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Giuseppe Lorizio "Il sacro e il potere"

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Sta facendo discutere l’intervista rilasciata da Hans Zollner, gesuita, docente alla Gregoriana, consulente della diocesi di Roma per la vigilanza sugli abusi, il 28 luglio al quotidiano Domani (p. 6).

In particolare, un passaggio cruciale interpella la teologia e chiede un ulteriore approfondimento: gli abusi troverebbero il loro humus in «una struttura gerarchica investita di potere sacro, che fa sì che sacerdoti, religiosi e vescovi vengano considerati esseri superiori, non grazie a competenze personali o professionali, ma semplicemente perché ricoprono un ruolo. Questo è aggravato dal fatto che questo privilegio viene ricondotto alla sfera divina, quindi a qualcosa che sta al di là di qualsiasi giustizia terrena. Noi siamo considerati un mondo a parte e questo teologicamente è molto pericoloso perché non rispetta il pilastro del cristianesimo, cioè che Gesù Cristo si è fatto uomo accettando di sottoporsi alla giustizia terrena».

«Dottrina cattolica»

Facile a questo punto, come suol dirsi, «affondare il dito nella piaga» e se ne occupa l’amico e collega Fulvio Ferrario, apprezzato teologo valdese sul suo blog, allorché, dopo aver precisato che non si possa trarre spunto da queste affermazioni per introdurre una polemica tra confessioni cristiane, afferma: «è giusto rilevare, però, che Zollner formula, a modo proprio, alcune delle fondamentali obiezioni evangeliche alla dottrina cattolica del ministero, che è il perno (non UN, ma IL perno) della dottrina cattolica della Chiesa».

Qualche distinguo si rende necessario, anche perché, se la realtà corrispondesse a quanto qui descritto, non si capirebbe perché persone come padre Zollner e il sottoscritto, ma anche tante altre, si ostinerebbero a restare «cattolici» fin nelle midolla. E la prima distinzione riguarda quella che Ferrario chiama la «dottrina cattolica» e la «mentalità diffusa».

Quanto al primo lemma, non possiamo dimenticare la lezione del concilio ecumenico Vaticano II circa il ministero, all’interno di un processo di riconciliazione con la modernità e conseguentemente di «de-sacralizzazione» delle figure ministeriali. Un magistero che si innesta in una tradizione da intendersi in maniera molto più ampia rispetto a quanto il tradizionalismo sostiene, rifacendosi soltanto a quanto enunziato a partire dal concilio di Trento (con la relativa enfasi sulla ritualità del messale di san Pio V).

Di qui una provocazione salutare, quale quella messa in campo dal collega evangelico: l’impegno a far sì che l’ultimo concilio venga recepito e assimilato nella forma mentis dei credenti, sia a livello personale che comunitario. E su tutto ciò ci stiamo interrogando e stiamo lavorando a sessant’anni dalla sua celebrazione.

«Mentalità diffusa»

Più problematico il riferimento alla «mentalità diffusa», in quanto sono in molti, preti e laici, a non aver recepito la visione di Chiesa e di ministero presente nel Vaticano II, per cui si continua a rappresentare una forma sacralizzata (e oserei dire “pagana”) delle figure ministeriali.

In tal senso, piuttosto che intestare al rinnovamento conciliare i mali della comunità ecclesiale, essi vanno invece ricondotti al persistere di mentalità, atteggiamenti, comportamenti e rappresentazioni di tipo pre-conciliare. A tal proposito, nel furore della polemica antiprotestante post-tridentina, si è spesso caduti nel tranello di identificare la «sacramentalità del ministero» con la «sacralità del potere» (operazione in verità già presente in età medievale).

La differenza è abissale e non la coglie solo chi si ostina a non voler riconoscere la faticosa conversione ecclesiale che ci ha condotti a percepire e a vivere sempre più il ministero come servizio. Qui occorre distinguere con attenzione tali «reazioni» da quanto di autentico è stato trasmesso nella Chiesa attraverso i secoli che ci hanno preceduto.

In ogni caso, anche a questo livello, mentre permangono atteggiamenti «sacralizzanti» il ministero, in particolare del diacono, del prete e del vescovo, bisogna avere il prosciutto sugli occhi per non vedere forme e prassi consolidate e presenti nei territori, in cui, soprattutto i preti si presentano alle loro comunità e nelle città e nei borghi in cui vivono con un profondo senso del «servizio» che sono chiamati a rendere, con tutti i difetti e i limiti del loro essere umani.

Provocazioni salutari

In conclusione, la «dottrina cattolica» sulla Chiesa e sui ministeri non si orienta a partire dalla «sacralità del potere», bensì dalla «sacramentalità del ministero». E su questo va tenuto aperto il dialogo con i fratelli evangelici.

In questa prospettiva ogni sacralizzazione del potere, in quanto genera abusi (e non solo in ambito sessuale) va denunziata e perseguita e ciò non tanto a livello giuridico, ma nella formazione delle coscienze dei candidati ai ministeri e dei laici, chiamati a comprendere fino in fondo il carattere diakonico, ossia di servizio, che ogni forma di ministerialità è chiamata a vivere.

Rimanere convintamente cattolici, pur lasciandosi provocare dalle riflessioni di fratelli di altre appartenenze, significa quindi rimboccarsi le maniche semplicemente perché il messaggio del Vaticano II sia finalmente compreso, ben interpretato e vissuto dalla base ai livelli alti della comunità.

Fonte: Settimana News


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