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Gianfranco Ravasi "L'angelo annunzia la risurrezione di Gesù"

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Il Sole 24 Ore 
31 marzo 2024 

Mi sembra di sentire ancora la voce possente di padre David Maria Turoldo quando mi aveva letto in friulano, la lingua comune a lui e a quel poeta «scandaloso», i versi de Li ciampanis dal Gloria. Li ho ricercati per questa Pasqua nella raccolta La nuova gioventù di Pier Paolo Pasolini, in un’edizione Einaudi che reca la data dell’anno della sua tragica morte, il 1975. Li traduco, pur nella consapevolezza di renderli pallidi e, senza gli “a capo”, smorti.

«Suona il Gloria. A mia madre batte il cuore, come a una bambina, e fuori il sole scalda come cinquant’anni fa, quando c’era solo Casarsa in tutto il mondo. / Corre a bagnarsi gli occhi, povera bambina contenta, bambina con un figlio morto, e stringe l’ulivo benedetto, ridendo un poco vergognosa, mentre il Gloria al vento è la sola voce del mondo…». 

Il canto del Gloria in excelsis, cancellato dalla liturgia durante la quaresima, e le campane mute del Venerdì santo esplodono nella loro sonorità pasquale, riversandosi sui tetti e lungo le strade del villaggio natio di Pasolini. Noi, però, riavvolgiamo il filo dei ricordi in una lunga sequenza che ci riporta idealmente alla Pasqua del 57 d.C. Siamo a Efeso, splendida città dell’Asia minore, e l’apostolo Paolo ha tra le mani una comunicazione proveniente da Corinto, florido centro commerciale dotato di ben due porti, con seicentomila abitanti. 

Una manager, divenuta cristiana, di nome Cloe, che ha una filiale della sua azienda anche a Efeso, gli delinea la situazione allarmante della comunità corinzia lacerata in fazioni e in uno stato di crisi etica e spirituale. Paolo decide di dettare subito una lunga missiva, firmata poi di suo pugno (16,21: «Il saluto è autografo, mio, di Paolo»): è la Prima Lettera ai Corinzi. E nell’ultimo foglio egli incastona una breve citazione che contiene, però, il cuore del messaggio cristiano. 

È il Credo che l’Apostolo stesso, una quindicina d’anni prima, uscito travolto dall’esperienza sulla via di Damasco, aveva imparato e che ora ribadiva come stella polare per la fede di quella Chiesa turbolenta: «Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture e fu sepolto. È risorto il terzo giorno secondo le Scritture e apparve» anche a lui oltre che ad altri testimoni (15,3-5). A questo punto, sempre riavvolgendo il filo della memoria, giungiamo a un’altra Pasqua, la prima cristiana. 

Siamo in un’alba primaverile forse del 30 d.C. Un gruppo di donne discepole si affrettano al sepolcro di Gesù per completare i riti dell’inumazione, interrotti il venerdì sera a causa del riposo sabbatico. La loro scoperta è sconcertante: la tomba è vuota e conserva le tracce di un morto non più presente. È sorprendente che i Vangeli assegnino a donne e non ai discepoli quella scoperta. Siamo davanti a un dato storico genuino: mai si sarebbe inventata una simile attestazione, perché nell’antico diritto semitico la testimonianza femminile era invalida essendo esse inabilitate a tale funzione. 

Subito dopo, a loro è riservata un’angelofania, ossia un’esperienza del divino che irrompe nella storia attraverso un messaggero, l’angelo appunto, le cui parole sono quelle affermate poi dal Credo cristiano: «È risorto!». Siamo ora in presenza di un’interpretazione-spiegazione teologica del segno della tomba vuota. Storia e fede s’intrecciano costantemente nei Vangeli e in maniera significativa anche nell’evento pasquale. Da un lato, la testimonianza storica delle donne, un dato insussistente se fosse stato elaborato fittiziamente per ragioni apologetiche, confermato dalla successiva verifica del telo sindonico e del sudario là abbandonati. D’altro lato, ecco, l’annuncio teologico di un atto trascendente che il Nuovo Testamento esprimerà con almeno due linguaggi interpretativi, «risurrezione» ed «esaltazione-glorificazione» che meriterebbero una lunga analisi e che attestano la complessità della stessa teologia delle origini cristiane. 

Nella mente di molti nostri lettori, l’evento ora descritto è incastonato nella mente forse con una diversa “sceneggiatura”: il Cristo, sfolgorante di luce, si libra sul sepolcro, dopo averne scardinato la pietra tombale. Chi non ricorda la possente fisicità del Cristo risorto che Piero della Francesca ha dipinto nel 1460 nella sala dell’antico palazzo comunale della sua città, Borgo Sansepolcro? Ebbene, questa scena è apocrifa e assente nei Vangeli canonici. Essi sono attenti a segnalare solo due dati, l’assenza di Gesù morto nel sepolcro e la sua presenza vivente ma inedita negli incontri (apparizioni) successivi. 

La ricerca imponente millenaria della teologia si è, perciò, mossa sempre sul crinale tra queste due componenti che incrociano appunto storia e fede. Storiografia e messaggio di fede devono confrontarsi, custodendo ciascuno il proprio statuto e la frontiera reciproca, come suggeriva già il filosofo Schelling. Ed è ciò che è stato fatto – non sempre in modo metodologicamente corretto – con grande impegno intellettuale nei secoli posteriori a quell’alba del 30 d.C. 

Abbiamo iniziato con la voce friulana di Pasolini e l’abbiamo fatta risuonare attraverso un altro poeta della stessa terra, Turoldo. Lasciamo a lui l’ultima parola con una sua lirica: paradossalmente egli ci ammonisce che è più arduo credere in un Dio crocifisso che si spegne come ogni creatura, avvolto persino dal silenzio-assenza del Padre divino, rispetto al Cristo-Dio glorioso pasquale. Ecco i suoi versi dai Canti ultimi (1991): «No, credere a Pasqua non è / giusta fede: / troppo bello sei a Pasqua! / Fede vera / è al venerdì santo / quando Tu non c’eri lassù! Quando non una eco / risponde al suo alto grido / e a stento il Nulla / dà forma alla Tua assenza».


 

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