Enzo Bianchi, Fabio Rosini, Rosanna Virgili "Commenti Vangelo 15 gennaio 2023"

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"Commenti Vangelo 15 gennaio 2023"

II Domenica del Tempo ordinario 

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 Giovanni rivela e annuncia il Veniente 
  Gv 1,29-34

²⁹In quel tempo Giovanni vedendo Gesù venire verso di lui, disse: «Ecco l'agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo! ³⁰Egli è colui del quale ho detto: «Dopo di me viene un uomo che è avanti a me, perché era prima di me». ³¹Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare nell'acqua, perché egli fosse manifestato a Israele». ³²Giovanni testimoniò dicendo: «Ho contemplato lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere su di lui. ³³Io non lo conoscevo, ma proprio colui che mi ha inviato a battezzare nell'acqua mi disse: «Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito Santo». ³⁴E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio».

 

Non dobbiamo mai pensare di avere una conoscenza, un’immagine di Gesù nostra definitivamente acquisita, ma dobbiamo sempre rinnovarla con l’assiduità al Vangelo. Altrimenti, se prevalgono le nostre proiezioni su di lui, anche Gesù può essere per noi un idolo. Non basta affermare: “Ciò che abbiamo di più caro nel cristianesimo è Gesù”, occorre che sia il Gesù che è Vangelo e il Vangelo che è Gesù!

 

Brevi note sulla prima lettura

 

Isaia 49,3.5-6

 

Questo brano dell’Antico Testamento scelto in parallelo a quello del vangelo secondo Matteo, è un “canto”, il secondo “canto del Servo del Signore”, tra i quattro incastonati come perle nel libro di Isaia (cf. Is 42,1-7; 49,1-7; 50,4-9; 52,13-53,12). Si tratta di oracoli che sembrano formare un libretto indipendente dal resto della predicazione del profeta. In essi si intravede e viene descritto un Servo del Signore (‘ebed ’Adonaj) anonimo, la cui identità non è svelata. È stato chiamato dal Signore, quale persona rappresentativa del piccolo resto di Israele, e a lui è affidata una missione presso il popolo di Dio, riscattare e radunare gli esiliati, ma anche una missione universale, che riguarda tutte le genti, l’umanità intera. Questo servo sarà “luce delle genti” (cf. anche Is 42,6), porterà la salvezza fino all’estremità della terra e sarà riconosciuto anche dai governanti della terra (cf. Is 49,7). I discepoli di Gesù hanno interpretato questa profezia come annuncio del Servo del Signore Gesù di Nazaret.

 

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Terminato il tempo liturgico delle manifestazioni del Figlio di Dio fattosi uomo e venuto tra di noi, prima di riprendere con la lettura cursiva del vangelo secondo Matteo l’ordo liturgico ci fa sostare ancora su un’epifania di Gesù, una rivelazione a Israele tramite Giovanni il Battista (anno A), una rivelazione ai primi discepoli attraverso la chiamata (anno B), una rivelazione dell’alleanza nuziale tra lo Sposo Messia e la chiesa a Cana (anno C).

 

Il vangelo di questa domenica ci presenta la rivelazione che Giovanni il Battista riceve da Dio e fedelmente trasmette a quanti vanno da lui per ascoltarlo. Gesù è un discepolo di Giovanni, lo segue (opíso mou: Gv 1,27), stando al vangelo secondo Luca è un cugino nato poco dopo di lui (cf. Lc 1,36). Anche Giovanni è un dono che solo Dio poteva dare (cf. Lc 1,18-20), eppure non conosce l’identità più misteriosa e profonda di Gesù, come confessa: “Io non lo conoscevo”, in parallelo alle parole che aveva rivolto alle folle: “In mezzo a voi sta uno che non conoscete” (Gv 1,26). Solo una rivelazione da parte di Dio può fargli conoscere chi è veramente Gesù, al di là del suo essere “un veniente dietro a me” (Gv 1,26), come il Battista lo definisce.

 

Prima di essere un profeta, uno che parla a nome Dio, Giovanni è un ascoltatore della sua parola, esercitato a discernere l’azione di Dio, e per questo ha visto lo Spirito santo scendere dal cielo e posarsi su Gesù come colomba per rimanere su di lui. Sì, perché l’ascolto rende possibile la “visione”, l’esperienza dello Spirito santo che alza il velo, rivela e fa conoscere per grazia l’inconoscibile. Dalla non conoscenza alla conoscenza: questa è stata la dinamica della fede di Giovanni, che sempre si è posto domande su Gesù, fino a porle a Gesù stesso (cf. Mt 11,2-3; Lc 7,18-20), e sempre ha ascoltato, facendo obbedienza e rendendo testimonianza alla luce venuta nel mondo (cf. Gv 1,6-9). Due volte confessa: “Io non lo conoscevo”, eppure sa riconoscerlo. Anche la chiesa dovrebbe sempre ricordare e saper vivere questo atteggiamento di Giovanni, perché ancora oggi Gesù Cristo è presente nell’umanità che non lo conosce: come un rabdomante riconosce la presenza dell’acqua, così la chiesa deve riconoscere la presenza di Cristo nell’umanità, nelle culture, nella storia. Si tratta sempre di ascoltare la voce del Signore, di “vedere” l’umanità nel suo oggi, di discernere il Cristo sempre presente nell’umanità plasmata secondo la sua immagine di Figlio di Dio (cf. Col 1,15-17).

 

Quando Giovanni “vede” Gesù venire verso di lui, confessa ad alta voce: “Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo!”. L’“ecco” iniziale indica frequentemente una rivelazione (cf. Is 7,14; 42,1, ecc.). Gesù appare innanzitutto come un agnello, titolo presente solo nella letteratura giovannea (quarto vangelo e Apocalisse), ma non come un agnello guerriero che assume la difesa del gregge trionfando sui nemici, secondo l’immaginario diffuso nell’apocalittica giudaica di quel tempo, bensì come un mite agnello che porta e toglie il peccato del mondo. Le due parole “agnello” e “peccato” non sono molto presenti nel nostro linguaggio, anche se le cantiamo in ogni liturgia eucaristica. Sono parole ricche di significato, che vanno conosciute. L’agnello è segno della mitezza, della non aggressività, dell’essere vittima piuttosto che carnefice. Agli ebrei ricordava l’agnello pasquale, segno della liberazione, e l’agnello immolato ogni giorno al tempio, per ottenere l’assoluzione e il perdono del peccato del popolo. Poteva anche ricordare il Servo del Signore descritto da Isaia e Geremia come animale innocente, perseguitato e ucciso (cf. Is 53,7; Ger 11,19). Nella letteratura giovannea “agnello di Dio” è un titolo relativo a Gesù, che nell’innocenza di chi non ha peccato, nella mitezza di chi non ha mai commesso violenza, prende su di sé e quindi toglie da noi il peso del nostro cattivo operare, l’ingiustizia di cui tutti siamo responsabili. Questa la liberazione radicale che ci ha portato Gesù, l’Agnello della Pasqua unica e definitiva, l’Agnello che ci riconcilia con Dio per sempre.

 

Giovanni gli rende dunque testimonianza perché questa è la sua missione. Perciò proclama la propria esperienza: “Ho contemplato lo Spirito discendere e rimanere su di lui”. Questa esperienza corrisponde a una parola ricevuta in anticipo da Dio: “L’uomo sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito santo”. Egli aveva solo immerso nell’acqua per preparare la venuta del Signore: anche il Signore immergerà, ma nel fuoco dello Spirito santo (cf. Mc 1,8 e par.). E la testimonianza risuona con forza: “Sì, io visto e ho rendo testimonianza che questi è il Figlio di Dio, l’Eletto di Dio”. Questa la vera conoscenza di Gesù da parte di Giovanni, conoscenza non acquisita una volta per tutte ma sempre da rinnovare, come ricordano gli altri vangeli (cf. Mt 11,2-6; Lc 7,18-23).

 

E ciò vale anche per noi: non dobbiamo mai pensare di avere una conoscenza, un’immagine di Gesù nostra definitivamente acquisita, ma dobbiamo sempre rinnovarla con l’assiduità al Vangelo. Altrimenti, se prevalgono le nostre proiezioni su di lui, anche Gesù può essere per noi un idolo. Non basta affermare: “Ciò che abbiamo di più caro nel cristianesimo è Gesù”, occorre che sia il Gesù che è Vangelo e il Vangelo che è Gesù! Il rischio è confessare un Gesù nostro idolo, manufatto da noi. Solo la confessione che non conosciamo pienamente Gesù ci spinge a conoscerlo invocando la sua rivelazione da parte di Dio.


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La seconda domenica del tempo ordinario propone nella liturgia della Parola un quadro legato ancora al Battesimo di Gesù. A differenza dei Sinottici, il quarto vangelo non fa cronaca del suo svolgimento che sembra, tuttavia, dare per inteso, ma evidenzia la reazione del Battista rispetto ad esso. Ci troviamo in quella che è la settimana inaugurale della missione di Gesù che inizia proprio con l’attività battesimale di Giovanni. Nella puntualità tipica dell’evangelista viene precisato il luogo dove il Battista operava che risulta in una Betania “oltre il Giordano”, un’altra località rispetto alla città di Marta e Maria che, invece, restava sul monte degli Ulivi a una distanza di circa tre chilometri da Gerusalemme e che, in seguito, sarà lo scenario sia della resurrezione di Lazzaro (cf. 11,18), sia della cena a casa dello stesso con Marta che serve e Maria che consacra i piedi di Gesù con una lavanda di nardo pregiato e profumato (cf. 12,1ss). Ciò cui potrebbe alludere l’identità del nome di Betania è la testimonianza che in essa risuona dapprima da parte del Battista, più tardi da parte della casa di Lazzaro e delle sue sorelle. Dopo aver smentito l’ipotesi dei sacerdoti, dei leviti e dei farisei, che si erano recati da lui per interrogarlo proprio sulla sua possibile identità messianica, il Battista vede Gesù venire da lui: finalmente ora vede colui che prima non conosceva! Si capisce come, per chi scrive, sia più importante la parola di Giovanni rispetto al rito e la sua funzione profetica più di quella di un ministro di purificazione nell’acqua lustrale. La voce del Battista sostituisce la voce di Dio – che nei testi sinottici irrompe dal cielo rivelando la verità di Suo Figlio mentre viene battezzato – con le parole: “Ecco l’agnello di Dio… questi è il Figlio di Dio”. I toni sono squisitamente profetici ed evocano l’annuncio isaiano del Servo del Signore, come la Prima Lettura sta a suggerire: “Ora ha parlato il Signore, che mi ha plasmato suo servo dal seno materno (…) e ha detto: “È troppo poco che tu sia mio servo per restaurare le tribù di Giacobbe e ricondurre i superstiti d’Israele. Io ti renderò luce delle nazioni, perché porti la mia salvezza fino all’estremità della terra”. Giovanni conferma l’avvento del Servo del Signore nella persona di Gesù riconoscendo in essa i tratti perfetti dell’antica profezia: è lui che riunirà dalla dispersione i figli di Giacobbe e ricondurrà i superstiti di Israele; è lui quella luce delle nazioni che porterà la salvezza all’intera umanità. Giovanni ha il ruolo essenziale d’essere il testimone della sua venuta, della sua presenza, dello Spirito che discende su di lui, come una colomba; egli è infatti, quell’agnello il cui corpo consegnato e speso per amore diventerà “sacrificio” di pace, carne di riconciliazione, braccia d’abbraccio tra le genti divise, colomba di rinascita alla Vita, dopo il diluvio della morte. Nel Battista la visione profetica si dissolve in primizia di parola d’annuncio, voce tessuta dell’esperienza dello Spirito. Un aspetto del battesimo di Gesù che vede come elemento essenziale gli occhi della terra, l’attesa della storia, il permanere delle promesse che Dio ha fatto a coloro che ama. Ed esalta l’importanza della testimonianza affinché le promesse si vedano compiute, il passato sia soglia d’avvenire, e gli occhi di chi veglia siano colmati di luce. La consegna che il Signore Risorto dà ai suoi discepoli prima di ascendere al cielo riguarda, non per nulla, la testimonianza: “Mi sarete testimoni a cominciare da Gerusalemme, la Giudea, la Samaria e fino ai confini della terra” (At 1,8). Una testimonianza possibile solo attraverso la perfetta comunione: “da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri” come dice Gesù nel suo lungo discorso d’addio ancora nel Vangelo di Giovanni (13,35). È la testimonianza che è chiesta oggi a noi: non tanto di dimostrare come avvenne concretamente il Battesimo di Gesù quanto di esserne testimoni autentici nella fede e nell’Amore che ci rende una cosa sola tra di noi, con lui e con il Padre. Una concreta e indispensabile “immersione” nella comunione dove Gesù ritorna ad essere “battezzato” dagli occhi e dal cuore della terra. (Agensir)
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