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Francesco Cosentino “Quale prete, per quale Chiesa”

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Qualche giorno fa don Gian Luca Rosati, parroco della diocesi di San Benedetto del Tronto, ha lanciato sul suo blog una breve riflessione sulla figura del prete (cf. qui), ampiamente ripresa sui social e, di recente, anche dal Quotidiano della CEI, Avvenire. Lo scritto non ha la pretesa di fornirci riflessioni approfondite di tipo teologico, ecclesiale o pastorale sulla figura del prete, eppure quest’ultime sono in qualche modo implicite ed emergono dallo stile colloquiale che don Gian Luca, non senza una sfiziosa e pungente ironia, utilizza per mettere il dito nella piaga su una questione che tutti dovrebbe interessarci: il prete.

Come ci vede la gente

Sulla figura del prete si è scritto e si è detto di tutto. A volte le riflessioni risentono di vedute fin troppo parziali o di visioni ecclesiologiche e pastorali di corto respiro ma, anche a prescindere da questo, succede che il singolo prete, sottoposto alla lente di ingrandimento del pubblico, è visto in modi così diversi tanto da rischiare una vera e propria crisi di identità.

Di questo, col sorriso sulle labbra, don Gian Luca ci parla bene: il prete è quello che compila i registri, quello che dà il permesso per fare da padrino o madrina, il «compagnone» che organizza cene e viaggi o il poliziotto che vigila sull’oratorio; ma ovviamente è anche quello che predica bene e razzola male, che deve improvvisarsi manutentore di caldaie e di tetti e che in tutto questo deve anche sorridere sempre ed essere disponibile perché altrimenti…«non lamentarti che la chiesa si vuota».

Non si deve mai cedere alla dittatura del giudizio altrui: rischiamo di farci molto del male. Tuttavia, in questo caso, don Gian Luca ha il merito di offrirci una critica importante: la prima, esplicita nel suo scritto, riguarda il legame prete-Chiesa, che è fortemente malsano quando lo intendiamo come una identificazione. E, invece, la Chiesa siamo tutti noi, tutti i battezzati. La seconda, più implicita ma a mio parere consequenziale, riguarda un problema che effettivamente esiste a prescindere da come ci guarda la gente: l’identità del prete.

Chi siamo

Si può dire che il «come ci vede la gente», per quanto esagerato o parziale e per quanto viziato da visioni di Chiesa non adeguate, è la spia di un problema che riguarda l’identità reale del prete, che oggi appare fortemente in crisi, che ha bisogno di ritrovare il centro, che subisce da tempo le incursioni di una notevole complessità – culturale ed ecclesiale – fino a essere diventata ibrida, fluttuante, caotica. In fondo, ciascuno di noi incarna «un tipo», un «modello» di prete, accentuando alcuni aspetti invece che altri, ma è come se tutta questa ricca varietà di figure presbiterali e ministeriali non avesse uno sfondo comune, una base partecipata, un fondamento condiviso.

Anche su questo tema, in realtà, oggi siamo all’inizio di una nuova stagione culturale ed ecclesiale. Vecchie forme di cristianesimo e vecchie rappresentazioni di Dio e della fede tramontano, ma questa realtà ci è data – come la storia biblica ci insegna – per la nostra purificazione, il nostro rinnovamento e la nascita di qualcosa di inedito che lo Spirito intende suggerirci e che dobbiamo essere disponibili ad accogliere. Se un mondo se ne va – affermava anni fa André Fossion – è perché ne arriva un altro e, perciò,

«non è la fine del cristianesimo. Senza minimizzare la crisi di trasmissione che coinvolge la fede, vi è anche un cristianesimo che avanza. […] Il nostro tempo, infatti, si presenta come uno’opportunità nuova per il vangelo a condizione che si possa farlo risuonare in modo nuovo alle orecchie dei nostri contemporanei»[1].

Dobbiamo allora chiederci: siamo disposti – anche in vista del Sinodo che è alle porte – a interrogarci davvero, come papa Francesco ci invita a fare senza chiusure e senza paure, su come far risuonare l’annuncio del Vangelo in modo nuovo? E chiederci riguardo a questo compito: quale forma di Chiesa ci serve? Quale rivitalizzazione dei ministeri nella Chiesa? Quale parrocchia? E – vengo al nostro tema – come rileggere, rivedere, riformulare il ministero del prete? Possiamo continuare a pensarlo come abbiamo fatto fino ad oggi?

Questione di identità

Tali interrogativi non possono essere più rimandati e non riguardano aspetti secondari o semplicemente ministeriali, bensì la stessa identità del presbitero, implicando quindi un approfondimento e una rilettura della dottrina sul sacramento dell’Ordine. Solo a mo’ di sintesi e per stimolare un’eventuale successiva riflessione più approfondita su ciascun aspetto, vorrei segnalare alcune questioni urgenti riguardanti l’identità del presbitero:

  • Sfatare il mito del perfezionismo

Esiste una distanza, meglio dire uno «scarto», tra il prete ideale che ciascun candidato all’Ordine ha immaginato e interiorizzato in seminario, e la realtà effettiva in cui poi si ritrova: le aspettative e gli ideali spesso si scontrano con situazioni diverse, che generano delusioni, affaticamenti e solitudini.

Domenico Cambareri, nel suo bel testo Contro don Matteo. Essere preti in Italia, non usa mezzi termini: occorre vigilare su quella «propaganda ecclesiastica» che disegna la figura del prete in modo angelico e «a partire dalle attese delle persone», imponendo sulle spalle del giovane prete il fardello dell’ideale della perfezione e di una vita «totalmente spesa» (una retorica a volte carica di violenza ideologica che poi schiaccia le persone) per l’attività pastorale. Analizzando la popolare figura del sacerdote televisivo, Cambareri afferma che

«Don Matteo non si innamora, non fa fatica a pregare, non litiga, non dubita, non si sfoga con un amico, non va in vacanza, non dice parolacce… Altra cosa sono le storie dei preti veri. I preti veri, se indossano la tonaca, è perché sono fans del latinorum… i preti veri hanno dubbi di fede, a volte lasciano il ministero, soffrono per il loro celibato, hanno problemi di alcol, si innamorano, litigano con Dio e col papa-vescovo-presbiterio-popolo»[2].

Chiediamoci: non è la stessa dottrina sul prete, il modo in cui essa descrive la sua missione, l’associazione un po’ troppo asfittica con la mediazione di Cristo, a generare – nel prete stesso cosi come nell’immaginario collettivo – un ideale troppo esagerato e tendente al perfezionismo? Non si dimentica in tale approfondimento dottrinale che l’importanza di questo ministero e il suo legame con Cristo sacerdote e pastore si incarna in una fragile umanità e si attiva solo nel comune cammino del Popolo di Dio? E tutto ciò che intorno alla figura del prete è stato generato da un mondo sacrale e religioso, non fa sorgere nel prete stesso – nella sua psiche e nella sua spiritualità – l’ideale di un «dover essere» perfetti e impeccabili?

La formazione del seminarista e la vita del prete dovrebbero invece rifuggire dall’ansia di prestazione religiosa, dall’intendere la missione come una serie di doveri esterni da ottemperare per raggiungere uno standard e dallo svolgere l’apostolato attraverso l’errata interpretazione del «se manco io, crolla tutto».

  • Andare oltre la tentazione del leaderismo

Di perfezionismo si può morire, come anche si può restare vittime – proprio per quegli attributi che la gente è abituata a dispensare – di un’immagine ideale e determinante del prete. A volte, tuttavia, i preti spesso rischiano di leggere sé stessi e il proprio ministero in una concezione sacrale del sacerdozio ordinato che in qualche modo li riveste di un’aurea divina e li pone su un piedistallo rispetto agli altri. Questa è la tentazione del leaderismo, che, se vogliamo, è una delle facce del clericalismo.

Mentre viviamo nella cosiddetta condizione postmoderna, che inaugurato un tempo plurale e incerto, si sente spesso il bisogno di «identità forti» [3] e, per i preti – spesso i più giovani – questa può essere una grande tentazione. Ma ciò dipende, ancora una volta, dal fatto che il prete è ancora oggi «troppo al centro». Lo è perché, l’attuale configurazione ecclesiale e parrocchiale è ancora fortemente piramidale, fondata sul prete che continua ad assumere un ruolo predominante e deve presiedere tutto, anche le questioni amministrative e burocratiche, rivedendo di conseguenza un’infinità di richieste e diventando di fatto colui che riassume in sé tutta la ministerialità della Chiesa.

Possiamo pensare ancora un ministero presbiterale così, come quello di un uomo solo al comando? Rispecchia la volontà di Gesù, la visione del Vangelo, l’ecclesiologia del Vaticano II? È adeguato alle attuali condizioni geografiche, culturali e pastorali? Non bisognerà allargare finalmente la ministerialità laicale (trattasi di una vera e propria impresa dopo anni di cristallizzazione) e imparare, anche tra preti, a pensare, progettare e lavorare insieme? Il prete che rimane ossessivamente al centro conosce le molte cose da fare, le supplenze da onorare, i ritmi di vita accelerati, fino ad essere ingolfato, tra gli impegni della pastorale e il numeroso arcipelago di Messe da celebrare (ma quando ripenseremo anche questo?) e, per di più, in contesti spesso scristianizzati o frammentati, dove sembra che vada a vuoto buona parte di questa fatica.

Tutto ciò genera quel diffuso sentimento di disagio e di stanchezza fisica e psichica che conosciamo come burn-out. Afferma Cambareri che il prete è vittima dell’ideologia che lo inquadra da decenni, anche nella Chiesa, come un leader incontrastato, in una sorta però di gioco al massacro dove l’esercizio del potere e la generosità con cui egli si spende risulta sempre impari rispetto alle richieste e alle esigenze pastorali che la gente gli rinvia: si tratta di una trappola implacabile. Egli deve essere

«povero ma non sciatto; accogliente, bonario e comprensivo; che sia immerso nel mondo ma che non faccia politica; compagno degli anziani ma che sappia stare coi giovani; non accentratore, capace di relazioni ma leader all’occorrenza; prossimo dei poveri senza lasciarsi fregare; uomo di preghiera, ma con un’infarinatura di scienze umane; capace di predicare, permanentemente formato, custode delle tradizioni; in uscita, sulla soglia, alla finestra, integrato, che si guardi dalle donne, dalle amicizie con i laici, sempre disponibile, non collerico, capace di dialogo, di perdono e – decisivo per i vescovi – saggio amministratore economico»[4].

Ma è mai possibile?

  • Curare la dimensione emotiva e affettiva

Non c’è bisogno di spendere molte parole per giustificare l’importanza della formazione umana, che comprende le emozioni e gli affetti del prete. Lo psichiatra Raffaele Iavazzo vi ha dedicato uno studio prezioso, specialmente riguardo all’insufficiente maturazione emotiva e ha affermato:

«Ai giorni d’oggi, il presbitero, o qualsiasi altro religioso, fa i conti con condizioni fisiche, politiche e culturali per cui è necessaria una buona tolleranza alla frustrazione, con una sufficiente capacità di elaborare i limiti e gli insuccessi, senza viverli ogni volta come una propria responsabilità… Quello che osservo in tante situazioni è che manca il linguaggio adeguato a esprimere le difficoltà e il corpo appare una buona scorciatoia per comunicare le cose che non vanno e di cui spesso non si ha neppure consapevolezza. Qualche volta si ha solo voglia che qualcuno si prenda cura di noi, perché siamo stanchi di soffocare per l’ennesima volta i nostri bisogni rinviati, di anteporre il servizio agli altri alle nostre esigenze personali»[5].

Il discorso va molto ben approfondito: c’è una specie di insano eroismo talvolta, mascherato da un falso zelo religioso e da quella concezione di autocentrato di cui si parlava prima, che a volte impedisce al prete di sentirsi a casa nelle proprie emozioni, di esprimerle anche quando è sconveniente, di fare i conti con frustrazioni e fallimenti come tutte le persone di questo mondo, senza truccarli con il finto pietismo; tra parentesi: pietismo pessimo quando rimarca che «questa è la volontà del Signore» o «bisogna portare la croce» e via di questo passo.

Per una formazione che sia all’altezza delle sfide emotive e affettive, specialmente oggi, abbiamo bisogno di ripensare anche i luoghi e i percorsi della formazione. Iavazzi afferma che i seminari hanno svolto una lodevole funzione per molti lustri; tuttavia, essi

«separano i candidati al sacerdozio dalla loro comunità familiare e sociale, mentre è nel contesto comunitario che si sviluppa la capacità di vivere rapporti che si esprimono comprensione e affabilità, maturità oblativa, disponibilità a voler bene e a lasciarsi volere bene… La comunità educativa migliore per un candidato al sacerdozio è quella che si configura come un contesto vitale… Sarebbe auspicabile, nella precoce esperienza pastorale dei candidati al sacerdozio, l’introduzione di prolungate permanenze presso contesti familiari di particolari significato: un tirocinio qualificato e diversificato come capita agli studenti di medicina, di diritto, delle scienze dell’educazione ecc., per sperimentarsi nelle varie forme del futuro ministero, ma senza pregiudizi, non clericale, davvero radicati nella vita della comunità aperta al mondo»[6].

Come ci vede la gente rimanda dunque al problema di fondo, quello più urgente e ancora poco affrontato: chi è davvero il prete e di quale prete ha bisogno la Chiesa del futuro.


[1] A. Fossion, Il Dio desiderabile. Proposta della fede e iniziazione cristiana, EDB, Bologna 2011, 31.

[2] Ivi, 48-50.

[3] Si vedano su questi temi le riflessioni di Z. Bauman, La società dell’incertezza, Il Mulino, Bologna 1999; Id., Modernità Liquida, Laterza, Roma-Bari 2008.

[4] D. Cambareri, Contro don Matteo. Essere preti in Italia, EDB, Bologna 2021, 57.

[5] R. Iavazzo, «Pastori nuovi, nuovi pastori», in Il Regno 2/2021, 53-59.

[6] Ivi, 62.

Fonte: SettimanaNews



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