Intervista a Massimo Recalcati «Il fantasma di onnipotenza è un fantasma colpevole»

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Il dualismo tra vita e morte da sempre sta al centro della riflessione filosofica e psicoanalitica. Abbiamo chiesto al professore Massimo Recalcati di chiarire meglio questo rapporto a partire dal suo ultimo libro La luce delle stelle morte. Saggio su lutto e nostalgia (Feltrinelli, Milano 2022). 

Professor Recalcati, da sempre l’ansia della finitudine condiziona la psiche, e con essa i comportamenti quotidiani, dell’individuo. Molti — se non quasi tutti — quei comportamenti che l’etica cristiana definisce come peccati sono generati da quest’ansia. È il timore della morte che induce ad un vissuto che soddisfi hic et nunc la propria individualità, i propri desideri, anche a discapito dell’interesse altrui. La paura della morte genera il peccato; in questo senso Cristo ci libera dal peccato proprio in quanto sconfigge la morte. 

Gesù prende sul serio la morte. Non si accontenta di quei sofismi filosofici che vorrebbero ridurla ad una semplice inesistenza. È la posizione di Epicuro ripresa da molti filosofi. La morte non esiste perché quando c’è io non ci sono e viceversa, quando ci sono io lei non può esserci….Gesù sa bene che la morte accompagna la vita come un’ombra e anche come una tentazione…Per questo la sua predicazione unisce la paura della morte alla paura della vita. Si tratta in realtà di una stessa tremenda e umanissima paura, di due facce della stessa medaglia. Ma Gesù, diversamente dal Dio ebraico della Torah, fa esperienza della morte, fa esperienza della disperazione e dell’angoscia di fronte alla morte. Bisognerebbe rileggere con attenzione, come ho cercato di fare in un altro libro, la notte del Gestemani…Gesù vuole la vita non la morte, vuole vivere e non morire. È fatto, come tutti gli esseri umani, è fatto per vivere non per morire…Eppure, diversamente dai filosofi, attraversa il dramma della morte. Non lo contempla dal di fuori, non lo esorcizza, non lo allontana dalla vita. Ha la forza di dare la morte alla morte… 

In fondo le religioni nascono come risposta umana a quest’ansia di finitudine. La diversità del Cristianesimo è che la risposta non è umana ma viene dall’alto: il Dio Uomo che risorge dai morti. In ultimissima essenza il Cristianesimo è una tomba vuota una domenica mattina di primavera a Gerusalemme. 

Gesù passa attraverso la morte. Il significato esistenziale della resurrezione è che non tutto è morte, che la morte non è tutto, che la vita resiste alla morte, che la morte non può essere l’ultima parola sulla vita…Ma questo deve valere per ogni momento della nostra vita, non solo per quello finale. Perché la resurrezione o è sempre o non esiste…Vincere la morte è, infatti, vincere la paura della vita. È questa la traduzione laica che mi sentirei di dare del grande evento della resurrezione 

Nella sua esperienza clinica la relazione con il trascendente, la fede nella vita eterna, che ruolo giocano nella ricerca di un equilibrio psichico del soggetto. La fede come terapia per l’elaborazione del lutto? 

Ricavo insegnamenti diversi. La fede a volte può essere una misura protettiva nei confronti della paura della vita. Un modo per respingere o fuggire dalla vita. In questi casi la psicoanalisi fa cadere la maschera della fede. In altri casi invece vi sono soggetti atei che scoprono la potenza della fede proprio attraverso l’analisi. Innanzitutto la fede nei confronti del proprio desiderio. Scoprono che la realtà visibile non esaurisce l’essere. Ma in generale la psicoanalisi favorisce lo stabilirsi di rapporti di amicizia con l’Altro. Con il nostro Altro interno e con l’alterità dell’Altro fuori di noi…Rispetto all’esperienza del lutto favorisce la gratitudine al rimpianto, il ringraziamento al rammarico nei confronti di chi ci ha lasciati… 

La ragione s’infrange sulla sua incapacità di spiegare la morte. Da qui l’esorcizzazione della morte dall’orizzonte del pensiero moderno. Ma l’ansia permane a livello inconscio. 

Viviamo in un tempo dove l’oscenità non è più in rapporto al sesso ma alla morte. Si può pensare che viviamo in un tempo che prova ad esorcizzare in ogni modo l’incontro con la morte. Ci è voluto un evento inimmaginabile come quello della pandemia per ricordarci che siamo sempre impreparati di fronte alla morte, che non nostra potenza è in realtà impotente di fronte alla malattia e alla morte. 
Abbiamo fatto di tutto per negare i nostri limiti e la pandemia ce li ha ricordati traumaticamente… 

La maturazione effettiva di un giovane avviene non per riconoscimento sociale ma nella percezione interiore dello scorrere del tempo e della propria finitudine, come dice il salmo «insegnami a contare gli anni e sarò saggio». 

Il fantasma di onnipotenza è un fantasma colpevole. Nella Torah è la sola forma che assume il peccato: credersi Dio, desiderare di essere Dio. Volere essere tutto significa voler dominare ogni cosa, farsi padrone e non custode del giardino. È lo scivolamento dall’umanismo all’antropocentrismo. La psicoanalisi accoglie la lezione biblica quando sostiene che l’umano non è fatto per il tutto ma per il non tutto. Ma il non tutto non è una maledizione, una pena da scontare. 
Piuttosto è la condizione per rendere il nostro desiderio davvero generativo 

La “sempiternità” del vivere attuale, il mito dell’eterna giovinezza, lo stile esistenziale di “Peter Pan” che caratterizza questo tempo, rende superfluo il desiderio di una vita ulteriore. Il Paradiso è già qua perché desiderarne un altro? 

Il mito dell’Eterna giovinezza è uno dei miti prevalenti del nostro tempo insieme a quelli del Nuovo e del Successo. L’oscenità della morte deve essere scongiurata. Ma che il Regno sia tra noi e non al di là di noi è una parola evangelica che non possiamo dimenticare. Attendere la vera vita al di là di questa vita (falsa) non è affatto un atteggiamento cristiano. Gesù ci insegna proprio il contrario. Ci insegna che ogni sacrificio compiuto in questa vita per avere il rimborso della vita eterna è peccato. 
Perché il compito che egli assegna alla vita umana non è il compito del sacrificio ma quello dell’amore. E’ quello di rendere la vita capace di fruttificare adesso…Ora e non domani. Come insegnano i gigli nel campo e gli uccelli nel cielo…

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