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Riscattarsi da ogni avvilimento ma senza passare sopra gli altri

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Avvenire

14 gennaio 2024


Nella nostra memoria, ancora risuona l’associazione dell’onore con la violazione sessuale della donna, che ne porta lo stigma persino quando ne è vittima (“disonorata” non come participio passato che rinvia la censura all’aggressore ma come aggettivo che getta una macchia indelebile sulla vittima!).

E non ne siamo ancora fuori, a quanto pare. Questa memoria della perversione dell’onore, non del tutto estinta, continua ad avere riscontro in molte retoriche e in molte pratiche. Non riguarda solo le donne (Anche se la violenza sulle donne continua a rappresentare un punto di attrazione – reale e simbolico – che salda, paradossalmente, l’umiliazione e la riparazione sotto il “delitto d’onore”). Le ferite dell’onore hanno un raggio assai ampio di pertinenza: nella sfera dei rapporti individuali e familiari, come nei rapporti fra i popoli e le nazioni. L’onore, insomma, porta con sé l’ombra oscura – ma per alcuni luminosa – di una questione di vita e di morte. Questa ombra appare nella storia di tutte le civiltà e culture, intercettando inevitabilmente la dimensione del sacro. Le guerre di religione sono guerre d’onore. L’oltraggio iscritto nella profanazione dell’inviolabile, la lesa maestà dell’offesa irreparabile del dio, si identificano automaticamente con il peccato mortale, nel senso più letterale del termine. (La sua sanzione – ancora oggi! – giustifica automaticamente la pena capitale). Infine, il delitto d’onore del Faraone è sempre giustificato: a priori e a prescindere.

Nella nostra società mediatica, l’onore è attribuito e tolto ancora più facilmente: con poco, e anche per futili motivi. La complicità mimetica ed esplosiva dell’anonimato degli impuniti (i “leoni da tastiera”) ne moltiplica gli effetti devastanti: affina le tecniche, modifica i mercati, genera mostri (come se non ce ne fossero già abbastanza). E comportamenti disonorevoli, che incitano alla perse-cuzione e all’odio degli indifesi, si conquistano facile seguito: producono assuefazione, e persino ammirazione con un semplice clic. La novità contemporanea – non l’abbiamo neppure vista arrivare, ma ormai è qui – sta proprio nella straordinaria abilità con la quale la retorica postmoderna mescola l’ideologia del rispetto universale e il dogmatismo dell’opinione persecutoria. Il prestigio e l’impunità si avvicinano molto: fino a scambiarsi i ruoli. Nello stesso tempo, nessuno è al riparo dalla gogna del disonore: la circolazione del disprezzo produce le sue conseguenze molto al di là dell’accertamento di merito. Insomma, per quanto possa essere imbarazzante – e persino doloroso – ammetterlo, “onore”, “dignità” e “ rispetto”, sono diventati radicali molto liberi, per così dire: attendono di saldarsi con il riconoscimento, prendono distanza dalla giustizia. Lo spostamento era stato puntualmente previsto (Hegel). Nella tarda modernità, la lotta per la giustizia ha incominciato a mostrare una forte tendenza a essere sostituita dalla lotta per il riconoscimento (Nietzsche). Il diritto al riconoscimento è certo anche il tema di una nobile battaglia civile: ma, associato all’abbandono della ricerca di una giustizia condivisa, esalta la competizione per l’affermazione di sé e rende insensibili all’avvilimento dell’altro. Nella nostra attuale fase culturale, anche i grandi temi dell’emancipazione moderna e progressista, tradizionalmente legati al riscatto sociale dell’avvilimento umano, hanno subìto una grande erosione. La ricerca della giustizia di una convivenza solidale ha incominciato a spostarsi verso il riconoscimento legale del desiderio autoreferenziale. Il diritto all’affermazione di sé, che non si cura minimamente della giustizia per l’altro, si lascia facilmente declinare nella retorica della giustificazione di condotte possessive e aggressive, prevaricanti e predatorie. E così è successo. Il crescente anonimato burocratico delle regole di convivenza civile consente una larga diffusione di forme perfettamente legali di legittimazione della prepotenza dei forti e della umiliazione dei deboli. (Nella mia personale scala gerarchica dell’insopportabile non c’è la rapina in banca per ottenere denaro facile: c’è l’umiliazione del cameriere, solo perché è un cameriere. Un paradosso, lo so: ma la madre di tutti gli avvilimenti, dal conflitto domestico alla guerra religiosa, nasce così).

Vi faccio qualche esempio semplice e un po’ rozzo (ma non insignificante, per me, dell’insidia strisciante dell’avvilimento). Siamo orgogliosi del nostro progresso nelle scienze della cura. Bene. E come mai è cresciuta la vergogna sociale di essere “molto” malati, che ci costringe a nasconderlo (perché forse “ce la siamo cercata”, con uno stile di vita sbagliato)? Dobbiamo dissimulare il disagio, per non essere tagliati fuori dal consorzio dei più sani e più belli (oppure a esibire con spavaldo stoicismo la nostra assicurazione che stiamo lietamente togliendo il disturbo). Lo stigma di una maledizione divina non era una cosa arcaica? La sua versione secolarizzata è forse meno umiliante? Un altro esempio. Siamo fieri del nostro progresso nella minuziosa organizzazione della sfera pubblica. Bene. E come mai ci accade di essere commossi fino alle lacrime per un raro funzionario che si intenerisce delle nostre inutili peregrinazioni agli sportelli, senza mostrare disprezzo per la nostra inettitudine a comprendere istruzioni deliranti e modulistiche kafkiane? Un ultimo esempio, di casa nostra. La nostra coscienza ecclesiale è piacevolmente evoluta: l’uguale dignità battesimale, la partecipazione comunitaria, e ora lo stile sinodale. Molto bene. Ma è proprio necessario incalzare la moltitudine di coloro che già considerano un miracolo trovare nella fede un sostegno per la vita e per l’amore, che sentono a rischio ogni giorno, ossessionandoli per una fede mai abbastanza matura e per un amore mai abbastanza eroico? L'onore viene, in primo luogo, dal contrasto dell’avvilimento: dovunque si nasconda. Se manca questo, è sicuramente sospetto. Nella nostra costellazione sociale è sempre più facile che un riconoscimento privo di ogni giustizia offra legittimazione ad ambizioni che non lo meritano. L’onore va riservato a quelle doti relazionali che rendono abitabile ai più indifesi l’umanità che ci è comune. L’evento fondatore della fede cristiana va a stanare l’equivoco – spesso intenzionalmente aggravato – dell’onore di Dio mal riposto, collocando la giustizia del voler-bene di Dio proprio nei luoghi in cui l’avvilimento estremo dell’umano è ignorato, conculcato, disprezzato persino. La povertà insanabile, la malattia incurabile, la marginalità sociale, l’estraneità religiosa, sono sospinte (anche oggi!) verso la soglia della colpa, di cui vergognarsi. Capite allora che cosa significa “opzione preferenziale” per i poveri, gli abbandonati, gli invisibili della comunità? Non è un programma sociale di redistribuzione della ricchezza (obiettivo per altro più che apprezzabile, intendiamoci). Piuttosto, è l’annuncio – impensabile – di una redenzione dell’umano, che – in nome di Dio – ne combatte l’avvilimento: ossia il marchio di una vita senza dignità e senza speranza. La giustizia dell’amore di Dio, predicata e praticata da Gesù, non si limita ai segni forti della liberazione dal male. Cancella l’avvilimento, che annienta il soggetto. L’avvilimento, che toglie dignità all’umano, è un buco nero. La mortificazione che esso aggiunge alla privazione e all’abbandono è il delitto più grave dell’uomo sull’uomo. La disposizione a godere dell’avvilimento dell’altro è l’ombra oscura dell’intera condizione umana: capace di trascinare l’intera storia verso l’abisso. Il cristianesimo non potrebbe ritrovare l’ironia fulminante di Gesù nei confronti dei lapidatori ipocriti della donna adultera? E testimoniare la passione con la quale il Cristo crocifisso onora il gesto del ladrone che ha compassione del suo avvilimento? L’onore della comunità umana non si decide forse nei luoghi dell’umano avvilimento? L’onore di Dio, Gesù lo decise proprio lì.


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