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Brunetto Salvarani “L’analfabetismo biblico e religioso. Una questione sociale”

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Dott. Brunetto Salvarani, Lei ha curato l’edizione del libro L’analfabetismo biblico e religioso. Una questione sociale di Francesca Cadeddu, Franco Ferrarotti e Marco Ventura, pubblicato da EDB: quali dimensioni assume, nel nostro Paese, il fenomeno dell’analfabetismo religioso? 

Dimensioni molto gravi. I risultati delle ricerche di cui disponiamo sull’argomento sono disarmanti ma non sorprendenti, purtroppo (si veda, ad esempio, la più completa, curata da Alberto Melloni, dal titolo Rapporto sull’analfabetismo religioso in Italia, Il Mulino 2014). La naturalezza della religione di nascita soffre oggi infatti di una limitatissima cultura biblica – a dispetto della liberazione del testo chiave delle tradizioni ebraica e cristiana verificatasi nel mondo cattolico a paertire dalla costituzione conciliare Dei Verbum (18 novembre 1965) -, ma anche di una scarsa comprensione storica e di un’estesa ignoranza delle varie confessioni cristiane e delle fedi altre. A dispetto dell’ancora altissima adesione all’ora di religione cattolica (IRC). Il fatto è che le due consolidate istituzioni di formazione culturale su scala nazionale, la chiesa cattolica e la scuola pubblica, non appaiono in grado di fornire alle nuove generazioni neppure i rudimenti propri della cosiddetta storia sacra, mentre continuano a mostrarsi incapaci di sostituirli con una cultura biblica organica. Così, paradossalmente, per quanto in molti settori stia crescendo l’attenzione nei confronti della Bibbia, aumenta specularmente anche il numero, quanto mai elevato, di quelli che ormai non ne hanno la minima conoscenza.

Qualche dato, raccolto spulciando dalle inchieste specializzate. Se neppure un italiano su tre è capace di citare correttamente i quattro evangelisti o è in serie ambasce nel tentativo di sistemare in ordine cronologico Abramo, Mosè e Gesù e Muhammad (Maometto), meno di uno su quattro sa elencare le virtù teologali, e appena uno su cento conosce i dieci comandamenti. Quando ci si addentra nelle pagine bibliche, lel cose non migliorano: se si chiede chi abbia mai dettato i comandamenti a Mosè la risposta, in otto casi su dieci, plana su un nome del tutto improbabile. Ci potremmo fermare qui, per carità di patria. Del resto, stando a un’approfondita ricerca di qualche anno fa condotta a livello nazionale dal sociologo Ilvo Diamanti (Gli italiani e la Bibbia, EDB 2014), quanti dichiarano di leggere individualmente la Bibbia – libro molto posseduto ma assai poco frequentato, apprendiamo – sarebbero appena il 29%: non è un caso che, al riguardo, regni una notevole confusione! Ad esempio, non un esempio da poco, ben pochi saprebbero cogliere qualche differenza fra risurrezione e reincarnazione… Peraltro, la dimensione religiosa non risulta, dallo stesso studio, collocarsi del tutto ai margini della nostra vita quotidiana: fra l’altro, dal campione emerge inaspettatamente il fatto che ben tre italiani su quattro pregherebbero anche al di fuori delle celebrazioni che si svolgono nelle chiese, rivolgendosi a Dio (47%), a Maria (31%), a Cristo (21%) e ai santi (12%). Non solo: lo studio riferisce che ci attenderemmo risposte al bisogno di sacro da parte della scuola e dell’università, dei media e delle parrocchie, o comunque delle comunità religiose di appartenenza (sempre più declinate al plurale, come sappiamo). Potenzialmente, un campo quanto mai aperto…

Quali ne sono le cause?
Un primo passo, per comprendere il corto circuito che si è venuto a creare, rinvia all’analfabetismo di massa dei primi secoli dell’era cristiana, durante i quali la presenza delle cosiddette Scritture Sacre era garantita sul territorio dalla Biblia pauperum , la Bibbia dei poveri (nella mia memoria affiorano, ad esempio, le meravigliose lastre dello scultore Wiligelmo dedicate a episodi della Genesi che ornano severamente da quasi un millennio la facciata della Cattedrale romanica di Modena); ma anche dalla trasmissione orale nelle famiglie e dalla mnemotecnica diffusa, testimoniata fra l’altro dall’esperienza di un Francesco d’Assisi, che nella sua Lettera a tutto l’Ordine si autoproclama “ignorante e illetterato” eppure infarcisce le sue opere – dal Cantico di frate Sole al Testamento – di numerosi riferimenti scritturistici, mostrando una dimestichezza approfondita con le pagine bibliche. Siamo nel XIII secolo. Del resto, è arduo immaginare un’approfondita ricezione della Divina Commedia – per citare un caso letterario eclatante – senza riuscire a coglierne, se non tutte, almeno molte delle allusioni bibliche ivi presenti. La stessa stagione dell’Umanesimo (si pensi alla filosofia di un Pico della Mirandola o di un Erasmo da Rotterdam, o all’arte pittorica di un Masaccio o un Paolo Uccello) si avvale largamente, quanto inevitabilmente, dell’immaginario della Bibbia. Sia pure, talvolta, per stravolgerlo, o piegarlo ai dettami del nuovo clima culturale: come accade anche al successivo Rinascimento, da quello trionfante di un Raffaello e un Leonardo a quello inquieto di un Michelangelo e un Ariosto. La cesura decisiva in controtendenza avviene a metà Cinquecento, in occasione del concilio di Trento, quando l’atteggiamento difensivo nei confronti del bersaglio polemico, Martin Lutero e la sua hebraica veritas, impedisce ai vertici romani del cattolicesimo di cogliere il novum che stava maturando in quei decenni rinascimentali in tante coscienze di laici cristiani: la necessità di un rapporto diretto e più frequente con il testo biblico, in funzione di un’esistenza maggiormente coerente dal punto di vista evangelico, e di una revisione degli atteggiamenti e degli stili di vita della corte papale. La quasi totalità dei padri conciliari si attesterà infatti sulle posizioni di chiusura del teologo spagnolo Alfonso de Castro, noto come haeresiomastix (il fustigatore degli eretici), che, nella seduta del 9 marzo 1546, quarta sessione conciliare, aveva sentenziato che la Bibbia in volgare – cioè tradotta in italiano – era “madre e fonte dell’eresia”; mentre nell’aprile seguente sarà riaffermato con forza il principio ermeneutico per cui la Bibbia sarebbe inscindibile dalla tradizione rappresentata dal magistero ecclesiastico (agli occhi dei protestanti tale criterio favorisce le costruzioni allegoriche e le glosse, a scapito del senso autentico del testo, secondo la norma fondamentale del Sola Scriptura).

Non si può, perciò, che concordare con chi pone l’Italia, nel suo chiudersi al confronto fecondo con la ricerca scientifica di marca protestante, tra le nazioni biblicamente sottosviluppate in un’ideale geografia dei secoli successivi a Trento, anche se permane un certo interesse, frammentario, nell’ottica della Bibbia come sussidio catechistico e come teoria di storie sacre, soprattutto in alcuni filoni minoritari quali il giansenismo e l’illuminismo cattolico, nonché a livello di cultura popolare, di matrice contadina, che si traduce nelle devozioni e nei misteri di Gesù. Nel corso dell’Ottocento, poi, affioreranno ulteriori criticità, riconducibili in primo luogo alla convinzione, tipica delle classi dirigenti liberali italiane post-unitarie, secondo cui la religione sarebbe stata da confinare risolutamente alla sfera delle opzioni private, e alle variegate risonanze della Questione romana e del relativo conflitto tra lo stato italiano e la chiesa cattolica, che contribuivano a far ritenere il fatto religioso come estraneo alla vita civile, o addirittura pericoloso per essa. Dopo il concilio Vaticano I (1869-1870), inoltre, si prenderà la (malaugurata) decisione di abolire le Facoltà di teologia ancora esistenti nelle università dello Stato, mentre il mondo cattolico, per svariati motivi, non si curerà particolarmente della gravità della ferita, tuttora non rimarginata: e alle fonti scritturistiche si ricorrerà, al massimo, quando occorra una prova a sostegno o un supporto autorevole.

Quali conseguenze produce l’analfabetismo religioso, e in particolare quello biblico?
Sono convinto che l’ignoranza della Bibbia – assai più di quanto non appaia a una lettura superficiale della cosa – sta alla base della nostra attuale incapacità di capire a fondo chi siamo, dove stiamo andando e che ci stiamo a fare al mondo. Per questo, da tempo mi batto per stimolare la curiosità soprattutto di quanti non l’hanno mai, o quasi mai, presa in considerazione, nella convinzione che potrebbero trovarci qualcosa di interessante, di inatteso e di importante per loro. Non necessariamente delle risposte ai propri dubbi o alle perplessità di cui siamo tutti largamente dotati; ma certo delle domande utili a guardarsi dentro, a scrutare le proprie insicurezze e fragilità di varia natura. Infatti, è lecito sostenere che, in assenza di una consapevolezza almeno minima della Bibbia, ci si preclude la comprensione di numerose presenze nella vita quotidiana di molti Paesi di antica cristianità, compreso il nostro: come interpretare edifici, sculture e immagini che popolano città e campagne, capire espressioni, modi di dire e proverbi del linguaggio popolare e colto, muoversi tra calendari, celebrazioni e feste, se si è privi dell’alfabeto che li ha generati e nutriti? E come auspicare, inoltre, l’integrazione e la convivenza di quanti giungono qui provenendo da mondi religiosi multiformi, se chi dovrebbe accoglierli non è in grado di spiegare loro testi e meccanismi che nella storia ne hanno originato usi e costumi? Sì, sono domande tutt’altro che marginali – e tutt’altro che neutre – nell’attuale quadro sociale nazionale: quali episodi, volti, immagini bibliche hanno plasmato l’orizzonte simbolico e culturale di generazioni di uomini e donne nati e cresciuti in una società che, un tempo almeno, non poteva non dirsi cristiana? Quali di tali racconti e personaggi parlano ancor oggi un linguaggio universale, come fanno, ad esempio, le figure immortali del teatro classico o la raffinata sapienza orientale?

Come è possibile intervenire per colmare l’analfabetismo religioso?
Domanda necessaria, quanto complessa. Il colpevole del delitto sociale dell’analfabetismo biblico e religioso, infatti, non può essere in ogni caso il classico maggiordomo. Per invertire la posizione di un piano pericolosamente inclinato occorre fare i conti con nodi storici, culturali, giuridici e perfino ecclesiali quanto mai complessi. Il dibattito si fa interessante, anche perché di fronte a risultati simili ci si può attendere si levino voci scettiche sull’opportunità di un’indagine su un ambito a conti fatti ritenuto secondario rispetto ad altri che riguardano la scuola, le competenze, i saperi. Gli argomenti dello scetticismo sarebbero molti, posto che le responsabilità del degrado andrebbero probabilmente ripartite fra l’università, il mondo dell’informazione, le famiglie, le stesse comunità di fede che dovrebbero evidentemente riflettere di più e meglio sulla loro capacità di formare credenti consapevoli e coscienti. Ne cito almeno uno, forse il più insidioso: la coscienza religiosa non si misura con le competenze. Si può essere cristiani anche senza conoscere quali siano le virtù teologali e senza saper recitare il Padre nostro. C’è, insomma, una fede del cuore che non corrisponde a quella della mente, una fede dell’agire che non coincide con quella del sapere. Approccio impegnativo, che certo restituisce alle religioni la loro naturalità e in un certo senso la grandezza della loro forza etica; ma che al contempo le riduce a variabili del comportamento umano, per cui ciò che fai è più importante di quello che credi e di come lo esprimi. Il pendolo tra questi due poli – agire e confessare – che coesistono nella vita di ogni religione batte incessantemente, ed è quindi legittimo affermare che il dato sulle competenze religiose non fotografa né misura la propensione alla religiosità di un popolo o di una comunità. Giusto, e sociologi e teologi se ne facciano una ragione. Personalmente, però, non me la faccio, restando convinto che la fede, qualunque essa sia, va detta e proclamata con parole precise e appropriate. Lo studio non è un optional né per il cristianesimo né per le altre religioni. E nella confusa Babele della postmodernità le religioni avranno ruolo e spazio solo se sapranno dirsi con termini e concetti corretti. Studium ac doctrina.

Brunetto Salvarani, teologo, giornalista, scrittore, è docente di Missiologia e Teologia del dialogo presso la Facoltà Teologica dell’Emilia Romagna di Bologna e gli Istituti di Scienze religiose di Modena, Bologna e Rimini. 

Dirige la rivista QOL, è presidente dell’Associazione degli Amici di Neve Shalom – Wahat as-Salam e della Fondazione Pietro Lombardini per gli studi ebraico-cristiani. il cardinale Gianfranco Ravasi l’ha definito «infaticabile cultore dei nessi espliciti e segreti tra Bibbia e cultura contemporanea». 

Fra i suoi libri più recenti: Teologia per tempi incerti (Laterza 2018), De André. La buona novella (Terra Santa 2019), Il vangelo secondo Tex Willer (Claudiana 2020), Di neve di pioppi e di parole (Ancora 2021), Dopo (Laterza 2020), L’alterità come grazia (Pazzini 2021), Fino a farsi fratello di tutti (Cittadella 2022) e Guardare alla teologia del futuro (Claudiana 2022). In uscita a marzo 2023 Senza Chiesa e senza Dio, per Laterza.

Fonte: Letture

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