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Massimo Recalcati e il mistero delle vite degli altri svelato leggendo

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Leggere libri aiuta a far luce nell’animo umano. È la tesi che sottende Il lapsus della lettura (Castelvecchi, 2023) il nuovo libro di Massimo Recalcati, filosofo, saggista e tra i più noti psicoanalisti italiani, membro della Società Milanese di Psicoanalisi, direttore dell’Istituto di Ricerca di Psicoanalisi Applicata di Milano e fondatore di Jonas (Centro di Clinica Psicoanalitica per i nuovi sintomi). 

Il volume accorpa le recensioni pubblicate da Recalcati dal 2007 a oggi su quotidiani e riviste (“Il Manifesto”, “la Repubblica”, “La Stampa”, Doppiozero): recensioni di libri altrui (non sono psicoanalisti, ma filosofi, scrittori, poeti, registi, da Cormac McCarthy a Philip Roth, da Freud a Lacan, da Sartre a Deleuze), riflessioni e meditazioni che tratteggiano un’autobiografia dello stesso autore. La lettura infatti, nel tentativo di indagare il pensiero degli altri, rappresenta l’occasione per sondare il proprio animo, generando involontariamente intime confessioni. Tanti i temi guida che percorrono come un fil rouge le trame del saggio. Il tema del padre e quello complementare della filiazione sono il centro gravitazionale della maggior parte delle letture analizzate, suggerendo anche, in un’epoca votata al culto narcisistico dell’Io e dominata dai falsi dei, delle strade per riportare l’uomo alle sue stanze e istanze interiori. In tal senso emerge l’attualità della psicoanalisi come pratica di resistenza all’omologazione, alla normalizzazione, alla medicalizzazione della vita, “una sentinella che difende il territorio singolare della soggettività”. 

Perché considera la lettura un lapsus? 
Perché quando leggiamo, leggiamo sempre attraverso una angolatura particolare. Questa angolatura è determinata dal nostro fantasma inconscio. Cosa ci colpisce di più in quello che leggiamo, nel mondo che troviamo nel libro degli altri? Leggere è sempre interpretare, deformare, alterare, farsi leggere dal libro che si legge… C’è sempre qualcosa di sorprendente nella lettura di un libro come in un lapsus. Qualcosa ci tocca alle spalle, in modo imprevedibile, qualcosa ci legge…. 

Perché è importante che uno psicoanalista sia anche un assiduo lettore? 
Nell’esercizio del suo mestiere lo psicoanalista è un lettore. Legge i sogni, i lapsus, i sintomi, gli atti mancati, le sbadataggini, le vicende amorose dei suoi pazienti. La seduta analitica è per certi versi una seduta di lettura… Per coltivare questa pratica è bene che l’analista sia un lettore dei libri degli altri… Non è necessario che un gastroenterologo o un ortopedico siano dei lettori se non dei libri che servono alla loro attività professionale… Per uno psicoanalista è diverso. Leggere letteratura, arte, filosofia, ecc è ampliare la propria conoscenza della vita umana che è l’oggetto della sua strana professione…. 

Qual è il nesso fra la figura dello psicoanalista come lettore di vite raccontate “dal vero” e come lettore di libri? 
Il libro non risponde alla mia lettura. Non direttamente almeno. Un libro è aperto e chiuso nello stesso tempo. E’ un oggetto compiuto. I pazienti rispondono alla lettura dello psicoanalista. Le loro vite sono aperte e non chiuse. Come, del resto, è la vita umana in quanto tale. L’ultima pagina è solo quella della morte. Per il resto noi siamo libri aperti, senza un finale prestabilito, chiuso…. 

Perché ha deciso di raccogliere le sue recensioni letterarie e cinematografiche? 
Perché ho superato la sessantina. Sento il bisogno di fare bilanci, di raccogliere quello che ho fatto in questi anni di lavoro… E’ probabilmente un mio sintomo. Un modo per difendermi dalla morte. 

Perché considera quella attuale un’epoca di “evaporazione paterna”, con un’espressione di Lacan, ma allo stesso tempo di attesa del padre? 
Con l’espressione “evaporazione del padre” Lacan indicava la cifra fondamentale del nostro tempo. La dissoluzione dell’ideologia patriarcale che inizia con la grande contestazione del ’68 è benedetta. Ma ha comportato anche la liquidazione della funzione simbolica del padre. La quale non può essere liquidata senza che questo generi grande smarrimento e distruzione. Da questo punto di vista esiste la necessità di ripensare questa funzione al di là dell’ideologia patriarcale, al di là della raffigurazione repressiva e disciplinare del padre padrone, del padre che ha l’ultima parola sul senso della vita e della morte, del bene e del male, del giusto e dell’ingiusto. 

Come si può, per contro, essere figli, se il nome del padre viene a perdere la sua funzione guida? 
Ho parlato di una generazione Telemaco. Le nuove generazioni hanno necessità di testimonianza paterna. Non del padre patriarcale, del padre come bussola infallibile che orienta la loro vita, ma di atti che rendono possibile attribuire un senso a questa vita, di atti capaci di testimoniare che Legge e desiderio non sono antagonisti, ma due facce della stessa medaglia. 

In un’era dominata dall’omologazione e dalla scarsa autenticità, la psicanalisi può far paura? 
Per la psicoanalisi, essere sentinella della soggettività significa essere consapevoli del rischio della sua estinzione. I saperi cognitivo-comportamentali, come una certa esasperazione delle neuroscienze, insomma lo scientismo dominante vorrebbe ridurre la soggettività ad un numero, ad un fattore quantitativo. Il nostro tempo sostiene un feticismo del numero. La psicoanalisi può fare paura perché si rifiuta di sottomettersi ad ogni valutazione quantitativa. 

Il “politeismo materialistico” genera godimento o desiderio? Ci spiega la differenza? 
Il desiderio è una forza, una spinta, una tensione generativa, una potenza in atto. La soddisfazione del desiderio non è nell’oggetto, ma nella spinta stessa del desiderio. Il nostro tempo sponsorizza invece l’immediatezza del godimento, del consumo convulsivo dell’oggetto È un tempo dove la circolazione del godimento appare illimitata anche se non porta con sé alcuna soddisfazione. È il dramma del nostro tempo. La libertà di massa che abbiamo faticosamente conquistato non si accompagna necessariamente alla gioia. Non è un caso che la depressione sia oggi una malattia epidemica in Occidente. È l’altra faccia della libertà del godimento. 

In un tempo dominato più che mai dai falsi dei, in cosa consiste oggi l’innata spinta umana alla trascendenza? 
Il desiderio incarna questa spinta. Ma dobbiamo liberarci dall’idea che il desiderio sia necessariamente utopico, afflitto da una mancanza inguaribile. Il desiderio è manifestazione della gioia. È ciò che rende possibile l’impresa, il progetto, la trasformazione della propria vita e anche del mondo. 

In fondo al libro si trovano numerosi ritratti dei suoi Maestri di pensiero. Vuole citarne alcuni spiegando i motivi per cui deve loro la sua gratitudine? 
Il maestro è un incontro. L’incontro è quell’evento che cambia inaspettatamente la direzione della tua vita rendendola più coerente con il tuo desiderio. È la differenza tra il maestro e il padrone. Il padrone esige di modellare la tua esistenza sulla sua. Il maestro ti consegna alla legge del tuo desiderio. Non ti trattiene ma ti lascia andare. Nella mia vita ho avuto diversi maestri che non ho mai conosciuto ma ho incontrato attraverso i loro libri: Lacan innanzitutto e poi Freud e Sartre. Ma anche Beckett. Tra i maestri che invece ho conosciuto di persona e che non si sono rivelati dei padroni ne ricordo solo uno. Sufficiente per una vita. È stato il mio professore di filosofia Franco Fergnani. Poi ho avuto diversi fratelli maggiori che hanno esercitato per me, più sottilmente, la stessa funzione del maestro: aprire mondi, aprire la vita dell’altro al proprio segreto, mettere in moto l’esistenza, accenderla. 

In un’epoca sempre meno verbale e sempre più multimediale, quanto è importante operare per la sopravvivenza della parola? 
Il nostro tempo per un verso esaspera la parola, ne fa un uso inflattivo. A partire dai media, dal mondo social, ecc. Tutti parlano di tutto. Ma questa parola, come direbbe Lacan, è solo la sagoma vuota della parola. La parola piena è invece una parola che sa custodire il silenzio. Per questo la parola è necessaria, come sanno bene i grandi poeti, per custodire il silenzio. Il silenzio, infatti, è l’unico atteggiamento che onora davvero la parola.

Fonte: La voce di New York (intervista di Maggie S. Lorelli)


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