Clicca

Aggiungici su FacebookSegui il profilo InstagramSegui il Canale di YoutubeSeguici su X (Twitter)   Novità su Instagram

Alessandro D’Avenia "Un ragazzaccio"

stampa la pagina

3 aprile 2023

Morì a 26 anni, forse avvelenato, eppure fece in tempo a rivoluzionare l’arte. Si chiamava Tommaso ma, orfano di padre, inquieto, incurante di sé e del mondo (riscuoteva solo se era in ristrettezze), lo chiamarono (Tom)Masaccio.

A lui interessava solo dipingere: fare nella pittura la rivoluzione che Brunelleschi e Donatello avevano operato nell’architettura e nella scultura inaugurando il Rinascimento. Chi va a Firenze in Santa Maria Novella per la sua Trinità o in Santa Maria del Carmine, nella cappella Brancacci, per le storie di Pietro, sa di che rivoluzione parlo. La scorsa settimana ho avuto la fortuna di contemplare un suo capolavoro inaspettatamente esposto al Museo Diocesano di Milano in occasione della Pasqua: la Crocifissione del Polittico di Pisa del 1426, abitualmente a Napoli al Museo di Capodimonte. L’allestimento milanese, sapientemente ideato dalla direttrice Nadia Righi, segue la logica oggi più che mai necessaria dell’a tu per tu con l’opera: vi si arriva davanti passo passo, con le informazioni, il silenzio e il vuoto indispensabili per ricevere il dono che ogni capolavoro può offrirci se gli diamo lo spaziotempo di accadere in noi, e non fuori di noi fotografandolo e andando avanti. Se ci si avvicina con tatto, l’opera fa la sua, di opera, cioè ci dona ciò che avevamo dimenticato di chiederle: lo stupore per un pezzo di mondo e la gratitudine di esserci anche noi in quello stesso mondo in cui la creatività non è impegnata solo a inventare missili e menzogne. E Masaccio che cosa inventa? Che la morte è, a ben vedere, una nascita. E come? 


Quando gli fu commissionata l’opera, aveva 25 anni. Il committente, un ricco notaio pisano, voleva che le tavole per la cappella della sua tomba seguissero lo stile dell’epoca, il cosiddetto gotico internazionale, con le sue figure incorporee fluttuanti su sfondi d’oro. Ma Masaccio stava cercando altro, voleva una rappresentazione realistica e non consolatoria, gli interessava cogliere la verità del dolore. Collocando la Crocifissione a circa cinque metri di altezza la compose in prospettiva dal basso, in modo che lo spettatore vedesse «cadere» su di lui un uomo appeso a un legno su un colle. Per questo il capo del crocifisso è incassato e le gambe sembrano sproporzionate. Il corpo slogato del morto ti arriva addosso coinvolgendoti nella scena come se stesse accadendo in quel momento. Masaccio interroga quel dolore attraverso le mani dei personaggi. Giovanni, a destra, si torce le dita e non ha il coraggio di guardare ciò che resta dell’uomo in cui aveva riposto tutte le sue speranze. Maria, a sinistra, intreccia le mani nello stesso dolore ma lo trasforma in preghiera, dritta come una colonna guarda il figlio morto con le lacrime che le restano. Sotto la croce rimaneva un vuoto, riempito in piccola parte dalle rocce e soprattutto dalle foglie d’oro che, applicate sullo sfondo, segnalavano la sacralità di un evento fuori dal tempo e dallo spazio: l’oro rappresenta l’eterno, l’ovunque e il sempre di ciò che accade nell’immagine. Ma l’inquieto e geniale Masaccio sentiva che ancora mancava qualcosa alla verità di quel dolore e così, dopo aver finito, grattò via l’oro del cielo e il marrone del colle sotto la croce, per dipingere una delle figure più belle della pittura di tutti i tempi. Una fiamma in forma di donna, una Maddalena dai biondi capelli scomposti sulla schiena e dalle braccia aperte come lingue di fuoco. Ci dà le spalle, del suo volto e delle sue lacrime non vediamo nulla, eppure sappiamo tutto del suo dolore dalle mani che perforano prospetticamente l’oro piatto per abbracciare la croce e il corpo di Cristo, ma senza afferrarlo. Una donna piegata dal dolore lo supera con un gesto d’amore, infatti le sue mani non trattengono il morto ma lo lanciano verso quel cielo d’oro, l’ovunque e il sempre in cui siamo immersi tutti e ciascuno di fronte alla morte. Quella donna apre un buco dove c’era solo un muro: la morte diventa un passaggio. Come? Sopra la croce c’era il cartello con la scritta INRI («Gesù Nazareno Re dei Giudei»), ma i restauri di metà ’900 hanno rivelato che il rettangolo era stato maldestramente sovrapposto da qualcuno su ciò che Masaccio aveva dipinto in origine: un albero che fiorisce sopra la croce. È infatti Maddalena che, nel racconto evangelico, la mattina di Pasqua, vede, per prima, Cristo vivo, dopo averlo scambiato per il giardiniere del terreno dove si trovava il sepolcro. Quando lui la chiama per nome, lei riconosce l’uomo che anni prima l’aveva tirata fuori dalla sua disperazione e che lei aveva seguito ovunque fino alla tragica morte, senza scappare come i suoi discepoli. Masaccio vede in quella morte una nascita, infatti quell’uomo, che ha amato tutti sino alla fine, è un seme che morendo dà frutto: mostra, una volta per tutte, che l’amore assoluto esiste e nessuna violenza o male possono distruggerlo. 

Crederlo è affidato all’azione di ciascuno nella condizione in cui si trova oggi. Infatti la mattina di Pasqua, a Gerusalemme, Gesù affida proprio a Maddalena, una donna, il compito di annunciare agli uomini che è vivo e possono aspettarlo in Galilea, cioè il luogo dove si svolgeva la loro vita prima di iniziare l’avventura con lui. La vita nuova non è altrove, ma proprio dove viviamo e lavoriamo tutti i giorni, la resurrezione non è una magia consolatoria che ci sottrae alle fatiche del quotidiano, ma energia che genera forze creative per affrontare quelle fatiche. Il quadro, che nella Crocifissione nasconde una Resurrezione, sparito a fine ’500 e riapparso a inizio ’900 (venduto a poche lire dal proprietario in ristrettezze), mostra il talento di un 25enne, passato alla storia con un soprannome dispregiativo. Quel ragazzaccio per afferrare la verità fece ciò che sapeva fare meglio: dipingere il dolore in forma di mani, l’amore in forma di fiamma, la violenza in forma di croce, la resurrezione in forma di seme che dà frutto. Il nostro talento è la parte di noi destinata al mondo ma, se non lo scopriamo e mettiamo in gioco, di noi non resterà nulla, perché il talento è l’amore che ci è già stato dato ma che sta a noi decidere se girare al mondo, vincendo la paura di non averlo e la pigrizia di non giocarselo. Di Tommaso di Ser Giovanni di Mone dei Cassai, in arte Masaccio, resta infatti ciò che ha fatto di e con questo amore in soli 26 anni. Buona Pasqua di Resurrezione del vostro talento, cioè del modo in cui potete amarvi e amare meglio.


«Ti è piaciuto questo articolo? Per non perderti i prossimi iscriviti alla newsletter»

stampa la pagina


Gli ultimi 20 articoli