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Luciano Manicardi “Diventare figli di Dio”

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Per Luciano Manicardi, monaco di Bose, “diventare figli di Dio” è il cammino verso la realizzazione dell’umano dell’uomo Gesù, che ha pienamente vissuto la figliolanza divina nell’essere per gli altri amando anche i nemici. Anche fuori della Chiesa opera la salvezza in quanto l’umano stesso è a immagine e somiglianza di Dio.

Figli di Dio
Quando il NT, essenzialmente Paolo e Giovanni, parla di figli di Dio lo fa in riferimento al Figlio di Dio, Gesù Cristo: “Tutti voi siete figli di Dio mediante la fede in Cristo Gesù” (Gal 3,26). Quando Paolo afferma che “tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, sono figli di Dio” (Rm 8,14) si riferisce allo Spirito che ha dimorato su Gesù, ha orientato il suo vivere e ispirato il suo pregare Dio chiamandolo Abbà (Rm 8,15). È questo Spirito di Dio che, “insieme al nostro spirito, attesta che siamo figli di Dio” (Rm 8,16). Paolo è ancor più esplicito quando scrive ai cristiani della Galazia: “che voi siete figli lo prova il fatto che Dio mandò nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio, il quale grida: Abbà, Padre” (Gal 4,6). Le cose non vanno diversamente se si esamina la testimonianza giovannea. Il brano di 1Gv 3,1-10 fonda la certezza di fede di essere figli di Dio sul dono di amore del Padre (1Gv 3,1), dono che consiste nella manifestazione del Figlio (1Gv 3,8), nell’invio del Figlio nel mondo (Gv 3,16). Un approfondimento ci è però richiesto dall’espressione “diventare figli di Dio” presente nel prologo del IV vangelo.

Diventare figli di Dio
“[Il Verbo (ho lógos)] venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto. A quanti però lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, i quali, non da sangue né da volere di carne né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati” (Gv 1,11-13).
L’espressione “dare il potere di diventare” va intesa nel senso che “diede di poter diventare”: la dimensione fondante e decisiva è il dono divino.
Non si tratta certo di concedere una facoltà autonoma quasi che l’uomo potesse procurarsi da sé lo stato di figlio di Dio (1). Il diventare poi, consiste nel cammino e nel dinamismo della fede (”coloro che credono nel suo nome”) ma, nello specifico, anche nel cammino narrativo che il IV vangelo fa compiere al lettore (2). In effetti, il IV vangelo costruisce progressivamente, attraverso l’intero racconto, il paradigma della filiazione divina del credente, in legame con la dimensione filiale vissuta da Gesù Cristo.
Per comprendere che cosa comporti tale filiazione e come possa avvenire, occorre seguire il percorso disegnato dal IV vangelo soffermandoci su alcuni momenti chiave (3).
Il prologo (Gv 1,12) afferma che la condizione di figlio di Dio è dono che l’uomo riceve da Dio attraverso la dimensione filiale che Cristo ha vissuto nella sua carne. Il “divenire” non è che il permettere alla potenza di Dio di agire nell’uomo accogliendo il suo dono.
Se il prologo annuncia il tema della filiazione divina attraverso l’accoglienza del Verbo, l’episodio di Nicodemo (Gv 3,1-21) specifica che essa consiste nella rinascita dall’alto, dallo Spirito (“Se uno non nasce da acqua e Spirito non può entrare nel Regno di Dio”: Gv 3,5). La domanda di uno smarrito Nicodemo (“Come può accadere questo?”: Gv 3,9; cf. 3,4) riceve da Gesù una risposta che rinvia all’innalzamento del Figlio dell’uomo (3,14-15), ovvero al momento della croce.
La crocifissione è il momento (“l’ora”, in linguaggio giovanneo) in cui l’evangelista prefigura il raduno universale dei “figli di Dio dispersi” (cf. Gv 11,51-52) attorno all’Innalzato (“Quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me”: Gv 12,32) mostrando quattro uomini e quattro donne, quattro pagani e quattro ebree attorno alla croce (Gv 19,23.25). In particolare, il dono dello Spirito (“consegnò lo Spirito”: Gv 19,30) accompagnato dall’acqua e dal sangue sgorgati dal costato trafitto (Gv 19,34; cf. Gv 7,29-30), indica che nell’Innalzato è resa possibile la generazione dall’alto. Questa avviene grazie a tutta la vita di Gesù, grazie all’amore e all’obbedienza che egli ha vissuto e che possono trasfondersi nel credente attraverso il dono dello Spirito. Ma se alla croce Gesù ha compiuto pienamente il suo cammino filiale di obbedienza al Padre, resta un non ancora della rivelazione sulla rinascita dall’alto dell’uomo.
Il Risorto, nell’incontro con Maria di Magdala (Gv 20,11-18), dice a Maria, una volta che lei l’ha riconosciuto: “Non mi trattenere perché non sono ancora salito al Padre, ma va’ dai miei fratelli e di’ loro: Salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro” (20,17). Per la prima volta nel IV vangelo il Padre di Gesù è esplicitamente presentato come Padre anche dei discepoli.
Grazie alla fede nel Risorto i discepoli vengono inseriti nella relazione del Figlio con il Padre. “Nella sua carne, in una storia d’uomo, Gesù ha vissuto la sua relazione filiale con il Padre fino al telos dell’amore e dell’obbedienza...
Ormai i credenti in lui sono i suoi fratelli e possono entrare nella relazione filiale che è stata loro rivelata: essi partecipano alla relazione stessa del Figlio con il Padre, che è anche loro Padre” (4).
La promessa presente nel prologo giovanneo circa il “diventare figli di Dio” (Gv 1,12) lascia il posto alla lunga narrazione evangelica circa il Figlio di Dio. È la condizione filiale dell’Unigenito Figlio (monoghenés: Gv 1,14.18; 3,16.18; 1Gv 4,9) che consente al credente di vivere da figlio di Dio rimanendo in Gesù Cristo e nel suo amore, accogliendo e mettendo in pratica la sua parola, ricevendo il suo Spirito. Il divenire figli di Dio è il cammino del credente, cammino di decentramento da sé, fissando lo sguardo su Gesù che lo orienta al Padre: “Chi ha visto me, ha visto il Padre” (Gv 14,9). Per Giovanni è chiaro che la figliolanza divina è dono destinato a tutti gli uomini (il Verbo illumina ogni uomo, è la vita degli uomini), accessibile a tutta l’umanità, ma è riconosciuta e accolta, testimoniata, confessata e narrata dai
credenti che di questo dono fanno la loro responsabilità e la loro diaconia nei confronti di tutti gli uomini. Il divenire figli di Dio è dunque l’orientare l’umano che è in ogni uomo verso la somiglianza con l’uomo Gesù di Nazaret, colui che ha pienamente vissuto la figliolanza divina.

Divenire umani
Due passi evangelici legano la novità cristiana più radicale, l’amore per i nemici, all’azione amorevole del Dio creatore, e fondano su tale legame l’essere figli di Dio dei credenti: “Amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti” (Mt 5,44-45; Lc 6,35). L’amore per i nemici non è che lo sviluppo “secondo Dio” dell’umano che è nell’uomo. Nell’uomo che è stato creato a immagine e somiglianza di Dio. Questo è ciò che ci ha narrato Gesù, “figlio di Adamo, figlio di Dio” (Lc 3,38). Possiamo così affermare che la creazione è la prima e originaria ekklesía e che la responsabilità fondamentale dell’uomo è divenire umano.
Per diventare figli di Dio occorre diventare umani. In Gen 1,26 Dio proclama: “Facciamo ’adam (degli umani) a nostra immagine, come nostra somiglianza” (Gen 1,26), ma il testo afferma che “Dio creò l’’adam a sua immagine, a immagine di Dio lo creò, maschio e femmina li creò” (Gen 1,27). Dov’è finita la somiglianza? Dio crea, ma associa l’umano al suo operare (“Facciamo”; forse si rivolge all’umano che sta venendo all’essere: Facciamo l’uomo, io e te, in sinergia, non l’uno senza l’altro) e lo lascia incompleto affinché egli possa “farsi” nella libertà e nella responsabilità. L’immagine divina è posta nell’uomo, ma la somiglianza saranno gli umani che dovranno raggiungerla con la fatica della relazione, soprattutto addomesticando il loro essere maschio e femmina (che li accomuna agli animali) e indirizzandolo a relazioni umanizzate: il loro compito di maschi e femmine è di divenire uomini e donne, di divenire umani. Ecco dunque il compito degli uomini: rendersi simili all’immagine che essi portano in se stessi.
La dialettica dell’immagine e della somiglianza è la dialettica del dono e della responsabilità. La chiamata creazionale (la creazione come prima ek-klesía) rende l’uomo responsabile dell’umano che trova in se stesso.
Parlando dell’umano che è nell’uomo intendo parlare di qualcosa che è comune a ogni singola persona, a ogni singolo viso, ma che, al contempo, va oltre il singolo individuo, e non coincide neppure con la cosiddetta “specie” umana. Del resto, vi è la possibilità di un’umanità disumana: l’uomo non è naturalmente umano e umanizzato.

E la chiesa?
Nell’AT figlio di Dio è espressione per lo più riservata a Israele (Es 4,22-23), al re (Sal 2,7) e al giusto (Sap 2,18) e designa sempre una stretta unione, una vicinanza particolare di Dio al popolo, al re e al giusto. Gesù, con la sua vita, morte e resurrezione, risignifica questi tratti estendendo a tutti i popoli l’annuncio della salvezza, mostrandosi messia che smentisce i tratti politici e nazionalisti del re in Israele e vivendo la giustizia come sottomissione anche all’ingiustizia per amore dei giusti come degli ingiusti. Nel suo essere Figlio di Dio vi è l’assunzione delle due dimensioni veramente universali a livello antropologico dell’esistenza umana: l’essere figli e la sofferenza. La sua vita di Figlio diviene una pro-esistenza, un essere per gli altri, per i fratelli e le sorelle. Tutto questo si accompagna alla risignificazione dell’umano (Gesù è figlio di Adamo) che egli ha operato nel suo vivere da Figlio di Dio (Gesù  è il Figlio di Dio (5).
L’orizzonte degli altri è salvifico per il singolo ma anche per la chiesa. Diventare figli di Dio significa accogliere il dono ma per tutti, in favore di tutti, avendo in vista i tutti che tale dono non hanno conosciuto o accolto: “L’espressione ‘figli di Dio’ connota Dio come Padre, colui che, per amore, comunica vita. Tale sarà l’attività dei figli, comunicare vita con le opere d’amore verso gli altri, che continueranno quelle di Gesù, il Figlio” (6).
Trovo molto felici le espressioni contenute in un appello firmato da alcuni teologi legati alla Pontificia Accademia per la Vita: “Il corpo del Figlio fatto uomo è dato, certamente, perché tutti alla fine possano diventare un solo corpo vivente con Lui, al cospetto di Dio (LG 9). Ma questa incorporazione non è - e non sarà mai - una sostituzione. La verità della prima parte dell’annuncio è messa al riparo dalla seconda. Soltanto a questa condizione possiamo confessare, ammirati e commossi, la verità del nostro intimo legame con il Signore: che però ci è donato in favore dell’humana communitas, e mai diventa proprietà privata della communitas fidelium” (7).
E leggo, in continuità con queste espressioni, quanto scritto a suo tempo da Joseph Ratzinger a proposito dell’antico adagio extra ecclesiam nulla salus.
Dopo aver affermato che “il Nuovo Testamento non esprime da nessuna parte l’esclusività della chiesa in ordine alla salvezza” (8), aggiunge: “Si viene sempre salvati per gli altri e, in questo senso, anche tramite gli altri” (9). E se fosse l’extra ecclesiam che salva la chiesa? O meglio: è forse troppo affermare che l’extra ecclesiam svolge una funzione salvifica nei confronti della chiesa?
E la svolge nel senso che è memoria della destinazione universale del dono di Dio, non ristretto alla cerchia dei battezzati. Nel senso che è memoria dell’amore davvero universale di Dio per tutto il creato e per tutti gli uomini: “Se tu avessi odiato qualcosa non lo avresti neppure creato” (Sap 12,24). Nel senso che la salva dalla sempre possibile autoreferenzialità, dall’autocompiacimento, dalla ristrettezza di orizzonti, dalla chiusura su di sé, dall’assolutizzazione e sacralizzazione di sé come istituzione (10).
La chiesa è la comunità di coloro che hanno riconosciuto e accolto il dono di Dio in Cristo Gesù destinato a tutti e sono dunque guidati nel loro agire quotidiano dall’orizzonte della fraternità e sororità universale. Questa visione, questa utopia aiuta la chiesa a divenire eutopia, un luogo concreto e tangibile, visibile e vivibile, che si caratterizza per ciò che è significato e implicato dal prefisso eu-, bene. E che trova la sua piena narrazione nel vangelo e nella vita di Gesù di Nazaret. I cristiani, quali figli di Dio coscienti del dono ricevuto, possono narrare la loro figliolanza divina agli uomini tutti perseguendo nel quotidiano della vita e della storia la fraternità-sororità universale. L’extra ecclesiam, “gli altri”, sono così una silenziosa esortazione
ai cristiani a essere ciò che sono diventati con la fede in Cristo.

E la salvezza?
Il Figlio stesso di Dio non sa il quando della gloriosa parusía finale: “Quanto a quel giorno o a quell’ora, nessuno lo sa, né gli angeli nel cielo né il Figlio, eccetto il Padre” (Mc 13,32; cf. Mt 24,36). Forse i figli di Dio possono assumere umilmente la salvifica ignoranza circa l’al di là e la salvezza eterna. E possono fare loro, umilmente, il “forse” di Amos (5,15) e il “Chi sa?” di Gioele (2,14) e di Giona (3,9) circa l’agire salvifico di Dio (11). Secondo Mt 25,31-46 nel giudizio finale tutti sono spiazzati e contraddetti nelle loro convinzioni: sia chi credeva di aver sempre servito il Signore, sia chi nemmeno lo sospettava.
Scrive ancora Ratzinger nel testo già più volte citato: “Oggi non ci muove più, in ultima analisi, il problema se e come gli ‘altri’ possono essere salvati - cosa che lasciamo tranquillamente a Dio” (12).
Credo che possiamo “lasciare tranquillamente a Dio” anche la questione della nostra salvezza eterna. Cioè, della salvezza di chi si trova all’interno dei confini ecclesiali e che il vangelo stesso ci dice non essere per nulla garantita (Mt 7,21-23; Lc 13,26-27). La nostra responsabilità di uomini e di credenti si spinge fino alla morte. Poi, il lavoro spetta a Dio.



Note
1) “Diede loro di essere figli di Dio”: così ritiene si debba intendere X. L. Dufour, Lettura del vangelo secondo Giovanni (capitoli 1-4), Paoline, Cinisello Balsamo (MI), 1990, p.156.
2) E il cui scopo è, significativamente, “che crediate che Gesù è il Figlio di Dio” (Gv 20,31).
3) Cf. A. de Lamarzelle, «Le Fils unique: une révélation johannique», in Nouvelle Revue Théologique 145/2 (2023), pp. 197-215.
4) Ivi, p. 212.
5) È interessante notare che Giovanni parla di Gesù come figlio (di Dio) usando il termine yiòs mentre riserva il termine ékna per indicare i credenti quali figli (di Dio).
6) J. Mateos-J. Barreto, Il vangelo di Giovanni. Analisi linguistica e commento esegetico, Cittadella,Assisi 2000 4, p. 59.
7) https://www.academyforlife.va/content/pav/it/salvare-fraternita/il-documento/iltesto.html.
8) J. Ratzinger, Il nuovo popolo di Dio. Questioni ecclesiologiche, Queriniana, Brescia 2019 5, p. 368. Resta pur vero che nel NT si trovano testi che vanno in direzione della pretesa di esclusività della salvezza. Per esempio Mc 16,16: “Chi crederà e sarà battezzato sarà salvato, ma chi non crederà sarà condannato”. Questo testo, presente nella cosiddetta“finale lunga” del secondo vangelo, aggiunta successivamente alla finale originaria e sorta nell’ambito della missione cristiana in ambiente ellenistico agli inizi o nella prima metà del II secolo, afferma che la predicazione apostolica aveva raggiunto ogni luogo: “Essi partirono e predicarono dappertutto” (Mc 16,20). Essendo stato predicato ovunque il vangelo, chi non aderisce alla fede lo fa colpevolmente: la possibilità gli è stata data! Dunque sceglie lui stesso la propria condanna. Come sottolinea Ratzinger, l’adagio extra ecclesiam nulla salus è legato e dipendente anche da una certa immagine del mondo. “Al termine del tempo patristico il mondo era ritenuto come prevalentemente cristiano. L’impressione di ciò che si sapeva del mondo era che chiunque volesse essere cristiano, lo poteva e anche lo era. Solo più un irrigidimento colpevole teneva l’uomo lontano dalla chiesa. E per questa ottica si credeva di poter affermare: chi sta fuori dalla chiesa, lo vuole lui stesso, ed è quindi fuori per sua propria decisione” (Ivi, p. 373). Inutile dire come le scoperte geografiche, il mondo moderno e infine la contemporaneità ci consegnino un’immagine del mondo decisamente diversa.
9) Ivi, p. 385.
10) Il che conduce alla “idolatrizzazione del sistema” (Ivi, p. 383).
11) Interessanti a questo proposito le risposte di Hans Urs von Balthasar alle critiche che erano state rivolte alle tesi sostenute nel suo Sperare per tutti imperniate proprio sulle certezze e sulle pretese di sapere proprie di chi lo contestava: H. Urs von Balthasar, Sperare per tutti. Con l’aggiunta di Breve discorso sull’inferno, Jaca Book, Milano 1997, pp. 11-21; 121-126; e altrove.
12) Ratzinger, Op. cit., p. 379.


Esodo n° 2 aprile-giugno 2023

Indice:

Editoriale Carlo Bolpin, Vittorio Borraccetti, Gianni Manziega pag. 1

Significati di Salvezza

"Cercate il Signore, nel Suo farsi trovare" (Is 55:6) Rav Alberto Sermoneta pag. 4

Una comune speranza di Salvezza nell'unico Dio Elena Lea Bartolini pag. 10

Salvezza Cettina Militello pag. 15

"Diventare figli di Dio" Luciano Manicardi pag. 21

Salvezza e redenzione Salvatore Natoli pag. 27

"Lo si chiamerà Gesù..." Piero Stefani pag. 33

Il Salvatore nel cristianesimo

Gesù, la salvezza dei cristiani e dei non cristiani Paolo Ricca pag. 39

Gesù Salvatore Jean Louis Ska pag. 46

Fare esperienza di un impossibile Giancarlo Gaeta pag. 52

L'Evangelo del Figlio secondo le donne Lidia Maggi pag. 58

Gesù, parabola di Dio Angelo Reginato pag. 63

Dio salva per amore Romano Penna pag. 69

Tra Dio e il diavolo Fulvio Ferrario pag. 75


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