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Superare la divisione tra chierici e laici

30 agosto 2023

Il tempo consuma molte cose, ma prima di tutto consuma le parole. In certi passaggi epocali, poi, questo consumo diventa velocissimo e vorace. Laici è una di queste parole velocemente consumate e divorate, fuori e dentro la Chiesa, ma non ce ne siamo ancora accorti.

Parlare della Chiesa suddividendola, distinguendola, ordinandola tra laici e chierici (ministri ordinati) non aiuta a capire cosa sia oggi la Chiesa né la sua dinamica spirituale. La distinzione laici/non-laici, rafforzata e radicalizzata dalla Controriforma e non superata dal Concilio Vaticano II, ha la sua origine nei primi tempi del Cristianesimo ma è eredità del mondo ebraico e di quello romano e della loro idea di ‘sacerdozio’, che i Vangeli avevano abbandonato - non risulta ci fossero sacerdoti tra i primi discepoli, e se c’erano il non menzionarli in quanto sacerdoti sarebbe ancora più rivelativo.

L’interessante Instrumentum Laboris del Sinodo ricorre poco alla parola laici (solo otto volte) e molto a quella di ‘battezzati’, ma alla sua radice ritroviamo ancora l’ecclesiologia laici/chierici. Lo vediamo da alcuni suoi passaggi-chiave: «È possibile che, in particolare in luoghi in cui il numero di Ministri ordinati è molto scarso, i Laici possano assumere il ruolo di responsabili della comunità?» (B2.4). Una domanda, questa, che oltre a mostrare una natura subalterna dei non-chierici (intesi come ‘supplenti’), rivela soprattutto l’antica teologia incentrata sul culto, sui sacramenti e i suoi ministri, categoria distante dalla novità del Cristianesimo che ha trasformato il tempio nel mondo intero - stupenda, a questo riguardo, la conclusione del libro de L’apocalisse: nella nuova Gerusalemme ‘non vide in essa alcun tempio … In mezzo alla piazza della città, e da una parte e dall'altra del fiume, si trova un albero di vita’ (Ap 2122;22.2).

La griglia teologica laici/chierici impedisce poi di affrontare veramente anche l’enorme e urgentissimo tema della donna nella chiesa cattolica. Anche se inserissimo le donne tra i sacerdoti (o diaconi), se prima non si ripensa profondamente la laicità di tutta della chiesa e del sacerdozio, l’eventuale sacerdozio o diaconato delle donne non farebbe altro che aumentare il clericalismo di tutti. È urgente de-clericalizzare i maschi e la chiesa cattolica nel suo insieme, non clericalizzare anche le donne. Altrimenti avverrebbe qualcosa di simile all’operazione fatta in questi anni nelle grandi imprese: si sono finalmente inserite donne nei CDA senza però discutere profondamente la cultura del governo e del lavoro nelle imprese tutte disegnate sul registro maschile. E così l’arrivo di donne ha lasciato nella sostanza intatta (o quasi) la cultura aziendale. Il sacerdozio va rifondato sulla antropologia evangelica, che significa ribadire l’uguaglianza radicale di tutti i cristiani e l’uguale dignità e reciprocità di tutti i carismi (1 Cor, 12). Solo ad un secondo livello, pastorale e non ontologico, i ministri potranno ritrovare il loro giusto posto.

Con le parole noi chiamiamo le cose, il mondo, gli angeli, e questi ci rispondono. Il giorno in cui ci accorgiamo che non rispondono più, occorre cambiare subito le parole ormai mute di ieri, altrimenti a risponderci saranno solo i dèmoni.


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