Jean Louis Ska “Gesù Salvatore”

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Il biblista Jean Louis Ska esamina nei Vangeli perché Gesù è chiamato “Salvatore”. È la sua persona nella prassi concreta che permette di avere vita in pienezza, “vita eterna”.
Con il tempo la vita concreta di Gesù ha sempre meno importanza: il Credo è focalizzato sulla natura divina di lui, Salvatore onnipotente, un Dio che “scende dal cielo”.

Introduzione: le due vie della Salvezza
"In nessun altro [se non in Gesù Cristo, il Nazareno] è la Salvezza; perché non vi è sotto il cielo nessun altro nome che sia stato dato agli uomini, per mezzo del quale noi dobbiamo essere salvati” (Atti 4,12). Così si esprime Pietro davanti al Sinedrio, vale a dire davanti alle autorità religiose e civili più importanti del popolo d’Israele. Il discorso appartiene all’opera lucana che risale, secondo molti specialisti, all’80 d.C. circa, vale a dire una cinquantina di anni dopo gli eventi narrati nei Vangeli. L’affermazione di Pietro si ritrova sotto altre forme nel Nuovo Testamento. Come sappiamo, però, ogni affermazione suppone un’altra asserzione contraria. Se per Pietro e i discepoli, vi è Salvezza solo in Gesù di Nazaret, altri gruppi hanno un’opinione opposta che troviamo negli stessi Atti degli Apostoli, in 15,1: “Alcuni, venuti dalla Giudea, insegnavano ai fratelli, dicendo: «Se voi non siete circoncisi secondo il rito di Mosè, non potete essere salvati»”. La Salvezza, per questo gruppo, viene dalla circoncisione, vale a dire il segno di appartenenza al popolo d’Israele. In altre parole, l’osservanza della legge di Mosè è necessaria alla Salvezza: “Ma alcuni della setta dei farisei, che erano diventati credenti, si alzarono dicendo: «Bisogna circonciderli, e comandar loro di osservare la legge di Mosè»” (Atti 15,5). La fede in Gesù, riconosciuto come Cristo, vale a dire Messia, non è sufficiente. La circoncisione e l’osservanza della legge di Mosè sono altrettanto necessarie. Ecco il problema che, secondo queste testimonianze, si è posto alla prima generazione cristiana. Sappiamo quale fu la decisione: la circoncisione e l’osservanza dei dettagli della legge di Mosè non furono dichiarati condizioni essenziali per diventare discepoli di Gesù Cristo. Vi è tuttavia una domanda preliminare da porre: perché i discepoli di
Gesù di Nazaret affermano che solo in lui si trova la Salvezza? E di quale Salvezza si tratta? Proviamo a rispondere a queste domande prima di tornare al problema iniziale.

I diversi tipi di Salvezza secondo i Vangeli

La prima domanda riguarda il termine “Salvezza” che usiamo spesso in modo indiscriminato. In genere, nella mentalità popolare dei cristiani, la Salvezza è sinonimo di vita eterna. Lasciando da parte la dottrina del peccato originale, possiamo trovare una conferma di questa opinione nel Nuovo Testamento, ad esempio, nella conversazione di Gesù di Nazaret con Nicodemo in Gv 3,16 ove leggiamo: “Perché Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna”. La vita eterna, ovviamente, è la vita che segue la morte, nell’aldilà.
In secondo luogo, i Vangeli parlano di Salvezza nel nostro mondo, e in un modo molto concreto. “Salvezza”, in effetti, è spesso sinonimo di “guarigione” nei racconti evangelici. Quando Gesù di Nazaret guarisce l’emorroissa, le dice: “La tua fede ti ha salvata”, vale a dire “La tua fede ti ha guarita” (Mt 9,22 e paralleli). La fede, in questo caso, è la fiducia nella capacità di Gesù di Nazaret di sanare, ossia il suo potere taumaturgico. In molti racconti evangelici, in effetti, “salvare” significa concretamente “guarire”, “curare”, e i termini possono essere intercambiati nelle traduzioni (Mc 3,4; 5,23.28.34; 6,56; 10,52; 15,31 e paralleli in Matteo e Luca; cf. Atti 3,16; 4,9.12; 14,9).
In terzo luogo, il verbo “salvare”, acquista in alcuni contesti una connotazione più ampia ancora, vale a dire, “ridare dignità umana”, “permettere di ricuperare una posizione sociale accettabile e rispettata”. È il caso, ad esempio, della peccatrice di Luca 7,36-50 (cf. 7,50: “La tua fede ti ha salvata”). La peccatrice non è “curata” da alcuna malattia, è perdonata, e quindi può essere reintegrata nella società che l’aveva esclusa. Nella spiegazione della parabola del seminatore, Gesù di Nazaret dice che il grano caduto sul sentiero è da accomunare alla parola tolta dal cuore delle persone a opera del diavolo affinché tali persone non credano e non siano “salvate” (Lc 8,12). Si tratta di individui o gruppi che ascoltano la parola del Vangelo senza reagire, che rimangono perfettamente indifferenti e, quindi, non portano frutti. Sono vite “sterili”, personalità letteralmente “incolte”, “infertili”, vuote e inutili.
“Salvezza”, perciò, significa non solo scampare a pericoli o a malattie, significa anche più positivamente condurre una vita generosa, che porti frutti e renda servizio alla comunità e alla società.
In Lc 8,36, la Salvezza dell’indemoniato guarito da Gesù può avere questi due significati correlati. Da una parte, l’uso del verbo “salvare” denota certamente una guarigione perché l’uomo è liberato dal male che lo affliggeva. D’altronde, una volta sanato, può condurre una vita normale in mezzo alla società: è sano di mente, vestito, ai piedi di Gesù che lo manda a proclamare la buona notizia della sua guarigione (Lc 8,35.39). L’uomo che viveva solo, in mezzo alle tombe, può essere reintegrato nella società e anche comunicare “una buona notizia” ai suoi simili.
Nel caso di Zaccheo (Lc 19,1-10), la Salvezza che “giunge” nella sua casa è spesso interpretata come frutto della sua conversione. Non è del tutto sicuro, però, che Zaccheo si sia “convertito” perché parla al presente quando spiega il suo comportamento: “Ecco, Signore, io do la metà dei miei beni ai poveri; se ho frodato qualcuno di qualcosa gli rendo il quadruplo” (Lc 19,8).
Quello che cambia è piuttosto lo statuto di Zaccheo, giudicato “peccatore” dalla gente (Lc 19,7) e giustificato da Gesù che scende nella sua casa. Il gesto di Gesù di Nazaret rende dignità e rispettabilità a un uomo che, nonostante il suo mestiere, si comporta in modo onesto.
In conclusione, Gesù di Nazaret è chiamato “Salvatore” per diverse ragioni: è capace di rendere la salute agli ammalati e, quindi, di renderli capaci di espletare un ruolo attivo nella società; salva anche quando permette a persone, escluse o condannate da quello che potremmo chiamare “l’opinione pubblica”, di essere riabilitate, di ritrovare dignità e onorabilità; infine, Gesù di Nazaret salva, in particolare nel Vangelo di Giovanni, quando dà la possibilità di sfuggire all’ultimo giudizio e di conseguire la “vita eterna”.
Ultimo dettaglio che potrebbe avere anche una certa importanza. La Salvezza, nei Vangeli, è più un’attività che un titolo. In effetti, Gesù di Nazaret è spesso soggetto del verbo “salvare”, però è chiamato solo due volte “Salvatore” nei vangeli (Lc 2,11, nel messaggio dell’angelo ai pastori di Betlemme; Gv 4,42, nella confessione di fede dei Samaritani). Nel resto del Nuovo Testamento, il titolo gli è conferito solo altre due volte (Ef 5,23; 1Tm 4,10).

Gesù Salvatore e i suoi altri titoli

Il titolo di “Salvatore” dato a Gesù di Nazaret non è il suo unico titolo nel Nuovo Testamento. Tuttavia, è l’appellativo che riassume la sua principale missione nei confronti dell’umanità. In effetti, gli altri titoli, quali Messia (figlio di Davide), Figlio dell’uomo o Figlio di Dio, sono spesso messi in relazione con la sua funzione salvatrice. Ad esempio, i passanti che vedono Gesù di Nazaret crocefisso lo insultano dicendo: “Salva te stesso, se tu sei Figlio di Dio, e scendi giù dalla croce!” (Mt 27,40). Il Figlio di Dio deve essere capace di “salvare”, e quindi anche se stesso.
In taluni racconti, alcune persone interpellano Gesù di Nazaret, gli chiedono di intervenire in loro favore, e lo chiamano con il titolo di “Figlio di Davide”: “Figlio di Davide, abbi pietà di me/di noi!” (Mt 9,27; 15,22; 20,30-31; Mc 10,47.48; Lc 18,38.39; cf. Mt 12,22-23). Anche se non si usa il titolo “Messia”, è abbastanza chiaro che “Figlio di Davide” faccia accenno alla messianità di Gesù di Nazaret, figlio di Davide (cf. Mt 1,1; Lc 1,32).
Infine, il titolo “Figlio dell’uomo” è forse una eccezione perché appare soprattutto in contesti ove si sottolinea la natura propria di Gesù di Nazaret, la sua umanità, però anche la sua autorità, e la sua relazione con Dio, suo Padre. Il titolo è spesso utilizzato negli annunci della passione e durante il racconto della passione. L’elemento di “autorità” appare chiaramente, ad esempio, in Mc 2,28, ove Gesù asserisce: “il Figlio dell’uomo è signore anche del sabato”. È addirittura l’unico titolo che lo stesso Gesù di Nazaret rivendica davanti al Sinedrio e che provocherà la sua condanna a morte: “anzi io vi dico: d’ora innanzi vedrete il Figlio dell’uomo seduto alla destra della Potenza e venire sulle nubi del cielo»” (Mt 26,64). In ogni modo, vi è almeno un testo ove Gesù stesso, usando il titolo di Figlio dell’uomo, parla della sua missione salvifica: “Il Figlio dell’uomo, infatti, è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto” (Lc 19,10). Così si conclude l’episodio dell’incontro con Zaccheo (Lc 19,1-10). La stessa frase appare nella tradizione occidentale (Codex Bezae e alcuni altri) in Mt 18,11. Tale idea è inoltre presente in un’affermazione conosciuta: “Il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua propria vita in riscatto per molti” (Mt 20,28; Mc 10,45). La missione del Figlio dell’uomo è, quindi, di “servire” e di “salvare”.

Fede o circoncisione?

Orbene, l’affermazione che la Salvezza venga dalla sola fede in Gesù di Nazaret sarà contestata non solo dai suoi avversari, bensì all’interno della comunità cristiana, da un gruppo di farisei convertitisi al cristianesimo, come abbiamo visto nell’introduzione. Per il suddetto gruppo, la Salvezza include la necessità di osservare la legge di Mosè, vale a dire che i cristiani, per essere salvati, devono anche essere membri del popolo d’Israele e fedeli osservanti della legge di Mosè. Non basta, quindi, la fede in Gesù Cristo e l’adesione alla comunità dei credenti nel Vangelo. Sappiamo che, secondo il racconto di Atti 15, la comunità cristiana decide di non imporre l’osservanza della legge ai cristiani provenienti dal mondo non ebraico. Significa, in parole chiare, che l’osservanza della legge di Mosè non è indispensabile alla Salvezza. La ragione è che “lo spirito” di Gesù Cristo è stato dato a gruppi di Ebrei così come a gruppi di non-Ebrei, senza discriminazione. Lo stesso spirito anima i cristiani di entrambe le origini. Inoltre, aggiunge Pietro, nessuno è capace di osservare tutta la legge e, pertanto, la legge non permette a nessuno di essere salvato.
In questo caso, “Salvezza” sembra avere un significato molto ampio. Non si tratta di guarigione perché la legge di Mosè non ha questa funzione nell’Antico Testamento. Si tratta piuttosto di appartenenza al popolo di Dio, a questa parte dell’umanità che gode di privilegi particolari, anzi unici. Il popolo ebraico è il “popolo eletto”, il “popolo di Dio”, una nozione che potremmo tradurre, in un linguaggio più moderno, come un popolo di persone che vivono pienamente la vocazione umana. Per appartenere all’umanità vera, occorre appartenere al popolo eletto. Chi non appartiene al popolo eletto vive in una condizione inferiore. La circoncisione è, di conseguenza, la condizione unica per poter passare da una condizione umana inferiore a una condizione umana superiore.
Tale idea è negata dalla comunità cristiana del primo secolo e dai suoi dirigenti. Per appartenere all’umanità autentica, per raggiungere il massimo di quello che una persona possa sognare in questo mondo, basta credere in Gesù Cristo. In termini più religiosi, la relazione con l’assoluto, con Dio, è legata alla fede in Gesù Cristo. È la sua persona, il suo messaggio, la forza del suo Vangelo che permettono all’umanità di avere accesso all’assoluto e alla vita nella sua pienezza, vale a dire alla vita eterna. La “Salvezza” corrisponde allora al desiderio più profondo dell’anima umana: non essere più prigionieri dei limiti della condizione terrestre, della sua debolezza e, in fin dei conti, della condizione mortale. L’evoluzione iniziata nelle controversie della prima comunità cristiana, dopo la risurrezione, è solo una prima tappa e continuerà per molto tempo, in particolare nel periodo patristico.
Nelle discussioni teologiche di tale periodo, possiamo notare un doppio salto. Da una parte, si parla sempre di più della vita eterna piuttosto che della vita terrestre. Detto in altro modo, si tende a parlare di più dell’aldilà piuttosto che della trasformazione della vita terrestre operata dall’irruzione del Vangelo nel nostro mondo. In secondo luogo, la vita terreste di Gesù di Nazaret ha sempre meno importanza in confronto con il suo ruolo di “Figlio di Dio” e di “seconda persona della Trinità”. Nella prassi e nella devozione popolare, la sua divinità adombra spesso la sua umanità. Alcune riflessioni di san Paolo vanno già in questa direzione, ad esempio quando afferma: “Quindi, da ora in poi, noi non conosciamo più alcuno secondo la carne e, se anche abbiamo conosciuto Cristo secondo la carne, ora però non lo conosciamo più così” (2Cor 5,16).
L’evoluzione giunge a un primo culmine nel concilio di Nicea (325). Il concilio fu convocato e presieduto, non dal papa, Silvestro I, che non aveva ancora l’autorità che conosciamo oggi, bensì dall’imperatore Costantino I. Il papa, che forse non era nemmeno stato consultato, era rappresentato da legati. Costantino, dal canto suo, aveva riconosciuto la legittimità del cristianesimo nell’Editto di Milano, nel 313, e doveva, però, affrontare il problema posto da diverse correnti nello stesso cristianesimo in Oriente, in particolare l’arianesimo che insisteva molto sulla natura terreste di Gesù Cristo, non uguale a Dio Padre, perché “creato” come tutti gli esseri umani e “adottato” in seguito come Figlio. Il concilio, per volontà espressa dell’imperatore, secondo i resoconti dell’epoca, rigettò la posizione di Ario per adottare quella difesa soprattutto dalla chiesa di Alessandria, in particolare dal suo vescovo Alessandro e, poi, dal suo successore Atanasio. Il risultato è ormai conosciuto perché è entrato nel nostro Credo:
[Credo] in un solo Signore, Gesù Cristo, il Figlio di Dio, generato dal Padre, unigenito, cioè dall’essenza del Padre, Dio da Dio, luce da luce, vero Dio da vero Dio, generato, non creato, consustanziale [omousios] con il Padre; per mezzo di lui tutte le cose sono state create, sia quelle nel cielo sia quelle sulla terra; per noi gli uomini e per la nostra Salvezza discese e si è incarnato; morì ed è risuscitato il terzo giorno ed è salito nei cieli; e verrà per giudicare i vivi e i morti.
Notiamo che il Credo parla dell’incarnazione, della morte, risurrezione e ascensione, però non dice niente degli episodi della vita terrestre di Gesù di Nazaret. L’essenziale del Credo in questo capoverso è focalizzato sulla natura divina di Gesù Cristo, sulla sua preesistenza nell’eternità di Dio, e sul suo ritorno nell’eternità di Dio dopo la sua morte e risurrezione. Sembra che la vita terrestre di Gesù di Nazaret sia solo una parentesi nella condizione eterna del Figlio di Dio. Vi sono certamente motivi politici accanto ai motivi teologici per insistere su tale aspetto. Vale la pena, forse, ricordare che l’imperatore ottenne un voto maggioritario per la formula, da lui scelta, minacciando gli opponenti di esilio e addirittura di morte. Solo due vescovi votarono contro la formula adottata, in particolare contro l’uso della parola “consustanziale” [omousios]. D’altronde, riconoscere il cristianesimo significava, per l’imperatore, riconoscere una religione fondata da un uomo di origine divina e, quindi, con poteri infiniti. Aveva la sua importanza mentre le religioni tradizionali e “pagane” erano ancora molto popolari. D’altronde, il Cristo di Nicea è certamente superiore al Cristo degli Ariani e l’argomento poteva avere la sua importanza.
Tuttavia, lo stesso Costantino si avvicinò agli Ariani dopo il concilio di Nicea, permise allo stesso Ario di raggiungerlo a Costantinopoli - però quest’ultimo morì prima di essere riaccolto nel seno della Chiesa -, e convocò un secondo concilio a Tiro, nel 335, ove furono invitati solo vescovi di obbedienza ariana. Vescovi avversari di Ario furono perseguitati e depositati, ad esempio Eustasio di Antiochia e Atanasio di Alessandria. Lo stesso Costantino fu battezzato, sul punto di morte, da un vescovo ariano, Eusebio di Nicomedia, e fu ricordato nell’opera di un altro vescovo ariano o con forti simpatie ariane, Eusebio di Cesarea.
La storia è ricca di insegnamenti. Vi è stata una chiara evoluzione fra i Vangeli e il concilio di Nicea. Possiamo, ovviamente, giudicare questa evoluzione in diversi modi. È chiaro, tuttavia, che l’immagine di un Cristo Pantocrator, di un Salvatore onnipotente, di un Dio che “scende dal cielo”, non sorge immediatamente, bensì dopo un certo tempo (1). Vi è una certa differenza fra tale immagine e quella del Gesù di Nazaret che condivide pienamente la nostra condizione umana, con tutta la sua fragilità, il “Figlio dell’uomo che non ha [nemmeno] dove posare il capo” (Mt 18,20; Lc 9,58).

Jean Louis Ska

Note 

 1) Il titolo “Pantocrator”, “onnipotente”, era stato anche attribuito ad Alessandro Magno. Il titolo “sôter”, “Salvatore”, è stato attribuito a diversi re nel mondo greco, ad esempio il generale macedone che diventò primo re ellenistico dell’Egitto sotto il nome di Tolomeo Sôter (367/366 a.C. - 282 a.C.).


Esodo n° 2 aprile-giugno 2023

Indice:

Editoriale Carlo Bolpin, Vittorio Borraccetti, Gianni Manziega pag. 1

Significati di Salvezza

"Cercate il Signore, nel Suo farsi trovare" (Is 55:6) Rav Alberto Sermoneta pag. 4

Una comune speranza di Salvezza nell'unico Dio Elena Lea Bartolini pag. 10

Salvezza Cettina Militello pag. 15

"Diventare figli di Dio" Luciano Manicardi pag. 21

Salvezza e redenzione Salvatore Natoli pag. 27

"Lo si chiamerà Gesù..." Piero Stefani pag. 33

Il Salvatore nel cristianesimo

Gesù, la salvezza dei cristiani e dei non cristiani Paolo Ricca pag. 39

Gesù Salvatore Jean Louis Ska pag. 46

Fare esperienza di un impossibile Giancarlo Gaeta pag. 52

L'Evangelo del Figlio secondo le donne Lidia Maggi pag. 58

Gesù, parabola di Dio Angelo Reginato pag. 63

Dio salva per amore Romano Penna pag. 69

Tra Dio e il diavolo Fulvio Ferrario pag. 75


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