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Simona Segoloni "È un mondo a misura di maschio. Cambiamolo per non dare alibi"

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giovedì 23 novembre 2023

L’unica risposta adeguata alla tragedia dell’uccisione di Giulia è il silenzio, ma, poiché lei è la centotreesima di quest’anno e, purtroppo, è facile prevedere che non sarà l’ultima, diventa necessario lo sforzo di capire perché tutto questo succeda.

Proviamo allora a esaminare la realtà, chiedendoci se la condizione in cui vivono esseri umani maschi e esseri umani femmine sia la stessa. Proviamo a vedere i dati. Le donne hanno minore possibilità di lavorare e salari più bassi, vengono discriminate se fanno un figlio (quante volte è capitato ad un padre?) e sopportano la maggior parte dei carichi familiari. La loro immagine mediatica è assolutamente meno rispettosa dei corpi, della dignità e delle competenze rispetto a quanto accada ai maschi. Gli abusi sessuali e verbali sono subiti per la stragrande maggioranza da donne, che sono anche oggetto (in quantità enormemente superiore rispetto ai maschi) di umiliazioni. Sappiamo inoltre che i poveri della terra e le persone ridotte in schiavitù non sono nella stessa percentuale maschi e femmine. Infine, le violenze e le uccisioni di donne da parte di uomini sono molti di più che viceversa. E sono soltanto pochi esempi.

Il problema della tragica morte di Giulia (e delle altre) è in questi dati: siamo ancora in un mondo in cui regole sociali e culturali svantaggiano le donne e insegnano che sono a disposizione dei maschi. Per questo i maschi (loro malgrado) si trovano non solo avvantaggiati, ma osservano la realtà da una prospettiva che può far loro pensare (molti lo fanno) che se il mondo funziona così vuol dire che è giusto. Infatti, se tutto questo non fosse giusto (il ragionamento sarebbe logico) perché potremmo permetterci certe battute e certa televisione senza conseguenze? Perché mai ci sarebbe una così diffusa e impunita prassi di abusi sessuali? E allora, se l’esperienza (e le regole non dette) ci dice che possiamo fare quello che vogliamo delle donne, se io ne voglio una e lei resiste, cosa devo fare? Prima provo la manipolazione, poi il controllo, poi la violenza e, se proprio è testarda, la uccido. Le cose che non funzionano si buttano. D’altra parte, il contesto non mi ha mai insegnato a prendere sul serio che sia una persona come me: se fosse così, le regole sociali sarebbero diverse. Se le donne fossero davvero persone come gli altri, le regole sarebbero diverse. Questo meccanismo è molto subdolo, molti non lo vedono.

Accade come per il brano di Genesi dedicato alla creazione del maschio e della femmina, che spesso leggiamo come un inno di amore e comunione (osso delle mie ossa, carne della mia carne) e non ci accorgiamo che l’autore ha nascosto in esso una minaccia, perché vuole descrivere il mondo com’è e questo non conosce paradiso alcuno (rimando a André Wenin, Da Adamo ad Abramo, EDB). Dio addormenta l’essere umano ancora androgino e lo spacca a metà: con un lato fa la donna, con l’altro il maschio. Quando questo si sveglia però, senza farsi una sola domanda, le dà un nome (come l’androgino aveva fatto con gli animali), le dice che viene da lui (e non è vero: entrambi vengono dall’umano androgino) e, soprattutto, afferma che lei è per lui (chi l’ha deciso?) senza dire che lui è per lei fra l’altro. Il maschio avrebbe dovuto chiedere e poi aspettare una risposta. Avrebbe dovuto parlare di sé e dare all’altra la parola su se stessa. Soprattutto mai avrebbe dovuto affermare che lei era per lui, perché nessuno può essere posseduto. L’autore di Genesi ci racconta il mondo com’è, il mondo dove i maschi sono abituati a pensare che le donne siano per loro. Questo può degenerare fino a far pensare che possono essere trattate ingiustamente o come oggetti e può degenerare drammaticamente fino a far pensare che le donne possano essere distrutte se non si adeguano. L’autore di Genesi descrive il mondo com’è: ingiusto.

La morte di Giulia e delle altre ci dice lo stesso. Io credo che molti e molte non vogliano più tutto questo. Sicuramente non lo vogliono quelli e quelle che hanno sposato la visione del mondo di Gesù di Nazaret, quelli che sanno che lui è venuto perché tutte e tutti abbiano la vita in abbondanza. Immaginare qualcosa d’altro, cambiare le regole del gioco, è dunque una nostra precisa responsabilità, di tutti e tutte insieme. Per le nostre figlie, per quelle che non devono più morire. Nessuna. Nemmeno una di più.


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