uaar (Unione atei e agnostici razionalisti) si confrontò con il vescovo Giuseppe Zenti, sul tema scienza e fede: «Rispetto le convinzioni di tutti», spiegò con pacatezza in quell’occasione, «però penso che, mentre la scienza si basa su osservazioni ed esperimenti e da questi cerca di ricavare delle leggi generali che permettono di spiegare le regole che governano l’universo, la terra, il nostro corpo, la fede uno ce l’ha o non ce l’ha, uno crede in Dio oppure non ci crede, ma dimostrare razionalmente, scientificamente che Dio c’è o che Dio non c’è credo non sia possibile: è una questione di fede. Ci sono tanti scienziato credenti, tanti scienziati agnostici, tanti scienziati atei: la fede risponde a un bisogno personale. Per quanto mi riguarda credo che Dio sia un’invenzione: l’umanità si è sempre chiesta il perché dei fenomeni e più si va indietro nel tempo, più basse erano le conoscenze scientifiche più divinità si inventava. Nell'antichità l’alternarsi del giorno e della notte e delle stagioni, le eclissi solari, l’apparizione di una cometa erano spiegati con il ricorso a divinità molto antropomorfe, poi via via con l’aumentare della conoscenza siamo diventati più idealisti, ricorrendo a un Dio essere soprannaturale, e se si guarda al Rinascimento e ai pittori che lo rappresentavano all'epoca vediamo Dio come un signore con la barba seduto in trono, circondato dagli angioli: questa era l’immagine che si aveva allora di Dio. Oggi credo siano pochi a rappresentarselo così. È diventato un qualcosa di più spirituale, di più etereo. L’idea di Dio cambia con l’aumentare delle conoscenze, a un certo punto uno capisce che non è dimostrabile scientificamente l’esistenza di Dio: noi siamo in grado di ricostruire dalle osservazioni tutta l’evoluzione dell’universo: da una zuppa di particelle elementari fino a esseri complessi quali siamo noi, è un dato di osservazione. Certo, meraviglia pensare che da una zuppa di particelle elementari si possa arrivare alla formazione delle stelle e delle galassie e che le stelle formano gli elementi necessari alla formazione dei pianeti e alla formazione degli esseri viventi, dai più semplici ai più complessi, attraverso l’evoluzione darwiniana. Sono cose che possono meravigliare e uno può pensare: c’è la mano di Dio che spiega tutto. Ma questa è un’idea che può soddisfare alcuni e altri no. A me non soddisfa, per me è un po’ come credere a Gesù Bambino che mi portava i regali: quando una notte scoprii che invece di Gesù Bambino c’erano i miei ad armeggiare sotto l’albero, ci rimasi male, però – mentre sorrideva pensando ormai quasi novantenne alla bambina di allora – ero cresciuta». 

A quel suo sentire spiegato con chiarezza e sorriso non ha mai derogato, solo una volta ha ammesso di averlo fatto, per amore, per non ferire i suoi genitori e soprattutto quelli del suo futuro sposo, accettando di sposarsi in chiesa nell’Italia degli anni Quaranta: «Fu una concessione al conformismo delle nostre famiglie», ha ammesso in più di una chiacchierata pubblica, «me ne vergognai, perché venivo meno ai miei principi». Ha sempre detto di essere in astratto contraria anche al matrimonio come rito civile e religioso, nel senso che lo considerava un patto privato tra due persone, cosa che non le ha impedito di contrarre un patto straordinariamente fedele con Aldo De Rosa, conosciuto da bambina all’età in cui ci si arrampicava sugli alberi, perso di vista, ritrovato all’università e non più lasciato, finché morte non li ha separati, per poco: se n’è è andata prima lei nell’estate del 2013, lui l’ha seguita nel 2014. Fedeli l’una all’altro in salute e in malattia, quando ormai novantenne lei ancora attraversava l’Italia per incontri di divulgazione scientifica, Aldo era sempre presente al suo fianco anche quando la malattia di Alzheimer che lo aveva colpito rendeva difficili gli spostamenti. Riguardo alla maternità che non c’è stata ha sempre risposto: «Non avevamo la vocazione». 

Nel 2012 per Nuova dimensione aveva scritto a quattro mani con don Pierluigi Di Piazza, fondatore del Centro Balducci di Zugliano (Udine), scomparso nel 2022, un libro intitolato Io credo, in cui lui sacerdote aperto al dialogo e lei scienziata atea disposta al dibattito si cimentarono in quello che definirono «un confronto laico, senza maschere, che si offre al lettore come arricchimento etico, culturale». 

Nel libro ci sono due punti in cui la scienziata ha spiegato perché ha accettato quel confronto: «Mi trovo molto d’accordo con te, Pierluigi. Ho letto il tuo libro Fuori dal tempio e condivido la tua visione sui fondamenti della vita, è un libro che avrei potuto scrivere io. Ho conosciuto molti preti come te, io li chiamo “preti di sinistra”, don Mazzi, don Balducci – Padre Ernesto Balducci che conosceva grazie a Mario Gozzini padre della legge Gozzini sul carcere e compagno di scuola del marito di Margherita Hack -, che mi chiamava “la mia cara atea”. Gli elementi comuni che mi hanno spinto a questo confronto, per certi versi inedito, sono l’amore per la libertà, la giustizia, il rispetto degli altri. Non occorrono troppe parole per parlare dell’etica della vita, per trovarsi d’accordo su concetti che ritengo universali. Promuovere e comunicare questi concetti è promuovere e parlare di progresso civile. Ben vengano i confronti, le occasioni per divulgare i preziosi semi di una vita giusta, onesta, per parlare di sacralità dell’esistenza. E chi se non un prete illuminato poteva offrirmi questa occasione, che ho colto al volo? «Non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te» e «ama il prossimo tuo come te stesso». Queste due regole sono la guida etica che mi accompagna da tutta una vita. E confrontarmi con una persona come te, Pierluigi, mi conforta, mi arricchisce, mi rafforza. È un privilegio e un’occasione unica». 

In un'altra pagina rispondeva alla domanda In che cosa credo: «Credo nella solidarietà tra gli esseri viventi, e tra gli esseri viventi considero non solo gli uomini ma anche gli animali. Credo nella capacità del nostro cervello di capire il mondo che ci circonda, le leggi che lo regolano. Comprensione e rispetto sono le basi del mio “credo”. La comprensione ha come punto di partenza imprescindibile la conoscenza delle regole del mondo in senso scientifico ed etico. (…) Rispetto al concetto di religione, io mi definisco atea e laica. Atea perché, appunto, non credo in Dio; laica perché non sono fondamentalista, non voglio imporre le mie credenze a nessuno, ognuno ha il diritto di avere le proprie idee, che devono essere rispettate, ma mai imposte. Il mio ateismo, il non credere in un Essere Superiore, in un Dio, nasce con me, fin da bambina. Ha origine nella mia famiglia. Da piccola ho assimilato quello che si diceva e si viveva in famiglia. Certo, credevo a quello che mi ripetevano i miei, e nel tempo ho consolidato quelle basi e quei concetti che, crescendo, vivendo, studiando, sperimentando la vita, sono diventati convinzioni e fondamenta del mio vivere». 

Coerentemente per l’intera vita Margherita Hack si è battuta per la libertà di ricerca, per il testamento biologico, chiedendo una legge sul fine vita che desse a ciascuno la possibilità di decidere secondo le proprie convinzioni, fossero uguali, diverse o anche opposte alle sue. Dopo la morte di Margherita Hack il suo fiduciario testamentale Alessandro Giacomini scrisse: «Il suo testamento biologico è una prova delle scelte consapevoli che fece e ancora oggi conservo con cura le sue disposizioni. Le conservo con amore. La sua tomba si trova nel cimitero Sant’Anna di Trieste. Spesso, scherzando, le dicevo che sulla sua tomba scriverò il suo epitaffio: “Qui giace Margherita Hack… peccato!”. Lei rideva di gusto e mi rispondeva cosi: “Il mio corpo tornerà a brillare chissà dove, proprio perché siamo fatti della stessa materia delle stelle e oltre la metà, proviene da quelle esterne alla nostra galassia». 

Un modo come un altro di dire che l'avremmo potuta pensare guardando il cielo di cui per una vita ha indagato scientificamente il mistero: cielo stellato kantiano o cielo cristiano che sia, è stato un bel dialogo e un confronto arricchente. Anche se poi, diceva sempre lei: «Se ne esce restando ciascuno con la propria idea». Almeno avremo imparato ad ascoltarci e a dialogare. 

Elisa Chiari 


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