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Le fiabe? Non raccontano favole

«Io credo questo» ha scritto Italo Calvino: «le fiabe sono vere». Racconto popolare, tradotto dal cinema e dalla tv in narrazione animata, le favole non sono mai passate di moda, anche se cambiano i tempi e i costumi, ma c’è un fraintendimento comune, ci spiega il filosofo 
Silvano Petrosino nel suo libro Le fiabe non raccontano favole che torna in libreria in una nuova edizione ampliata: si pensa che le fiabe siano nate solo per intrattenere i bambini, che debbano essere consolatorie o buoniste, evitando dubbi e conflitti. Invece le fiabe «sono racconti di finzione che danno voce ad alcune verità fondamentali dell’esperienza umana» scrive il professore di Antropologia religiosa e media dell’Università Cattolica, dando così ragione a quanto scriveva Calvino.

Ma professore non è crudele esporre i bambini ad alcune terribili verità e sentimenti? Non è meglio la versione Disney di Biancaneve rispetto all’originale dei fratelli Grimm? 
No, non è assolutamente preferibile la versione edulcorata Disney. Quella versione non solo è una falsificazione del dettato originario delle fiabe, ma è anche dannosa proprio per lo sviluppo dei più piccoli. Lo psicoanalista Bettelheim dice non a caso che quando la cosiddetta “letteratura per l'infanzia” cerca solo di divertire o informare crea libri superficiali e inconsistenti, che privano il bambino di quanto egli dovrebbe ricavare dall'esperienza della letteratura, ossia «l'accesso a un significato più profondo». Intendiamoci, non è negativo intrattenere o divertire, ma se ci si ferma lì rischiamo di non offrire comprensione alla complessità dell’umano. Ma la vita è sconcertante! Per i bambini e non solo, e per questo credo che le fiabe abbiano ancora molto da raccontare.


La tesi di fondo sulle fiabe riprende un pensiero che aveva sviluppato attorno alla grande letteratura nel volume Contro la culturaQual è il segreto della parola letteraria? 
La parola letteraria, quando è autentica, non mente a proposito del vissuto più profondo del soggetto. Lo ripeto spesso: la grande letteratura porta alla luce alcuni snodi essenziali dell’esperienza umana, e di ciò dobbiamo essere tutti grati perché tra questi snodi ve ne sono alcuni che tendiamo costantemente a censurare, a nascondere. Da questo punto di vista la “finzione” letteraria, quando diventa arte, ha sempre a che fare con la “verità” della vita umana. Quest’ultima, infatti, non coincide con quella studiata dal biologo o dal naturalista, non è la “nuda vita”, ma è la vita “vestita e abitata” dal particolare modo d’essere del soggetto, e la grande letteratura ci aiuta a comprendere meglio la particolare natura di un simile modo d’essere.

Le donne sono le protagoniste di questo libro: Cappuccetto rosso, Biancaneve, Cenerentola. Tre donne molto diverse: una ragazzina che nel bosco dimentica le raccomandazioni della mamma e segue i consigli del lupo; una principessa con la matrigna invidiosa; un’orfana maltrattata dalla famiglia acquisita. Qual è il filo rosso che le unisce? 
Nel libro il commento delle tre fiabe da lei ricordate è raccolto sotto il titolo Il viaggio della donna. Si tratta di quella che definiscono “la legge della doppia nascita”: si viene alla vita senza deciderlo ma non si diventa umani senza deciderlo. La pienezza dell’essere umano non è mai garantita (certo è solo l’invecchiamento) essendo piuttosto il frutto di scelte, di quell’intreccio di gesti che costituiscono il tessuto di una storia costantemente attraversata da fallimenti, passi indietro, delusioni, speranze, riprese, ecc. Come è ovvio, questo è vero per ogni essere umano, uomo o donna che sia; tuttavia, così almeno a me sembra, le tre fiabe in oggetto portano alla luce alcune tematiche che hanno a che fare con l’essere e il diventare donna. Ad esempio in Cappuccetto rosso assistiamo alla costruzione del rapporto con il maschile in due modi completamenti diversi: il lupo, il seduttore che poi la divora, e il cacciatore, l’amico, che la salva.

Il rosso è un colore che attraversa queste storie e non a caso ricorre nell’immagine di copertina; qual è il suo significato nascosto? 
Il rosso è il colore del sangue e quest’ultimo è al tempo stesso segno di vita e di fertilità ma anche di morte. In particolare nelle tra fiabe in oggetto – le quali, come si accennava, narrano il viaggio di tre bambine verso il loro compiersi come donna – il rosso è anche il segno dell’inizio del ciclo mestruale e dell’inizio della passione sessuale. In altre parole, il “sangue versato” può essere quello che apre alla vita ma può essere anche quello che segna la fine della vita e l’entrata in scena della morte. Questo intreccio, quello tra la vita e la morte, con la sollecitazione ad una scelta per l’una o per l’altra, costituisce probabilmente lo snodo fondamentale che accompagna ogni istante dell’esperienza umana; le Sacre Scritture lo ripetono di continuo: «io ti ho posto davanti la vita e la morte, la benedizione e la maledizione; scegli dunque la vita, perché viva tu e la tua discendenza» (Dt, 30,19); e ancora «Davanti agli uomini stanno la vita e la morte; a ognuno sarà dato ciò che a lui piacerà» (Sr, 15,17).


Lei ha portato più volte in teatro queste tre storie, accompagnato da un commento musicale e da una lettura delle storie originali che troviamo in appendice anche in questo volume: qual è la reazione del pubblico? 
Le confesso che il commento più frequente è sempre lo stesso: «ma io non lo sapevo, pensavo fossero semplici racconti per bambini e invece…». Si tratta di una conferma di quello che si diceva: parlando di lupi, di nani, di casette nel bosco e di streghe, le fiabe portano alla luce alcuni aspetti essenziali del vissuto umano. Ne difendo il valore conoscitivo perché quello delle fiabe è un sapere che la sa lunga su di noi, bambini e adulti, e indaga fondamentali esperienze della vita umana: invidia, paura del tempo che scorre, bramosia, attrazione verso il male… il lieto fine dipende da noi.

a cura di Velania La Mendola



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